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La prima parte di Bridgerton 4 è finalmente arrivata su Netflix e l’attesa era altissima. Ma c’è un dettaglio che cambia completamente il modo in cui guardiamo questo debutto: abbiamo visto solo metà della storia. La stagione è divisa in due parti e la seconda uscirà il 26 febbraio su Netflix. Questo significa che ciò che abbiamo davanti non è una fiaba completa, ma il suo incantesimo iniziale.
Bridgerton 4 non sembra soltanto una nuova stagione romantica ambientata nell’alta società londinese. Sembra una fiaba consapevole. E non una qualsiasi. Sembra Cenerentola. Non come semplice citazione nostalgica, ma come struttura narrativa dichiarata. Le somiglianze non sono casuali né superficiali. Sono inserite nella trama, nelle immagini, nei simboli.
In questa prima parte, Bridgerton 4 costruisce un impianto fiabesco che non ha paura di mostrarsi per quello che è. La serie prende la fiaba più famosa di sempre e la rilegge dentro le regole tra classi sociali, gerarchie domestiche e desideri. E mentre aspettiamo il 26 febbraio per scoprire come continuerà questa storia, una cosa è chiara: Bridgerton 4 ha scelto di iniziare come una fiaba. E noi, anche se fingiamo di essere cinici, alle fiabe non sappiamo mai dire di no.
1) Il ballo in maschera
In bridgerton 4 il ballo in maschera non è semplicemente una festa con abiti spettacolari e ventagli. È il centro emotivo del primo episodio, il dispositivo narrativo che permette alla storia di scattare davvero. La maschera sospende le identità sociali, e in una serie ossessionata dalle gerarchie, questa è già una rivoluzione. Per una notte, il nome conta meno dello sguardo.
È lo stesso meccanismo su cui si regge Cenerentola. Lei non conquista il principe mentre spazza il pavimento o subisce l’ennesima umiliazione domestica. Lo conquista al ballo, nel momento più magico e più fragile, quando il tempo è limitato e tutto può svanire. Il ballo è una bolla narrativa. Un luogo fuori dal quotidiano dove l’impossibile diventa plausibile. E Bridgerton 4 lo sa benissimo.
La maschera amplifica ogni emozione. Protegge chi la indossa, ma allo stesso tempo la espone, perché rende l’incontro ancora più intenso. Se non sai chi hai davanti, ti innamori dell’impressione, non del curriculum. E diciamolo: in una società come quella dove riesiede la Wistledown, dove tutti sanno tutto di tutti, l’anonimato è più potente di una dote milionaria. Ed è proprio lì che la fiaba prende forma, senza bisogno di zucche che diventano carrozze o topini che cuciono vestiti. Anche se, a ben guardare, l’atmosfera è esattamente quella.
2) L’arrivo in carrozza
In termini narrativi, l’arrivo in carrozza è una soglia. Sophie non sta semplicemente andando a una festa, sta attraversando un confine sociale. Fino a pochi minuti prima apparteneva a uno spazio domestico di subordinazione, regolato dalla matrigna e dalle gerarchie interne alla casa.
La carrozza diventa simbolo di trasformazione, proprio come nella fiaba. Non è magia nel senso letterale, ma è comunque un momento sospeso. L’aria sembra diversa, gli sguardi si concentrano, e per un attimo il sistema delle regole si incrina. In Bridgerton 4 questo passaggio è ancora più interessante perché non è solo romantico, è politico. Mostra quanto sia fragile la linea tra chi è ammesso e chi è escluso.
E poi diciamolo: in una serie che vive di ingressi spettacolari, questo è uno di quelli che fanno capire immediatamente che stiamo entrando in una storia che vuole essere ricordata. Non serve una zucca trasformata, basta una carrozza ben illuminata e un’eroina che sa che quella notte potrebbe cambiare tutto.








