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Night Stalker – Il Diavolo nella città degli angeli

Night Stalker
Night Stalker

Ultimamente Netflix sta sfornando docuserie di altissimo livello: Night Stalker è l’ultima arrivata. Lo scorso dicembre sono uscite Lo Squartatore (qui trovate la nostra recensione), sul serial killer che tra il 1975 e il 1980 uccideva le donne nel West Yorkshire, e SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, il lucido e doloroso racconto della storia della comunità di San Patrignano, la più grande cominità per il recupero dei tossicodipendenti d’Europa (vi abbiamo raccontato quanto ci è piaciuta qui).

Ora la piattaforma, che ha sempre avuto una certa vocazione nel raccontare storie maledette, bissa il successo ottenuto con Lo Squartatore raccontando la storia del suo corrispettivo americano: il Night Stalker, il serial killer che trasformò l’estate del 1985 di Los Angeles in mesi di orrore e morte.

I detective Gil Carrillo e Frank Salerno sono i nostri Dante e Virgilio nella discesa all’inferno che fu quell’estate maledetta: un’estate da far bollire il cervello, con temperature che arrivarono a 47 gradi. Due detective che non potrebbero essere più diversi ma che, per quella strana regola che serie come True Detective ci hanno insegnato, non potrebbero funzionare meglio insieme. Uno, Gil Carrillo, messicano, gioviale, grosso e rassicurante come un orsacchiotto di peluche: l’altro, Frank Salerno, italoamericano tutto d’un pezzo, poche parole e molti fatti, imperturbabile faccia da poker.

Night Stalker racconta l’impresa di catturare un serial killer che pareva imprendibile: in primis per il suo modus operandi, del tutto inusuale nella letteratura criminale. Entra in casa delle persone, le uccide nei modi più disparati, violenta le donne: ma aggredisce anche bambini e bambine che però non uccide. Proprio questa dissociazione nel comportamento disorienta inizialmente la squadra chiamata a dargli la caccia, che deride le teorie di Gil Carrillo, il primo a sostenere che i crimini siano compiuti dalla stessa mano. Frank Salerno, la star della polizia di Los Angeles, crede in lui e dà al giovane detective la grande occasione: lavorare fianco a fianco a una leggenda.

Sarà l’inizio di una collaborazione che porterà i due detective sempre più nel fondo dell’abisso, dove la determinazione nel catturare il killer sconfina nella paranoia e nell’ossessione.

Night Stalker sceglie la forma più classica della docuserie crime: il racconto diretto da parte dei protagonisti, i detective e alcune delle vittime e dei sopravvissuti, ma la condisce con una venatura cinematografica che conferisce alla serie un aspetto elegante. Le inquadrature sono curate, alcuni inserti visivi sono un tocco di classe e raffinatezza nella narrazione. Lo scopo della serie è ricreare la realtà ammantandola di eleganza, privilegiando le ricostruzioni ai filmati originali. Diversamente da Lo Squartatore, in cui ci immergiamo a fondo nell’atmosfera cruda e sgranata dell’Inghilterra anni Settanta, in Night Stalker abbiamo l’impressione di aver assistito a una splendida serie tv, trasportati da un montaggio elegante e curato.

Night Stalker ci presenta tutti i comportamenti rituali degli investigatori: dai più conosciuti a quelli inconfessabili. I protagonisti ci parlano da un luogo che chiunque abbia un po’ di familiarità con le serie crime non faticherà a riconoscere: il classico bar da poliziotti, con il bancone alto, le luci soffuse, tanto alcool con cui affogare le ansie e baristi che non fanno domande. Proprio le conseguenze psicologiche di indagini così complesse, così impegnative e così terrificanti è l’aspetto forse più interessante di Night Stalker. Gil Carrillo e Frank Salerno si raccontano senza filtri: della loro sindrome da burnout, della difficoltà di conciliare famiglia e lavoro, di quanto sia facile scivolare nell’alcool quando sei circondato dall’orrore, notte e giorno.

Per questo la cattura del killer arriva come un sollievo non solo per loro all’epoca, ma anche per noi ora, frastornati da un’impressionante conta di vittime, concentrate tutte in pochi mesi. L’attesa perché il testimone chiave riveli il nome dell’assassino ai poliziotti di San Francisco, dove è appena arrivato a seminare il panico, è forse uno dei momenti migliori della serie per la dovizia di particolari con cui, a distanza di anni, viene ancora raccontata.

Il mostro è Richard Ramirez, texano di origini messicane di 25 anni. Ha l’aspetto trasandato ma è dotato di un fascino animalesco e diabolico. Come Ted Bundy, avrà decine di ammiratrici: ma diversamente dal killer “dalla faccia d’angelo”, colto e raffinato, Richard Ramirez è in tutto e per tutto l’incarnazione del male. Sprezzante nel rivendicare i suoi crimini e la loro presunta matrice satanista, sicuramente ereditata da Charles Manson, durante il processo sveste i panni del senzatetto per adottare un look da rockstar maledetta, alla Jim Morrison: capelli lunghi, occhiali neri e frasi sibilline lanciate alla stampa adorante.

Il Night Stalker, Richard Ramirez, è il contrario della banalità del male: la malvagità esala dal suo corpo come una pestilenza, tanto che saranno gli stessi cittadini di Los Angeles a consegnarlo alla polizia, dopo averlo riconosciuto sui giornali.

Night Stalker sceglie, come Lo Squartatore, di non concentrarsi sul killer, prediligendo il racconto delle storie di chi l’ha catturato e delle vite che ha spezzato. La voce di Richard Ramirez rimane a mezz’aria, sovraimpressa in titoli patinati in alcune scene: stralci di un’intervista che concesse in carcere, prima di morire nel 2013. Un particolare su cui la serie non si sofferma, scegliendo la cronaca al tentativo di indagine “nella mente di un serial killer”, come avviene invece in Conversations with a Killer: the Ted Bundy Tapes.

Night Stalker si conclude invece con un inquietante interrogativo: e se Richard Ramirez avesse ucciso molte più persone? Secondo il suo avvocato è assolutamente certo: ciò significa che molti delitti resteranno per sempre senza risposta.

Scritto da Giulia Vanda Zennaro

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