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Arrivare alla quinta stagione di Emily in Paris significa arrivare a un punto di non ritorno. Non perché la serie rischi la cancellazione o il tracollo creativo, ma perché ormai è completamente chiaro cosa la serie sia diventata e, soprattutto, cosa non abbia mai voluto essere. Emily in Paris 5 su Netflix, ambientata per la prima volta in modo stabile fuori da Parigi, segna un passaggio che sembra promettere rinnovamento, ma che in realtà finisce per ribadire con forza la natura profondamente conservativa dello show di Darren Star. Un prodotto che cambia pelle solo in superficie, mentre sotto continua a riproporre la stessa struttura narrativa, gli stessi conflitti e la stessa idea di mondo.
Il trasferimento di Emily a Roma viene presentato come una svolta: nuovo ufficio, nuovo paese, nuovo interesse amoroso, nuova possibilità di lasciarsi alle spalle il caos sentimentale parigino. Ma Emily in Paris 5 dimostra fin dai primi episodi che il cambiamento geografico non corrisponde a un vero cambiamento drammaturgico. Roma diventa rapidamente ciò che Parigi era stata prima. Uno sfondo idealizzato, una scenografia estetica più che un luogo narrativo, una cartolina glamour priva di peso reale sulle dinamiche della protagonista. La città non trasforma Emily, non la mette realmente in crisi, non la costringe a rinegoziare la propria identità. Al contrario, è Emily che si impone sul contesto, adattandolo a sé con la stessa leggerezza e invulnerabilità che da sempre caratterizza il personaggio.

Qual è il limite più evidente di Emily in Paris 5?
Emily Cooper è ormai una protagonista impermeabile all’esperienza. Tutto le accade intorno, ma nulla sembra davvero attraversarla. Cambiano gli uomini, cambiano i colleghi, cambiano le città, ma Emily resta sempre uguale a se stessa. La serie continua a suggerire una crescita, professionale, sentimentale, emotiva, senza mai metterla realmente in scena. Ogni potenziale conflitto viene risolto in tempi rapidi, ogni errore viene assorbito senza conseguenze, ogni crisi viene trasformata in opportunità. È una narrazione che rifiuta deliberatamente il fallimento come momento trasformativo, scegliendo invece una visione del mondo rassicurante, in cui il talento, il sorriso e la determinazione bastano sempre.
Questo approccio divide profondamente pubblico e critica. Da un lato, c’è chi vede in Emily in Paris 5 la conferma di una stanchezza strutturale. Pertanto, una serie che si ripete, che ricicla i propri triangoli amorosi, che sembra incapace di portare davvero a termine un arco emotivo. La relazione con Marcello, per esempio, appare elegante, seducente, perfettamente inserita nell’estetica romana della stagione, ma priva di una reale profondità. È un amore funzionale, più che necessario. Serve a dimostrare che Emily può andare avanti, ma non a raccontare cosa significhi davvero farlo. Gabriel continua a esistere come fantasma narrativo, come irrisolto permanente che la serie non ha il coraggio di affrontare fino in fondo, preferendo tenerlo in sospeso come garanzia di futuro drama (qui la classifica delle migliori serie drama).
Una compagine di spettatori ha un’opinione diversa
Inevitabilmente, c’è un pubblico che difende con convinzione proprio questa immobilità narrativa. Per molti spettatori, Emily in Paris non è una serie che deve crescere o maturare, ma un rituale. Un appuntamento con un mondo riconoscibile, stilizzato, in cui tutto è bello, tutto è possibile e nulla è davvero irreversibile. In questo senso, la quinta stagione funziona perfettamente: non tradisce le aspettative, non rompe il patto con chi guarda, non si avventura in territori che potrebbero snaturare il tono. È una serie che sa esattamente cosa offrire e lo fa senza esitazioni.
Tra le altre qualità, poi, dal punto di vista estetico Emily in Paris 5 resta un prodotto estremamente consapevole. La moda continua a essere uno dei linguaggi principali della narrazione, non come semplice ornamento, ma come strumento identitario. Il passaggio a Roma porta con sé un’evoluzione visiva. Notiamo abiti più teatrali, colori più caldi, una sensualità più esplicita rispetto al rigore parigino delle stagioni precedenti. Ma anche qui, la bellezza non è mai problematica. Non mette in discussione, non racconta conflitti sociali o culturali, non si sporca mai. È una bellezza (ecco gli attori belli ma sottovalutati) pensata per essere consumata, condivisa, ammirata, non interrogata.

La critica accoglie Emily in Paris 5 con tiepida accettazione
Non mancano le stroncature, soprattutto sul piano della scrittura e della costruzione dei personaggi, ma prevale una lettura ormai disincantata. Emily in Paris 5 viene giudicata per ciò che è, non per ciò che potrebbe essere. Ed è forse questo il dato più interessante. Dopo cinque stagioni, la serie non è più al centro di un dibattito sulla sua superficialità o sul suo uso di stereotipi. Questi elementi sono diventati parte integrante della sua identità. La discussione si è spostata su un piano più meta-televisivo, legato alla serialità contemporanea e alla sua capacità di durare senza trasformarsi.
In definitiva, Emily in Paris 5 sembra accettare fino in fondo la propria natura di serie che non vuole evolvere, ma durare. Così, lo show continua a funzionare perché non chiede nulla allo spettatore se non di lasciarsi trasportare. Non pretende attenzione emotiva profonda, non mette in discussione, non destabilizza. Offre una fantasia patinata in cui il mondo resta sempre accogliente, anche quando cambia lingua, skyline o guardaroba (qui le serie con i migliori guardaroba). Che questo basti ancora a lungo dipenderà non dalla capacità di reinventarsi, ma dalla disponibilità del pubblico ad abitare, ancora e ancora, la stessa fantasia. Una fantasia che, stagione dopo stagione, perde spessore, ma non smette di brillare.




