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Come vi abbiamo anticipato in un recente articolo, il 10 febbraio su Netflix è approdata E.R. Colei che ha aperto la strada al genere del medical drama mostrando sul piccolo schermo le gioie e i dolori del Policlinico Universitario di Chicago. Il pronto soccorso più famoso del mondo ha accolto stelle nascenti come George Clooney, insieme ad attori ai tempi giovanissimi ma che sono invecchiati meravigliosamente bene tanto quanto lo show che li ha fatti conoscere a livello internazionale. Stiamo pensando a Noah Wyle, naturalmente, e al successo che la serie The Pitt (per la quale è produttore esecutivo, sceneggiatore e attore) sta assaporando dal momento della sua messa in onda.
Ma se volessimo fare un bilancio onesto e obiettivo, cosa ci rimane – oggi – del medical anni ’90? Partiamo da coloro che in quel decennio non erano ancora nati o erano piccolissimi. Per questo gruppo la prima stagione di E.R. (era il 1994) potrebbe risultare lievemente “vintage”, grazie all’assenza dei cellulari e di tutte quelle tecnologie che ora ci sembrano così scontate e necessarie. La Generazione Z, tramite la fruizione dei 331 episodi della serie, avrà il privilegio di intraprendere un viaggio nel tempo e di vederne i cambiamenti da un punto di vista inedito. Quello di coloro che non hanno vissuto quegli anni ma li hanno solo sentiti raccontare dai fratelli maggiori o dai genitori, con tanto di occhioni lucidi e bruciante nostalgia.
Difatti una delle caratteristiche più lodevoli di E.R. è quella di aver saputo raccontare la sua epoca con estrema lucidità e, allo stesso tempo, di aver saputo essere lungimirante, innovativa, maledettamente sincera. E.R. è come quei libri che si possono leggere a 15, 30, 40 o 65 anni. Poco importa, perché avrà sempre qualcosa da raccontare. Un particolare che sta dentro all’universale e viceversa. Una storia che è nostra ma anche degli altri. Di tutti gli altri. Dal fornaio che sta impastando il pane alle tre di notte, all’insegnante che sta correggendo i compiti di quinta elementare. O al medico che ha appena finito il turno e sta tornando a casa su di una metropolitana sporca e vociante. Piena di vita come il pronto soccorso che si è appena lasciato alle spalle.

Il Dr. Kovac, croato fuggito dalla Guerra dei Balcani ed emigrato negli Stati Uniti, porterà con sé il pezzo di quella tragedia storica. Il Dr. Carter, rampollo di una ricchissima famiglia aristocratica di Chicago, mostrerà le mille facce contradditorie del denaro. Il Dr. Benton, afroamericano e chirurgo ambizioso, porrà all’attenzione dello spettatore le regole arbitrarie della violenza tra gang. Ogni personaggio di E.R. – ogni dottore, infermiere e paziente – è un tassello di un puzzle che una volta completato raffigura la storia incredibilmente emozionante delle persone comuni. Tanti volti posizionati uno accanto all’altro. Ogni volto è una vita. Ogni vita è dignità. Questo è stato e continua a essere il messaggio più rilevante delle quindici stagioni della serie.
Inoltre, durante la recente intervista rilasciata da Noah Wyle a Che Tempo Che Fa, l’attore ha ricordato come E.R. abbia influenzato positivamente gli studenti dell’epoca. Il coinvolgimento emotivo di questi ragazzi infatti fu così potente che finirono con il prendere l’importante decisione di iscriversi a medicina. E non a una specializzazione qualsiasi bensì a quella della medicina d’emergenza, così spesso ingiustamente bistrattata ed evitata. Un obiettivo che l’attore americano si è posto anche con il progetto di The Pitt. Accendere il riflettore sui limiti del sistema sanitario statunitense, sulle carenze che sono aumentate e che si sono accentuate a seguito del periodo pandemico. Riuscire ancora una volta a far appassionare i giovani spettatori a una professione dura e faticosa ma altrettanto appagante. Esattamente come fece lo show del ‘94.
E.R. in questo senso rappresenta la cara vecchia insegnante che qualcuno di noi ha avuto nel corso degli anni della scuola. Una signora carismatica, appassionata, intraprendente, che ha saputo essere pionieristica nella propria materia. Una guida che “ci ha lasciato qualcosa” e che ricordiamo con affetto anche tanto tempo dopo la fine del nostro percorso scolastico. E così arriviamo a noi. A quelle generazioni che negli anni ’90 erano bambini spensierati, adolescenti indecisi e innamorati, adulti affaccendati tra lavoro e famiglia. Noi eravamo lì, davanti alla tv con i cugini, le mogli e i mariti, i nonni, mentre E.R. metteva davanti ai nostri occhi argomenti quanto mai attuali.

E.R. ci ha raccontato l’eutanasia, il mobbing, il diritto all’aborto, la disabilità, la malattia mentale, senza mai essere forzatamente moralista. Tra le corsie del pronto soccorso di Chicago tutto accadeva in modo naturale, spontaneo, non programmabile. In una parola: realistico. Quello stesso realismo che l’odierna The Pitt ha saputo assimilare con maestria, riconvertendolo in chiave più personale e perfettamente distinguibile dai medical drama succeduti a E.R.
Quindi ora non resta che rivolgerci a voi, cari lettori e lettrici che state leggendo queste righe. Il nostro consiglio è quello di buttarvi a capofitto in questa serie tv e di commuovervi senza remore di fronte ai casi più toccanti e all’altruismo incondizionato dei protagonisti. In un contesto sociale dominato dal virtuale, E.R. vi riporterà al contatto umano, al calore di una chiacchierata dentro a una tavola calda, all’amicizia vissuta sotto a un canestro da basket posto all’entrata di un edificio come tanti, in una città come tante.
Quello spiazzo grigio, a volte ricoperto da centimetri di neve candida, davanti alle porte di un pronto soccorso appeso all’orizzonte, dove la notte e il giorno si baciano turno dopo turno. Un luogo dove milioni di persone – ieri, oggi e domani – transiteranno per lasciare un pezzo di sé. Proprio lì, all’interno del Policlinico Universitario di Chicago, come all’interno di qualsiasi ospedale del mondo.






