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Cosa significa essere Cooper Howard nel tragico mondo di Fallout

Walton Goggins in Fallout

Il mondo di Fallout e cosa significa essere un Ghoul

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Il mondo di Fallout nasce da una contraddizione: un futuro immaginato con l’estetica del passato e distrutto dalle sue stesse promesse. Prima della Grande Guerra, l’America di Fallout viveva immersa in un’illusione di progresso eterno, tecnologia salvifica e benessere garantito. Poi, in pochi minuti, le bombe nucleari hanno spazzato via tutto. Due secoli dopo, ciò che resta è una terra devastata, frammentata in comunità che sopravvivono come possono: i Vault sotterranei, le fazioni militari, i mercanti, i predoni. Nessun ordine vero, solo strutture che cercano di imporsi come tali.

In questo mondo esistono i Ghoul: esseri umani sopravvissuti alle radiazioni, il cui corpo è stato distrutto ma non ucciso. La pelle marcisce, il volto si deforma, il tempo smette di avere un effetto “naturale”. Alcuni di loro perdono la mente, diventando creature ferali. Altri restano lucidi. Coscienti. Immortali, in un certo senso. Ed è qui che nasce il vero dramma: un Ghoul non è un mostro per ciò che è diventato fisicamente, ma per ciò che è costretto a ricordare in un Mondo terrificante come quello di Fallout.


Il Ghoul della serie, The Ghoul, un tempo conosciuto come Cooper Howard, è l’incarnazione di questa condanna. È un uomo che ha vissuto prima della fine e che continua a vivere dopo, portando sulle spalle il peso di due mondi inconciliabili. Capire lui significa capire Fallout: non come universo narrativo, ma come riflessione su cosa resta dell’umanità quando il futuro smette di esistere.

Cooper Howard prima della fine: vivere dentro una bugia rassicurante

credits: Amazon Prime Video

Prima di diventare The Ghoul, Cooper Howard era parte integrante del mondo che sarebbe poi crollato. Attore, volto pubblico, simbolo di un’America sorridente e fiduciosa, Cooper viveva immerso in una narrazione costruita per rassicurare. Il suo lavoro non era solo recitare: era incarnare un’idea. Quella di un Paese che crede nel futuro, nel progresso, nella stabilità come destino naturale. Cooper era il volto pulito di un sistema che aveva bisogno di essere raccontato come solido, affidabile, eterno.

Non era un politico né uno scienziato, non prendeva decisioni strategiche né premeva pulsanti. E proprio per questo è un personaggio profondamente credibile. Come milioni di persone, Cooper era un ingranaggio apparentemente innocuo: faceva il suo lavoro, interpretava un ruolo, contribuiva a mantenere viva un’immagine. Un’immagine che prometteva sicurezza mentre, sotto la superficie, il mondo si preparava alla catastrofe.

La forza del personaggio sta tutta qui. Cooper non è un innocente assoluto, ma nemmeno un colpevole consapevole. È un uomo che crede nel sistema perché è più semplice crederci. Il suo sguardo, prima della guerra, è quello di chi pensa che il peggio sia sempre altrove, che le decisioni davvero pericolose spettino ad altri. È una fiducia delegata, comoda, profondamente umana. Cooper rappresenta chi non nega il rischio ma lo rimanda, lo diluisce e lo affida a qualcun altro.

Ed è proprio questo che rende la sua caduta così potente: Cooper non viene punito per un atto diretto, ma per una lunga serie di non-scelte. Per aver accettato il mondo così com’era, per aver contribuito a renderlo digeribile, per non aver mai rotto davvero la superficie della narrazione in cui viveva.

Sopravvivere alla fine: la memoria come condanna

Quando tutto finisce, Cooper Howard non muore. Sopravvive. Ed è qui che nasce The Ghoul. Ma la vera frattura non è fisica: è morale. Perché sopravvivere, in Fallout, non è una vittoria: è una condanna infinita. Significa dover continuare a esistere quando il mondo che ti ha formato non esiste più. Portarsi addosso il peso di ciò che si è stati, insieme agli errori, alle sconfitte e alle persone che non ci sono più.

La trasformazione in Ghoul non cancella Cooper Howard: lo cristallizza. Lo inchioda per secoli a una memoria che non può essere rimossa. Cooper è costretto a guardare le conseguenze di quel sistema che aveva contribuito a legittimare, anche solo con il silenzio. Ogni città distrutta, ogni civiltà corrotta, ogni forma di brutalità del presente è un’eco del passato che lui ha abitato senza metterlo mai davvero in discussione.

The Ghoul diventa così il collante tra due mondi: non appartiene più al prima, ma non può nemmeno liberarsene. La sua ironia, il suo cinismo, la sua durezza non sono solo strumenti di sopravvivenza: sono difese emotive. Modi per tenere a distanza il rimorso, per non crollare sotto il peso di una colpa che non è individuale, ma collettiva.

Ed è qui che Fallout smette di essere solo un racconto post-apocalittico. Attraverso Cooper Howard, diventa una riflessione sulla responsabilità passiva, su quanto sia facile vivere dentro una bugia rassicurante e quanto sia devastante essere costretti, troppo tardi, a guardarla per quello che era davvero.

Fallout e la profonda performance di Walton Goggins

Walton Goggins regge sulle spalle The Ghoul con una performance che è, senza esagerare, il vero collante emotivo della serie. Il suo lavoro non è mai sopra le righe, eppure è costantemente magnetico. Goggins sceglie la strada più difficile: sottrae invece di aggiungere. Ogni sorriso storto, ogni pausa nel dialogo, ogni sguardo che si perde prima di rispondere racconta più di qualsiasi monologo esplicativo. Il Ghoul funziona perché non viene mai “spiegato”: viene vissuto, incarnato, lasciato filtrare attraverso il corpo e la voce di un attore che sa esattamente quando fermarsi un passo prima.

La cosa più impressionante della sua interpretazione è la convivenza di registri opposti. Goggins riesce a essere spaventoso e fragile nello stesso istante. Cinico, ironico, crudele, ma mai vuoto. Anche nelle scene più violente o sarcastiche, si percepisce sempre un residuo emotivo, una stanchezza profonda che non ha bisogno di essere dichiarata. È come se Cooper Howard fosse sempre lì, sotto la pelle rovinata del Ghoul, a guardare in silenzio ciò che è diventato.

La voce è uno strumento centrale: roca, spezzata, ma incredibilmente controllata. Non è solo un effetto fisico, è una scelta narrativa. Ogni battuta sembra portarsi dietro secoli di disillusione, eppure non scade mai nella caricatura. Goggins evita il rischio più grande del personaggio: trasformarlo in un’icona cool o in un semplice antieroe. Al contrario, lo rende scomodo, spesso respingente, ma sempre autentico.

Il presente come sopravvivenza: The Ghoul e la fine di ogni illusione

Nel presente della serie, The Ghoul è cinico, violento, pragmatico. Non crede più in nulla che non sia immediatamente verificabile. Non ha ideali da difendere né bandiere da seguire. Spara, tratta, uccide se necessario. È facile leggerlo come un classico antieroe post-apocalittico, uno dei tanti prodotti di un mondo che ha smesso di funzionare. Ma fermarsi a questa superficie significa perdere il cuore del personaggio.

The Ghoul non agisce per gusto della violenza. Agisce perché ha smesso di credere che esista un’alternativa reale. Nel suo mondo, ogni gesto di fiducia è una potenziale condanna a morte, ogni legame una vulnerabilità sfruttabile. La sua durezza non è un tratto caratteriale: è una risposta appresa. È il risultato di secoli passati a osservare come le buone intenzioni vengano divorate dalla realtà.

La sua brutalità è una forma di lucidità estrema. The Ghoul ha visto cosa succede quando le persone si affidano a sistemi, promesse, istituzioni. Ha visto come finiscono le grandi narrazioni, quelle che promettevano ordine, progresso, sicurezza. Per questo non si affeziona, non si espone, non spera. La speranza, nel mondo di Fallout, è un lusso che appartiene a chi non ha memoria. Chi non sa cosa succede quando ci si crede troppo.

Ogni sua scelta è guidata da una logica spietata, ma coerente: sopravvivere oggi vale più di qualsiasi ideale domani. Non perché sia giusto, ma perché è l’unica cosa che ha funzionato abbastanza a lungo da tenerlo in vita. In questo senso, The Ghoul non è un ribelle né un eroe: è un sopravvissuto che ha smesso di raccontarsi favole e prendere la vita di petto.

La memoria come ferita aperta: resistere sapendo cosa è stato perso

Eppure, sotto questa corazza di pragmatismo, The Ghoul resta profondamente umano. È qui che il personaggio smette di essere solo efficace e diventa tragico. Ogni battuta sarcastica è una difesa. Ogni distanza emotiva è una ferita che non vuole più riaprire. La sua violenza non nasce dal vuoto, ma dall’eccesso: troppi ricordi, troppe perdite, troppo tempo trascorso a guardare l’umanità ripetere gli stessi errori.

A differenza di chi è nato nel Wasteland, The Ghoul sa cosa è andato perso. Ha vissuto un mondo diverso, imperfetto ma vivo, contraddittorio ma funzionante. Sa che esisteva un’alternativa, che la distruzione non era inevitabile, che qualcuno — forse anche lui — avrebbe potuto fare scelte diverse. È questa consapevolezza a renderlo incapace di “vivere” davvero nel presente.

The Ghoul non vive: resiste. Resiste al tempo, alla degradazione, alla tentazione di smettere di sentire. E questa resistenza continua è ciò che lo consuma più di qualsiasi ferita fisica. Perché ogni giorno è una ripetizione dello stesso fallimento collettivo. Ogni nuovo insediamento che crolla, ogni nuova forma di potere che nasce corrotta, è una conferma di ciò che già sa.

In The Ghoul, Fallout trova il suo personaggio più onesto: qualcuno che non cerca redenzione, ma nemmeno la nega. Qualcuno che non spera, ma ricorda. E nel mondo di Fallout, ricordare è forse l’atto più doloroso di tutti.

Il collante tra passato e futuro

Fallout e la crudele umanità del Ghoul

The Ghoul è il personaggio che tiene insieme i due poli emotivi della serie. È la linea di sutura tra ciò che il mondo era e ciò che è diventato. Da un lato c’è Lucy, che incarna l’ingenuità, la fiducia nelle regole, la speranza che esista ancora una morale condivisa capace di dare senso al caos. Dall’altro ci sono figure come Maximus, che cercano rifugio nell’ordine, nella forza, nella struttura imposta come unica risposta possibile al collasso. The Ghoul sta in mezzo. Non perché sia indeciso, ma perché ha già attraversato entrambe le illusioni.

Con Lucy è duro, spesso crudele. Non per cattiveria, ma per paura. In lei rivede se stesso prima della caduta: la fiducia delegata, la convinzione che esistano confini morali stabili, l’idea che basti rispettare le regole per essere al sicuro. Sa dove porta quella visione del mondo. Sa che verrà spezzata. E forse la sua durezza è un tentativo disperato di accelerare quel processo, di farle meno male possibile togliendole l’illusione prima che sia il mondo a farlo.

Con il Wasteland, invece, The Ghoul è spietato perché conosce il prezzo della pietà. In un sistema rotto, la compassione non è sempre una virtù: a volte è una condanna. Chi esita muore. Colui che si espone viene sfruttato. Chi prova a essere migliore del mondo che lo circonda finisce schiacciato. The Ghoul non giustifica questa realtà, ma la accetta come dato di fatto. E agisce di conseguenza.

Fallout: restare umani quando il mondo non lo è più

Fallout

Alla fine, la domanda non è se The Ghoul sia ancora umano. La domanda è quanto dolore serva per restarlo. In Fallout, l’umanità non è una questione biologica, né morale in senso astratto: è una scelta quotidiana, fragile, mai garantita. The Ghoul la compie ogni volta che decide di non diventare ferale. Ogni volta che conserva memoria. Ogni volta che, nonostante tutto, resta.

Restare è l’atto più difficile di tutti. Andarsene, dimenticare, perdere la mente sarebbe più semplice. Sarebbe una forma di sollievo. Ma restare significa guardare il mondo per quello che è diventato, senza più illusioni, senza più alibi, e continuare comunque a camminare dentro di esso. The Ghoul non è sopravvissuto perché più forte o più intelligente degli altri: è sopravvissuto perché ha accettato di convivere con il peso della memoria.

La sua umanità non è fatta di buone azioni, né di scelte eroiche. È fatta di resistenza interiore. Di una coscienza che non si spegne del tutto. Anche quando uccide, anche quando è crudele, The Ghoul non agisce mai in modo automatico. Non è mai vuoto. Ogni gesto porta con sé una consapevolezza. Ed è questa consapevolezza, dolorosa e incessante, a separarlo dai ferali più di qualsiasi farmaco o condizione fisica.

Nel mondo di Fallout, diventare ferale non è solo una mutazione del corpo: è una resa emotiva. È il momento in cui il dolore diventa troppo e la mente sceglie di smettere di sentire. The Ghoul, invece, continua a sentire. Anche quando non vorrebbe. Anche quando lo distrugge.

Una cicatrice vivente per lo spettatore adulto di Fallout

In questo senso, The Ghoul è il personaggio più vicino allo spettatore adulto. A chi ha smesso di credere nelle promesse facili. Chi ha visto crollare sistemi, ideologie, certezze personali. A chi sa che il mondo non funziona come dovrebbe, ma continua comunque a viverci dentro. Non con entusiasmo, forse, ma con lucidità.

The Ghoul non offre speranza nel senso tradizionale del termine. Non promette un futuro migliore. Non incarna una rinascita. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più onesto: rappresenta la possibilità di non mentire più a sé stessi. Di accettare la complessità, la perdita, il fallimento, senza smettere di esistere come individui.

Non è un eroe, perché non salva. Non è un simbolo, perché non ispira masse. È una cicatrice vivente. Un segno lasciato da ciò che è stato e da ciò che non potrà più essere. Ma le cicatrici, per definizione, raccontano una sopravvivenza. Raccontano che qualcosa ha ferito, ma non ha ucciso.

Ed è per questo che The Ghoul è il cuore emotivo di Fallout. Non perché rappresenti ciò che l’umanità dovrebbe diventare, ma perché incarna ciò che l’umanità rischia di perdere. La capacità di ricordare. Di scegliere. Di restare presenti anche quando sarebbe più facile scomparire.

In un mondo che premia l’oblio e la brutalità, The Ghoul resta. E nel suo restare, imperfetto e doloroso, ci ricorda che l’umanità non è una condizione stabile, ma un atto di resistenza continua.

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