3) Persona – Ingmar Bergman

Ci sono voluti soltanto 84 minuti per scrivere una delle pagine più intense nella storia del cinema. È il momento di Persona, amici, il capolavoro svedese di Ingmar Bergman nonché una delle prime pellicole a mettere in discussione il concetto dell’io. Siamo tutto e ogni cosa. Maschere, finzione, ribellione. Come nel caso di Elisabet Vogler, un’attrice teatrale che smette di parlare ribellandosi così al suo ruolo, al mondo e a se stessa. A prendersi cura di lei ci sarà Alma, un’infermiera che deciderà di agire portando Elisabet in una casa al mare. In quello spazio ristretto fatto di silenzi dall’esterno e dall’interno della casa, i confini delle due diverse identità cominceranno ad annullarsi. Le due si fondono, si conoscono parlando – nel caso dell’infermiera – e ascoltando, dunque assorbendo tutte le informazioni.
Elisabet non è più un’attrice. Forse, come suggerisce il film, non lo è perché è stanca di cucirsi addosso un ruolo. Vuole essere tutto e ogni cosa. Ma cosa succede quando la maschera cade? Si scopre la verità quando tutto crolla? È proprio questo l’obiettivo di Persona: chiedersi in che modo l’arte possa mostrare la verità. Due donne, due anime messe in discussione, ma una sola coscienza frammentata che le unisce e le confonde dando vita a una delle più grandi opere d’arte che hanno raccontato il complesso mondo dell’io interiore e il ruolo del cinema in tutto questo.
4) Frances Ha – Noah Baumbach

Brava, ma non troppo. Ti manca tanto così. Tutto bene, ma non straordinario: non c’è frustrazione peggiore di essere abili in qualcosa ma senza mai fare la differenza. La consapevolezza di essere, insomma, dimenticabili e sostituibili. Ed è proprio questa tematica uno dei punti di forza di Frances Ha, la pellicola che racconta la storia di una ballerina talentuosa che scopre quanto il mondo sappia andare veloce lasciandola indietro il più delle volte. 86 minuti strazianti che accompagnano il telespettatore verso una profonda riflessione sulla vita, il talento, l’ambizione, ma anche il bisogno di concretezza. I nostri sogni possono diventare una realtà? E se faticano, possono essere accantonati in nome di qualcosa di più stabile?
Frances Ha, la protagonista dell’omonima pellicola, s’interroga continuamente su tutto questo. Cerca delle risposte e attende che quelle giuste si palesino mentre lei tira a campare come meglio riesce, dividendosi tra sogni labili, instabilità emotiva e un mondo che corre troppo in fretta. Frances non sa descriversi, non sa definirsi. Questa mancata consapevolezza non viene mai condannata nella pellicola, al contrario viene celebrata. Perché a volte non sapere ci porta a esplorare, e così a conoscerci. E quel che ne viene fuori a volte sa essere migliore di qualsiasi certezza.



