7) I soliti sospetti

Dopo un’esplosione su una nave nel porto di Los Angeles, cinque criminali vengono interrogati. L’unico sopravvissuto, Roger “Verbal” Kint (Kevin Spacey), racconta a un agente federale la sequenza di eventi che ha portato al massacro. Il film si sviluppa quasi interamente attraverso il suo racconto. I flashback visualizzano ciò che Verbal descrive, dando alla sua versione dei fatti una consistenza oggettiva. È qui che il film compie il suo gesto più sottile: traduce una testimonianza soggettiva in immagini apparentemente neutrali.Al centro della narrazione c’è una figura quasi leggendaria: Keyser Söze, criminale invisibile, temuto da tutti, capace di eliminare la propria famiglia pur di non piegarsi ai nemici. Il racconto della sua origine è costruito come una parabola criminale, una mitologia nera.
La grande intuizione di un film da vedere assolutamente come I soliti sospetti è trasformare lo spettatore in complice dell’inganno. Non siamo stati traditi da un dettaglio nascosto, abbiamo scelto di credere a una narrazione ben strutturata.
Negli ultimi minuti, mentre l’agente realizza che i dettagli del racconto di Verbal sono stati improvvisati a partire da oggetti presenti nella stanza dell’interrogatorio, il film compie il suo ribaltamento definitivo. Le immagini che avevamo visto non erano resoconti fedeli, ma visualizzazioni di una menzogna coerente. Il colpo di scena non aggiunge una verità nascosta: sottrae la verità a tutto ciò che abbiamo visto. L’intero film si rivela una costruzione retorica.
Il film suggerisce che ciò che rende una storia convincente non è la sua veridicità, ma la sua coerenza interna. Verbal non ha bisogno di prove, gli basta fornire un racconto lineare, con personaggi riconoscibili e un antagonista mitico. In fin dei conti è una metafora del cinema stesso.





