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Il più grande problema del live-action di Death Note è il confronto

Death Note
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Prima che proseguiate con la lettura, una precisazione: non è assolutamente intenzione di chi scrive parlare del film Death Note prodotto da Netflix come di un capolavoro, paragonarlo all’anime originale o addirittura preferirlo a questo, e infatti gliene abbiamo dette quattro qui. Sicuramente si tratta di un prodotto che di certo non segnerà il punto più alto del network, ma non è sicuramente la cosa più brutta che potreste trovare sfogliando il catalogo di Netflix, soprattutto se andate a vedere la sezione horror, che brulica di prodotti imbarazzanti.

Death Note

Il film americano Death Note è deliziosamente mediocre, perfetto per chi ha un pomeriggio libero e intende impiegarlo in attività che non impegnino troppo la corteccia cerebrale. È anche orgogliosamente americano, e in nessun modo cerca di rifarsi alla produzione originale, pur non riuscendo comunque a costruirsi una sua identità.

Date e accettate queste premesse, uno può decidere di vederlo o no, e in caso affermativo non avrà sicuramente sprecato un’ora e venti di vita. Così come non è uno spreco decidere di vedere un film cafone di supereroi o un qualsiasi film di Michael Bay, o di spararsi l’intera saga di Final Destination mangiando patatine. Pensandoci, gli stessi difetti che vengono puntualmente evidenziati in questi prodotti li ritroviamo anche in quest’ultimo Death Note; la differenza è che i blockbuster sono ormai stati sdoganati come forma di intrattenimento con licenza di fare schifo, cosa che non è accaduta con il rilascio di questo film, stroncato e demolito come se si trattasse di un rifacimento di Apocalypse Now in chiave porno e girato con camera a mano.

Death Note

Perché è accaduto questo? Perché l’anime è indubbiamente un capolavoro, e allo stesso modo in cui verrebbe accolto un rifacimento porno e traballante di Apocalypse Now, così è stato giudicato il film di Death Note. Un abominio, un insulto al fine approfondimento psicologico e alle domande esistenziali del manga e poi dell’anime, con gli urletti di Light, il suo naso a patata, il suo charme inesistente, quella Mia che osa pensare con la sua testa e non essere semplicemente uno strumento nelle mani del suo ragazzo.

Indubbiamente, in un ipotetico confronto, l’anime straccerebbe il film Netflix scrivendo i nomi dei produttori nel suo quaderno della morte. Ma il confronto è impossibile, perché mancano le basi comuni su cui farlo avvenire: in primis l’ambientazione, il Giappone nel caso dell’anime, con tutto ciò che comporta in termini di cultura e di accettazione dell’esistenza di entità demoniache. Nel caso del film Stati Uniti e nello specifico la città di Seattle, con la sua criminalità violenta, i suoi bulli, i suoi adolescenti che abbiamo imparato a conoscere fin dall’infanzia attraverso i film (avete apprezzato l’easter egg di American Horror Story?)

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Accettata questa premessa, la scelta di cambiare completamente la natura di Light e di tutti gli altri era comprensibile. Ammettiamolo, è l’imperturbabilità del Light dell’anime, la sua freddezza, a essere poco realistica; di certo non lo è un adolescente medio che se la fa sotto quando vede un demone con gli occhi fiammeggianti.

Non è realistica, almeno per la nostra cultura, una ragazza come Misa, succube di Light al punto da rinunciare a metà della sua vita per lui; Mia è, per quanto superficialmente tratteggiata, un personaggio già più credibile, e il suo voler sfidare Kira, mettendo in dubbio la sua autorità, la rende qualcosa di più di un semplice accessorio: la fa diventare parte attiva del triangolo del male che si innesca con Ryuk (che qui è più che altro decorativo).

L, poi, il personaggio che incarna la sublimazione degli ideali di giustizia, il genio assoluto e la dedizione al bene, in questo adattamento di Death Note ha una spiccata tendenza all’azione che lo colloca perfettamente nel quadro tipicamente americano in cui è ambientato il film. Un’ambientazione in cui le chiacchiere stanno a zero, gli interminabili confronti e la strana amicizia tra Light e L dell’anime sono un ricordo: i personaggi si confrontano direttamente, a muso duro, senza vedersi davvero, in un confronto, come si suol dire, all’americana.

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La recitazione, a essere onesti, non è di gran livello: tralasciando la gestione della scena dell’incontro tra Light e Ryuk (pensata anche bene ma attuata malissimo, a causa dello scarso livello interpretativo dell’attore Nat Wolff), il film soffre di una strisciante pigrizia recitativa un po’ da parte di tutti: si salva a sprazzi proprio L, che quando non si sforza di ripetere i tic del personaggio originale dà prova di saper essere “strano” anche non facendo nulla. La cosa che spacca veramente, in questo film, è la colonna sonora, che riesce a dare, soprattutto nella scena dell’inseguimento, una sferzata di vita all’azione: ma se parliamo di Atticus Ross, non poteva che essere una garanzia. Nel complesso si tratta di un prodotto che, con accorgimenti quali una scelta più oculata dell’interprete principale e la trasformazione in miniserie anziché film, avrebbe dato risultati tutt’altro che spiacevoli.

Insomma, se cercavate un degno avversario dell’anime, il film di Death Note non può che deludervi, complice anche la necessità di dover “comprimere” l’azione in meno di due ore, togliendo linfa vitale all’approfondimento psicologico, ai dilemmi etici e alla caratura dei personaggi, che risultano indubbiamente sbiaditi, anche se si può apprezzare l’idea di aver tentato di dargli un’identità diversa.

Se invece vi interessa solamente ingozzarvi di patatine e guardare un filmetto di poche pretese con qualche sporadica riuscita, Death Note di Netflix può fare al caso vostro.

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Scritto da Giulia Vanda Zennaro

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