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C’erano una volta le favole. Oggi c’è Bridgerton

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C’erano una volta le favole, quelle che iniziavano con una formula antica e rassicurante e che, quasi sempre, si chiudevano con la promessa solenne di un “vissero felici e contenti” capace di mettere ordine nel caos del mondo. Oggi le favole non si raccontano più davanti al camino né si tramandano solo attraverso libri illustrati: oggi prendono la forma di serie televisive scintillanti, consapevoli della propria artificialità, e tra queste la più emblematica è senza dubbio Bridgerton. Non si tratta semplicemente di una serie in costume, né soltanto dell’adattamento dei romanzi romance di Julia Quinn. Bridgerton è, prima di tutto, una riscrittura moderna della fiaba, un universo narrativo che sceglie deliberatamente di sospendere il realismo per costruire un mondo in cui l’amore non è un’eventualità fragile e incerta, ma quasi una legge naturale che, prima o poi, ristabilisce l’equilibrio.

La Londra si Bridgerton non vuole essere storicamente perfetta, e forse è proprio questo il suo punto di forza. È un mondo costruito per farci sognare. I colori sono accesi, gli abiti sembrano usciti da un dipinto, i saloni da ballo sono illuminati come se ogni sera fosse un evento irripetibile. Tutto è un po’ più grande, un po’ più bello, un po’ più intenso rispetto alla realtà. Anche la presenza della regina, la carismatica Queen Charlotte, contribuisce a questa atmosfera. È una sovrana potente e capricciosa, ma anche ironica, quasi teatrale. Con lo spin-off Queen Charlotte: A Bridgerton Story abbiamo visto ancora meglio quanto questo universo sia pensato per raccontare l’amore come qualcosa di più grande delle convenzioni e delle regole. Non importa se tutto è perfettamente realistico, importa che funzioni dal punto di vista emotivo.


Importa che, mentre la guardiamo, crediamo che quel mondo possa esistere almeno per la durata di un episodio.

Daphne e Simon prima stagione

I protagonisti maschili di Bridgerton non sono principi impeccabili, ma uomini feriti, orgogliosi e spesso incapaci di comunicare davvero quello che pensano. Simon, nella prima stagione, è bloccato da una promessa fatta per rabbia e dolore. Anthony, nella seconda, è convinto di dover sacrificare l’amore per senso del dovere. Colin, nella terza, fatica a capire cosa prova davvero e cosa significa crescere. In questo senso, la serie si avvicina molto alla struttura delle favole: c’è sempre un ostacolo da superare. Solo che qui l’ostacolo non è un drago o una strega, ma la paura di soffrire, il trauma del passato, l’orgoglio che impedisce di dire “ti amo”. Ma se gli uomini devono imparare ad aprirsi, le donne di Bridgerton non stanno certo ad aspettare in silenzio. Daphe vuole sposarsi, sì, ma vuole anche capire cosa significa davvero l’intimità e il desiderio. Kate non accetta di essere messa da parte o di sacrificare i propri sentimenti senza combattere.

E Penelope, con la sua doppia identità, è forse il personaggio più sorprendente: non è la classica ragazza invisibile che aspetta di essere notata. È intelligente, osserva e scrive tutto, e attraverso le sue parole riesce a influenzare un’intera società.In questo senso, Bridgerton racconta una favola in cui le principesse non aspettano di essere salvate, ma partecipano attivamente alla propria felicità. In un periodo in cui molte serie puntano su finali tragici o su personaggi moralmente ambigui, Bridgerton fa una scelta chiara: ogni stagione avrà il suo happy ending. E non lo nasconde, anzi: lo rivendica. Questo non significa però che tutto sia facile o privo di dolore. Ogni coppia attraversa incomprensioni, errori, momenti di crisi. Ci sono parole che feriscono, silenzi che allontanano, scelte sbagliate. Ma la serie non perde mai di vista il suo obiettivo: portare i protagonisti verso una riconciliazione. È una promessa fatta allo spettatore: puoi lasciarti coinvolgere, puoi soffrire con loro, ma alla fine sarai ricompensato (qui i 10 episodi più romantici della serie).

E in un mondo reale che spesso non offre certezze, questa è una forma di conforto potente.

il ballo in maschera
credits: Shondaland

E poi c’è il tema del tempo. Ogni stagione si concentra su una coppia diversa, ma la famiglia resta. I fratelli crescono, cambiano, si sostengono, litigano e si proteggono. Questa continuità crea una sensazione di familiarità che rafforza ancora di più l’effetto “favola”. Non è solo una storia d’amore isolata: è un universo che continua a vivere, anche quando i riflettori si spostano. Forse è anche per questo che la serie riesce a coinvolgere così tanto: non racconta solo l’innamoramento, ma l’idea che l’amore possa essere una scelta che si rinnova nel tempo. Non è soltanto passione improvvisa, ma costruzione, compromesso, fiducia. Forse la vera domanda è: perché una serie così “favolistica” ci coinvolge così tanto? La risposta è più semplice di quanto sembri.

Perché abbiamo ancora bisogno di storie in cui l’amore è possibile, in cui le persone possono cambiare. In cui i conflitti non distruggono tutto per sempre. Bridgerton non ci dice che la realtà funziona così. Ci offre uno spazio in cui possiamo immaginare che possa funzionare così. E in quello spazio, tra un ballo e uno scandalo, tra una dichiarazione sussurrata e una lettera scritta di notte, ritroviamo qualcosa di rassicurante. C’erano una volta le favole. Oggi ci sono serie come Bridgerton, che prendono quella struttura antica e la vestono con colori nuovi, musica pop suonata da un quartetto d’archi e personaggi imperfetti ma capaci di amare davvero. E forse, alla fine, il motivo per cui torniamo sempre lì è molto semplice: vogliamo credere che, nonostante tutto, qualcuno possa scegliere noi. E che noi possiamo scegliere qualcuno, proprio come nelle favole.