Ci troviamo all’interno di un pronto soccorso. Fuori nevica e la sala d’attesa è calda, affollata e rumorosa. I telefoni del banco dell’accettazione continuano a squillare mentre un inserviente cerca disperatamente di fare un po’ d’ordine tra le cartelle dei pazienti. Un giovanissimo tirocinante in camice bianco inamidato e nuovo di zecca è in piedi da mezz’ora, proprio lì accanto al triage, in attesa di essere assegnato a un supervisore e di prendere in carico il primo paziente della sua vita. È preoccupato ed emozionato.
Lungo il corridoio, poco più in là, in una delle sale emergenza, un padre affetto da una rara malattia cardiaca viene assistito tutta la notte da un medico con gli occhiali, dall’aria gentile e paziente. Nella stanza accanto, un bambino con un attacco d’asma viene cullato da un’infermiera, mentre il pediatra di turno, affascinante e preparato, cerca di curarlo come può, nonostante la famiglia del bambino non abbia un’assicurazione sanitaria. In lontananza il suono delle sirene di un’ambulanza si avvicina sempre di più. Un pirata della strada ha investito una signora anziana che probabilmente dovrà essere operata. Ad attenderla c’è uno specializzando in chirurgia dal carattere deciso e risoluto. La tranquillizza. Andrà tutto bene.

Siamo a Chicago ed è il 1994. La serie televisiva che ha creato un intero genere, quello del medical drama, viene trasmessa per la prima volta negli Stati Uniti, approdando in Italia nel 1996. Stiamo parlando di E.R. Medici in prima linea (ne abbiamo scritto anche qui), dove l’acronimo E.R. sta per “Emergency Room”, pronto soccorso. Proviamo per un attimo a pensare a cosa sarebbe stata la televisione senza E.R. Alcune serie tv probabilmente non esisterebbero, come Grey’s Anatomy o Dr. House – Medical Division, per fare due esempi. E nemmeno Scrubs. Forse persino George Clooney non sarebbe diventato la star di Hollywood che è oggi.
È un dramma corale con un cast stellare dove, accanto allo stesso Clooney, troviamo, per citarne alcuni, Julianna Margulies nei panni dell’infermiera Carol Hathaway, Anthony Edwards (l’indimenticabile Goose di Top Gun)nel ruolo del Dr. Mark Greene, Noah Wyle come Dr. John Carter, William H. Macy (Frank Gallagher di Shameless!) come Dr. Morgenstern. E poi nelle stagioni successive, Maura Tierney (infermiera Abby Lockhart), John Stamos (Dr. Tony Gates), Mekhi Phifer (Dr. Greg Pratt, ma ve lo ricordate come David “Future” Porter in 8mile?). Inoltre, all’interno di alcune puntate hanno recitato attori del calibro di Ray Liotta, Lucy Liu, Susan Sarandon e James Belushi, e persino il regista Quentin Tarantino ne ha diretto un episodio (“Maternità” – stagione 1).

Ma i veri protagonisti del Policlinico Universitario di Chicago sono i pazienti e le loro malattie, dietro alle quali, però, c’è la storia di ogni singola persona, che potrebbe benissimo essere la storia di ognuno di noi, o di un nostro famigliare, di un amico o di un’amica. Perché E.R. è così: ti accarezza e ti prende a pugni presentandoti un’umanità reale, viva, a volte tenera, a volte cruda, a volte ingiusta, così da coinvolgere lo spettatore in un vortice di emozioni contrastanti. Guardando E.R. si piange, si ride, si spera, ci si indigna. Si entra a far parte di un microcosmo che non è nient’altro che la rappresentazione in piccolo del mondo che ci circonda. È la vita. Ed il messaggio che arriva nelle case delle famiglie anni ‘90 è incredibilmente profondo, puro e semplice: non c’è cosa più bella che aiutare il prossimo, come si può, con i propri limiti e i propri punti di forza.
Gli stessi medici e infermieri protagonisti della serie sono umani, devono affrontare i propri problemi personali oltre a quelli professionali, cercando di compiere la scelta giusta al momento giusto, con spesso delle implicazioni etiche o di critica politica e sociale non facili da risolvere. E.R. affronta tematiche importanti come quelle dell’aborto, della malattia mentale, della povertà e la conseguente inacessibilità alle cure, del suicidio, dell’alcolismo e della tossicodipendenza. Affronta il tema dell’eutanasia, in una serie di episodi che vedono coinvolto principalmente il Dr. Ross (George Clooney). E ancora, nelle ultime stagioni, il tema della guerra e degli attentati, della mancanza di cure in alcune zone del mondo, del volontariato (negli episodi dedicati al Congo e al Darfur). In questo modo lo spettatore viene invitato a riflettere, a creare un dibattito, a prendere una posizione, che a volte può assumere la forma di un compromesso.

Ma c’è ancora di più.
E.R. è stata una delle serie più lunghe della storia (15 stagioni e 331 episodi). È stata una proficua vincitrice di premi: 156 riconoscimenti tra Emmy Awards, Golden Globe, Peabody Award, SAG Award e così via. La serie inoltre, va ricordato, ha visto coinvolti nella sua creazione, e successo, il suo creatore Michael Crichton e i produttori Steven Spielberg tramite Warner Bros e John Wells (produttore anche di Shameless). Nel 2000 la Mindscape ne ha fatto persino un videogioco per PC intitolato proprio E.R. Medici in prima linea.
E.R. quest’anno compie trent’anni ma se doveste decidere di rivederla, vi accorgereste che non è invecchiata di un giorno. Rimane fresca ed emozionante, tenendovi incollati allo schermo come la prima volta. Ha quindi resistito allo scorrere del tempo? Assolutamente sì.
Cos’altro dire…E.R. ha fatto la storia della televisione e quindi non possiamo che augurarle buon compleanno per questi trent’anni portati benissimo.






