Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler importanti su Étoile.
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E allora rischiano davvero tutte. Così ha pensato più di qualcuno alcune settimane fa, quando è giunto all’improvviso un annuncio che pochissimi avevano visto arrivare: Étoile, la nuova serie tv di Amy Sherman-Palladino e del marito Daniel Palladino, è stata cancellata dopo una sola stagione. Non ci sarebbe niente di spiazzante, di base: il mondo della tv sta attraversando una fase importante di spending review e sono sempre più numerosi i tagli istantanei dei titoli che non sono capaci di intercettare immediatamente un pubblico importante. Questa, però, è una storia a parte: Prime Video, infatti, aveva approvato lo sviluppo di due stagioni, non una. Un rinnovo implicito, smentito però dai fatti: i dati insoddisfacenti delle prime settimane dalla messa in onda, combinati con gli alti costi della produzione, hanno portato all’amara decisione.
Niente da fare, allora, per una delle serie tv più ambiziose del 2025. Parliamo, d’altronde, di autori che hanno dato vita a successi eccezionali del calibro di The Marvelous Mrs. Maisel e Gilmore Girls, unendo in entrambi i casi un’evidente qualità autoriale a un successo di massa trasversale.
Invece no: Étoile ha conosciuto la stessa sorte toccata a Bunheads, un’altra serie tv dei Palladino ambientata nel mondo del balletto, cancellata prematuramente pur essendo stata apprezzatissima dalla critica e dal (poco) pubblico che aveva deciso di crederci.
Perché sì: questa è una storia simile. Al di là dei limiti strutturali palesati nel corso della prima stagione – ci arriveremo – Étoile si era distinta per una qualità notevole sul piano della scrittura di dialoghi, personaggi e situazioni. I Palladino nel loro prime, ancora una volta. Ciò, però, non è stato sufficiente per dare loro una seconda chance: la serie tv entrerà a far parte dei principali rimpianti televisivi di molti telespettatori. E la sua cancellazione dice molto sul momento che sta attraversando il piccolo schermo.

Amy Sherman-Palladino aveva evocato così gli spettri della cancellazione, quando la situazione era ancora in stallo.
“Quando parlano di un rinnovo biennale, non lo intendono sul serio. Intendono un anno e poi vedremo chi lavora ancora in Amazon quando arriverà il secondo anno, che verrà approvato. Quindi, per ora, non c’è ancora un rinnovo per una seconda stagione. Quindi quello che voglio dire è che se volete Étoile, per favore andate a casa e comprate un sacco di carta igienica su Amazon. So che ad Amazon piace vendere carta igienica. Quindi se guardate Étoile e andate a comprare 40.000 pezzi di carta igienica, diranno: ‘Wow, guardate tutta la carta igienica che vendiamo quando la gente guarda Étoile ‘. E poi forse avremo una seconda stagione”. L’ironia è quella di sempre: purtroppo, però, la “carta igienica” acquistata dagli utenti non è stata sufficiente per salvare la serie.
Ciò sviluppa due aspetti, fondamentali: da una parte, sembra che i rinnovi multipli di Prime Video possano essere virtuali e non effettivi – secondo quanto sostiene lei almeno, e i fatti le hanno dato ragione – non dando agli autori le garanzie che una modalità del genere dovrebbe offrire: possibilità di programmare con tranquillità e senza eccessive frenesie, garantendo lo sviluppo armonico del prodotto con le premesse per una serie più soddisfacente e senza troppi tempi d’attesa tra una stagione e l’altra.
Se però il rinnovo preventivo è tale con un asterisco, tutto ciò viene meno. E soprattutto: le uniche ragioni sono quelle dei numeri.
I voli pindarici della prima era dello streaming televisivo sono finiti: va avanti solo quello che funziona davvero, al di là della bontà del racconto. Con ogni probabilità, pochi hanno messo in discussione le potenzialità qualitative espresse ed esprimibili da Étoile, ma siamo entrati in una fase in cui la qualità non basta più, affatto. Sempre per rimanere in casa Amazon, per dire, La Ruota del Tempo è stata cancellata dopo aver portato a casa la sua stagione migliore. Se però un bel prodotto non raccoglie un grande pubblico, gli investimenti ingenti necessari per serie del genere non sono più giustificati.
L’era della prestige tv è alle spalle: molte delle serie che hanno dominato gli anni della golden age, acclamate dalla critica ma non sempre premiate dal pubblico, rischierebbero oggi di fare la stessa fine. Parlano solo i numeri, ormai, e devono parlare al più presto: poche settimane e si rischia di cadere nell’oblio. Anche quando si ha a che fare con titoli che avrebbero molto da dire agli Emmy o ai Golden Globe.
Fin qui, la triste realtà dei dati e delle logiche algoritmiche. Ma ora dobbiamo rispondere a una domanda chiave: Étoile era davvero così bella?
Risposta breve: sì, lo era. Non un capolavoro, ma ben al di sopra della media attuale. I Palladino hanno tirato fuori una serie palladiniana nel midollo: hanno realizzato un’eccezionale lettera d’amore al mondo del balletto con le caratteristiche di sempre.
- I dialoghi sono uno dei marchi di fabbrica più riconoscibili della scrittura palladiniana, e in Étoile tornano in tutta la loro vitalità: veloci, arguti, colti, carichi di riferimenti culturali, teatrali, musicali, filosofici. Non si limitano a veicolare l’informazione narrativa, ma creano ritmo, creano mondo. Immergono lo spettatore in un vortice verbale che richiede attenzione, ma ripaga con brillantezza. Ogni battuta sembra costruita per essere ricordata o interrotta da un sorriso ironico. E sì, i Palladino danzano sulle parole. Perdonateci per il gioco di parole: è inevitabile.
- Il cast è all’altezza del materiale, e in alcuni casi lo trascina a nuove profondità. Lou de Laâge è magnetica, a tratti eterea e spigolosa, e riesce a incarnare in pieno quella tensione tra eleganza e dolore che attraversa tutta la serie. Luke Kirby, invece, firma una delle sue prove migliori: empatico, teatrale ma credibile, è la voce narrante dell’anima della serie. Citiamo loro, ma avremmo potuto fare tanti altri esempi: intorno, ruotano personaggi ben diretti che riescono a passare dal tono leggero alla tragedia senza perdere naturalezza.
Non è tutto, affatto.
- L’estetica è notevole: Étoile è una serie visivamente splendida, ma mai compiaciuta. La Parigi che racconta è malinconica, imbronciata, decadente. I teatri, le accademie, gli interni borghesi sembrano sempre sul punto di crollare, trattenuti solo dalla grazia dei corpi in movimento o dal peso della memoria culturale che ancora alberga in quelle stanze. Ma accanto a questa bellezza c’è sempre qualcosa che la insidia: il potere politico impacciato, grottesco, che cerca visibilità attraverso l’arte ma ne fraintende il senso. C’è poi il magnate cinico e volgare, che arriva a “salvare” un teatro solo per riempire un vuoto d’immagine o di coscienza.
C’è qualcosa di tragicamente attuale in tutto questo: l’arte come campo di battaglia tra spinte contrarie, tra chi la vive come necessità e chi la usa come vetrina. Il tutto restituito con una regia curata, un gusto pittorico per la composizione e un tono malinconico che sa essere sia elegiaco che ironico. È un malinconico passo a due tra opposti che si attraggono e si contrappongono: l’alto e il basso, la cultura e il denaro, il baratro e la bellezza.
- C’è, infine, un’urgenza tematica che tiene tutto insieme. Étoile non parla solo di balletto: parla della morte lenta e inesorabile dell’arte in un’epoca che la misura in click e tabelle di engagement. E lo fa con poesia, con intelligenza, senza appoggiarsi a troppi monologhi o a stucchevoli spiegoni. È nel modo in cui si guarda un palco vuoto, o si osserva un ballerino ferito che rientra in scena per necessità, non per orgoglio. È un messaggio che si fa corpo, gesto, atmosfera. E che culmina in quella frase lucida e disperata di Cheyenne: “Signore e signori, le arti stanno morendo. E quando l’arte muore, muore anche l’umanità”.

Poi sì, è chiaro: sarebbe un errore sostenere che tutto sia andato per il meglio.
La prima stagione di Étoile ha le qualità di una grande serie, ma porta con sé anche qualche squilibrio che ne ha forse compromesso la capacità di coinvolgere un pubblico più ampio. Il principale limite è nella quantità: di spunti, di linee narrative, di registri espressivi. I personaggi sono molti, ed è un merito che riescano quasi tutti a emergere con una voce propria — ma la densità complessiva rischia a tratti di soffocare il respiro della narrazione. Ogni episodio è carico, stratificato, a volte sovrascritto.
L’impressione è che si sia voluto inserire troppo, troppo presto, quasi a voler bruciare tutte le cartucce per paura di non avere un’altra occasione (e, alla fine, così è stato). Il tono, poi, non è sempre in equilibrio: il grottesco si affaccia spesso, così come una teatralità spinta che in alcuni momenti sconfina nell’eccesso. Non è un difetto assoluto, ma un rischio calcolato che può disorientare. È una serie profondamente palladiniana, anche nelle sue idiosincrasie, ma forse più chiusa su se stessa rispetto a The Marvelous Mrs. Maisel o Gilmore Girls: meno conciliante, più rarefatta, più difficile da seguire se non si è già in sintonia con la loro lingua.
Ciò giustifica la cancellazione? No, al massimo la rende più comprensibile. E ci lascia con un rimpianto ulteriore: la storia di Étoile ha finito per ricalcare uno dei temi portanti della serie.
Nei tempi bui, l’arte è un appiglio fondamentale. Ma l’arte, oggi, deve sottostare ai numeri. Ai dati. Alle algide considerazioni del mercato, insensibile nei confronti di quella che dovrebbe essere un’ancora di salvezza per tutti noi. Intervistati da Decider, l’avevano sottolineato anche due dei principali protagonisti della serie, i già citati Luke Kirby e Lou de Laâge: “È una bella sensazione. È una cosa importante, molto importante. Credo sia vitale ora”, aveva detto Kirby prima della première della prima stagione. “Penso che sia meraviglioso far parte di una serie che parla di credenti”, ha aggiunto de Laâge. “Non si tratta del lato brutto dell’umanità. Si tratta del lato bello dell’umanità e di come l’arte possa cambiare la vita e creare uno scopo nella vita. Credo che abbiamo già abbastanza serie e film sul lato oscuro”.
Da qui, l’amara chiusura del pezzo di Decider sulla cancellazione della serie: “Alla fine, i dirigenti di Prime Video hanno inconsapevolmente dimostrato quanto una serie come Étoile sia necessaria. Il tema centrale della serie, ovvero la salvaguardia delle arti, deve continuare, con o senza una seconda stagione“. Siamo dalla loro parte: Étoile è una serie imperfetta che avrebbe avuto bisogno di nascere in un’altra epoca per potersi esprimersi al meglio. Per diventare grande, fino in fondo. Incarnava la speranza che la grande serialità potesse parlare all’arte, alla danza e a un pubblico selezionato — in modo raffinato e vero.
La scelta di cancellarla così presto ribadisce un’unica verità: se non c’è un boom immediato non c’è tempo. E spesso non c’è possibilità. Per progetti come questo, il tempo non è un lusso: è la condizione essenziale. A meno che qualcuno non decida di darle una seconda vita in futuro: non sarà semplice, ma non vogliamo smettere di crederci.
Antonio Casu


