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«Boris finisce qua» – Ecco perché non ci sarà una quinta stagione: intervista in esclusiva all’autore Giacomo Ciarrapico

rené ferretti, il protagonista di Boris
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È venuto fuori un po’ così, un po’ per caso. In sordina, tra un aneddoto e l’altro. Con una frase che celebra il momento con una fisiologica malinconia, ma non con la tristezza di un funerale: è la chiusura di un cerchio dopo una straordinaria avventura durata vent’anni. “Sarebbe giusto fare una grande festa”, mi ha detto un attimo prima di annunciarlo. E ora mi ritrovo a scrivere un articolo che non pensavo avrei mai scritto. Un’interessante chiacchierata con Giacomo Ciarrapico, autore e regista di Boris, diventa allora l’occasione imprevista per annunciare la fine di una delle migliori serie tv mai viste in Italia.

Ve lo dico un po’ così a mia volta, senza girarci intorno. Perché glielo devo: sarebbe un errore “dare cittadinanza ai sentimenti”, proprio ora. E allora lo scrivo e basta: la quinta stagione di Boris non si farà. Ecco, ve l’ho detto. Il colpo di scena dovrebbe arrivare alla fine, dopo un’accurata costruzione narrativa, e invece parto da qui.


Dopo il ritorno del 2022 con il bellissimo tributo a Mattia Torre, scomparso nel 2019, si era parlato a lungo della possibilità di portare avanti l’esperienza con un nuovo ciclo di episodi. Ma no, non succederà, anche se non è semplice dirsi addio dopo aver scritto un capitolo televisivo tanto importante. “Boris finisce qua”, annuncia Giacomo Ciarrapico. Poi un attimo di silenzio condiviso e io, basito, ho avuto bisogno di un momento per metabolizzare la notizia.

Boris è finito, e basta. Non perché mancasse la volontà dei protagonisti, non perché scarseggiassero le idee.

Gli spunti non mancheranno mai, anche perché si parla di un lavoro creativo che passa sempre attraverso la cronaca satireggiante di storie vere. Storie vere che spesso “ti sorpassano a destra” e sanno diventare ancora più grottesche delle creature generate dalle menti più visionarie. Ma allora perché? Facciamo una cosa: lascio la parola al diretto interessato, Giacomo Ciarrapico. L’uomo che insieme a Mattia Torre e Luca Vendruscolo l’ha creata, diretta e sviluppata.

Quello che segue è figlio di una chiacchierata lunga 80 minuti in cui abbiamo parlato un po’ di tutto. 80 minuti, ma sarei andato avanti per ore. Perché si parla della fine di Boris sì, ma anche di cosa Boris è stata, come è nata e quello che rimane del suo manifesto politico e sociologico, a distanza di vent’anni dalla prima volta. Ma non solo: senza farsi prendere dalla nostalgia, l’incontro è sì proiettato su quello che è stato, ma anche sul presente e sul futuro di un autore di cui abbiamo un gran bisogno.

Unire i fili delle parole di Ciarrapico è allora un’occasione preziosa per rivivere Boris oggi, mentre gli diciamo addio, con una prospettiva unica: quella che arriva dall’uomo che l’ha creata.

Partiamo ancora dalla fine, dal perché abbia deciso di mettere un punto finale:“Boris deve avere la capacità di fare un’istantanea sul proprio circostante. Che istantanea puoi fare in questo momento sul circostante semovente? Noi invece abbiamo fatto Boris in un’Italia immobile dove eravamo alla fine dell’impero berlusconiano: era però uguale a se stesso da 20 anni, quindi era molto più semplice fare quell’istantanea. Oggi come oggi i partiti che arrivano al 40% poi finiscono al 2%, quindi non è più calcificata: rischi di fare una stagione già scaduta quando esce. Come le mozzarelle, diciamo. Non so se mi spiego”.

Immortalare una realtà in movimento, quindi. Boris aveva l’obiettivo fisso su un panorama statico, ma oggi è sempre più complicato: la cronaca dei nostri tempi corre all’impazzata e ciò che vale oggi potrebbe non valere più domani. Questa, almeno, è l’idea di Ciarrapico, un autore che l’Italia ha sempre saputo descriverla con la massima lucidità, andando oltre convenzioni e luoghi comuni con un’ironia eccezionale. È l’autore di una serie invecchiata benissimo: se anche non dovessimo riprendere in mano la quarta stagione andata in onda pochi anni fa, fotografia illuminante del mondo delle piattaforme e di cosa significhi fare tv in questo momento, le prime tre stagioni e il film che concluse la prima era di Boris presentano un’infinità di lezioni preziose, sempre attuali. Ancora valide a distanza di vent’anni.

Ciarrapico, però, è chiaro sulle motivazioni che l’hanno portato a dire addio a Boris. Senza una quinta stagione, oppure un film.

Già, un film: Lorenzo Mieli, storico produttore della fuoriserie, aveva avuto un’idea a riguardo. Ancora Ciarrapico: “A un certo punto, Lorenzo Mieli ha avuto un’idea. Noi eravamo tre, ma lui era chiaramente il quarto autore. Anche se da produttore, lui dava idee: ha del genio, e su Boris è incredibile. Non voleva mollare la presa e ha detto: ‘Dai, facciamo un film finale per chiudere tutto’”. Ciarrapico, però, è di diverso avviso: “Siamo vecchi. Bisogna avere il coraggio di dire che va bene così”.

In quel momento, determinato a non accettare la parola “vecchio”, ho menzionato Marco Bellocchio, un fantastico 86enne che in queste settimane sta incantando il mondo con la sua Portobello, ma va bene così: ad avercene, di “vecchi” del genere.

Ciarrapico, poi, entra ancora più nel dettaglio sulle motivazioni: “Molti sono convinti, quelli meno esperti, che noi arriviamo sul set di Boris, accendiamo la telecamera e quello che succede succede. Invece c’è una scrittura maniacale. Poi gli attori nel frattempo sono diventati tutti piuttosto famosi: ogni volta il piano di lavorazione è un sudoku. Quindi so già che l’anno prossimo al 99% non scriveremo Boris. Penso sia finita qua”.

Valerio Aprea in una splendida scena di Boris
Credits: Disney+

La quarta stagione, oltretutto, ha un bellissimo finale. Ed è questa la motivazione principale: “A me piace molto il finale della quarta stagione con la dedica a Mattia: chiuderla così è chiudere bene. Invece, il rischio di deludere con una quinta stagione, per quanto uno possa trovare delle cose divertenti, è molto grande: è l’esatto contrario di una situazione win win. Il rischio è molto, molto concreto: se fai una somma di gag divertenti non ha la potenza di una stagione. Invece l’omaggio a Mattia dall’inizio, con Aprea che faceva il personaggio assente-presente, era un grande impulso per volergli bene”.

La quarta stagione di Boris, oltretutto, nasceva da un presupposto ben esplicato: omaggiare Mattia Torre, un autore straordinario che aveva un rapporto fortissimo con Ciarrapico.

Racconta: Ho conosciuto Mattia quando avevamo 13 anni, abbiamo iniziato insieme e abbiamo scritto spettacoli insieme. Abbiamo condiviso metà della carriera di Mattia, ma soprattutto passavamo anche il resto del tempo insieme: avevamo lo stesso gruppo di amici. Quindi è stata anche una serie molto emotiva”.

Mattia Torre e non solo: sono troppi i protagonisti della serie che sono scomparsi negli ultimi anni.

“Boris ha per sua natura una caratteristica: non può dare cittadinanza ai sentimenti. Nessuno può dire dentro Boris ‘ti voglio bene’: se lo dice sta mentendo. Noi in quell’ultimo minuto dell’ultima stagione abbiamo, diciamo, rotto il tabù. Abbiamo messo dei sentimenti nella scritta finale. Però per il resto abbiamo tentato, come al solito, di fare una liposuzione totale dei sentimenti, anche con la storia di Arianna e Alessandro. Quindi era un po’ una dedica. Così come abbiamo dovuto fare una dedica all’interno della stagione, all’inizio, a Roberta Fiorentini. Che fai, non parli di Itala? Semplicemente impossibile. Poi i morti sono cominciati a diventare tanti. È morto anche il dottor Cane, Arnaldo Ninchi, un attore straordinario. È morto Andrea Purgatori, un nostro amico, e non riuscivamo a non metterlo dentro: secondo noi, era anche un grandissimo attore”.

Tutto ciò ha reso più difficile l’impresa.

Penso di parlare anche a nome di Vendruscolo: fare la quarta stagione è stata la cosa più complicata della nostra carriera. Ti leva anni di vita”. E poi si sviluppò in un modo imprevisto: “All’inizio doveva essere una reunion di quattro puntate, poi ci siamo resi conto che non ce l’avremmo fatta. Avevamo chiesto sei puntate, ma avevamo capito che non sarebbero bastate neanche quelle e alla fine siamo arrivati a otto“, spiega Ciarrapico.

Se fosse stato lo schema delle prime tre stagioni, sarebbe stato diverso perché noi nelle prime tre stagioni potevamo permetterci di mettere da parte un personaggio per tre puntate, non parlarne proprio e focalizzarci su altri. Invece qui, avendo avuto questa eco incredibile, tutti gli attori, amici fraterni, hanno chiesto in maniera molto vibrante di essere presenti sempre. Per di più non avevamo più quattordici puntate, ma otto. Quindi meno puntate. E quasi il dovere morale, per amicizia, di inserire sempre un po’ tutti. Se dovessi indicare un difetto della quarta stagione, è che è una stagione molto intasata”.

Sì, intasata. Perché una puntata di Boris si scrive con uno schema ben preciso, e nella quarta stagione si è dovuto optare per soluzioni diverse.

Una volta chiestogli di approfondire, emerge un’importante lezione di sceneggiatura.

Una puntata di Boris si scrive con due gambe e un colore: una gamba deve essere politica, una gamba personale e poi un colore. Mi spiego meglio. La gamba politica: la rete vuole la linea comica. Gamba individuale: Corinna pensa di essere incinta. Ecco un’altra gamba e poi un colore, ovvero: una cosa che non fa trama ma segna profondamente la puntata. Come Duccio che si porta appresso un bel po’ di pesci sul set: questo è il colore per eccellenza. Le due gambe ti servono per avere un montaggio già all’interno della scrittura, prima ancora del montaggio. Sai già che mentre scrivi puoi alternare le trame”.

La lezione continua, ed è lo spunto prezioso per ricostruire alcuni passaggi fondamentali per la storia di Boris.

“Prima ancora di decidere cosa succede individualmente, cosa chiede la rete, devi sapere perfettamente cosa dovrà girare quel giorno la troupe. Perché quello ti dà un po’ il time lock e ti dice: ‘Ok, se non hanno girato questo sono c***i’. Adesso le serie sono un po’ cambiate, ma non è un caso che un tempo si ambientassero negli ospedali, nelle caserme o nella squadra omicidi: era sempre una questione di vita o di morte”, spiega Ciarrapico.

Boris, invece, ha infranto questo tabù perché non era proprio una questione di vita e di morte. È per quello che noi abbiamo esasperato l’urgenza di girare quel giorno, di finire di girare quella cosa là. Perché è vero che quando giri una soap del genere, soprattutto in un teatro, se passi al giorno dopo non è poi così grave. Invece ogni volta sembrava questo: dovevamo dare quella sensazione di urgenza per creare un buon gancio, una certa tensione alla puntata”.

La finalità? Regalare un prodotto d’intrattenimento che diverta sì, ma ovviamente Boris è stata molto più di una serie comica.

“È anche vero che tutto questo aveva come fine non tanto la risata, comunque obbligatoria: se una puntata di Boris non fa ridere, tu puoi anche girarla da Dio, recitarla da Dio, ma se non fa ridere hai perso. Però la risata non era fine a se stessa: serviva per dire qualcosa. Nella prima stagione avevamo una rabbia febbrile perché eravamo arrabbiati con il sistema televisivo italiano: aveva trasformato il più bel mestiere del mondo in un mestiere impiegatizio e orribile, piegato al potere. Quindi abbiamo avuto una serie che era sempre verticale: ogni puntata aveva un tema preciso da affrontare”.

E ancora:“Nella seconda stagione, invece, abbiamo dato qualche spruzzata di orizzontalità con la storia di Machiavelli, e René che piano piano viene fatto fuori. Nella prima stagione, René aveva rischiato solamente quando sembrava che avesse bisogno di un’exit strategy perché gli ascolti, di colpo, andavano calando sempre di più. Nella seconda, invece, era come se le forze oscure lo stessero spingendo fuori dalla porta”.

E la terza? “La terza stagione è sempre più orizzontale. Volevamo affrontare punto per punto dei perché: perché lavorano i raccomandati? Perché un attore fenomenale come Serpentieri, quando arriva lì, deve piegarsi alla mediocrità invece di alzare il livello?”.

Si torna alla prima risposta che abbiamo riportato, con un approfondimento sulle finalità di Boris.

Lorenzo in una scena di Boris
Credits: Fox

Era un tentativo di fare un’istantanea sul circostante televisivo e non solo: l’Italia in quel momento era il Paese più televisivo del mondo, col Presidente del Consiglio che non solo controllava le sue reti personali, ma anche le reti pubbliche. Quando parlavi di televisione, gioco forza, parlavi anche di politica. Considero infatti Boris una serie politica, a modo suo, che parla del mondo del lavoro. Ed è una cosa che si è riuscita a fare molto poco, a mio modo di vedere, nelle serie e nei film italiani. Vedi sempre questi uffici open space in cui non si sa bene, soprattutto nelle commedie, dove sono questi posti. Ci sarà anche chi lavora là, ma sembra che all’interno delle commedie italiane si lavori tutti in questi luoghi che non esistono. Uno scenario irreale”.

Ciarrapico è chiarissimo:Volevamo raccontare anche l’estrema gerarchia fine a se stessa del mondo del lavoro. Non una gerarchia finalizzata a un prodotto migliore, ma semplicemente l’abitudine a mantenere il posto, angariare chi ti sta sotto e leccare il c**o a chi ti sta sopra. Questa è una cosa che ancora oggi, non so perché, nella commedia italiana si trova molto poco. E qua torniamo alla quarta stagione: abbiamo capito che lo scenario televisivo era radicalmente cambiato, soprattutto con l’avvento delle piattaforme. Quindi ci ha divertito un po’ prendere in giro le piattaforme”.

Con la quarta stagione, tra l’altro, è cambiato anche il pubblico.

“Penso sia cambiato un po’ il pubblico perché non è più costretto a vedere Occhi del Cuore: adesso ha molta più scelta. Quella televisione era quasi una costrizione: se rimanevi a casa o eri allettato in ospedale, quello ti dovevi sorbire. Oggi come oggi prendi il tablet e ti vedi una serie. Questo era impensabile quando è uscito Boris nel 2007. Le piattaforme sono un po’ come la Coca-Cola. Io posso criticare la Coca-Cola: se voglio la compro, se voglio no. La Coca-Cola produce e io ho la libertà di comprarmela oppure no. Un conto invece è se con i miei soldi vai a produrre della m***a che tra l’altro mortifica la popolazione italiana. Ed è quello che succedeva nel 2007″.

La conseguenza è chiara: “La gittata politica è quindi minore nella quarta stagione. Noi non andiamo più a criticare una cosa fatta con i soldi degli italiani: andiamo a criticare la gestione, certe volte un po’ sciocca. Molte volte non si rendono conto di gente che arriva da fuori e vuole imporre un modello”. Chiarissimo, no? “Non si possono imporre delle cose che funzionano da altre parti. Questa è una cosa sulla quale abbiamo scherzato”.

Boris è stata questo, nel corso del suo lungo e fortunato percorso.

Certo, fortunato: come ben sappiamo, però, non è stato esattamente un instant cult. Affatto.

Inizialmente era vista da pochissimi spettatori, poi cresciuti esponenzialmente nell’arco di un decennio abbondante. Non è un caso unico, nella carriera condivisa di Ciarrapico, Vendruscolo e Torre. Quello che potremmo dire per Boris dovremmo ribadirlo, per esempio, per un’altra storica serie del trio, Buttafuori, e per il film natalizio Ogni maledetto Natale: Un po’ tutto quello che abbiamo fatto è andato male, quando è uscito: poi è stato riscoperto in seguito. Anche Boris, quando è uscito, è andato così. Non lo vedeva nessuno, e poi è uscito fuori. Anche un gioco come Ogni maledetto Natale, quando è uscito, non è andato bene. Poi invece la gente mi dice: ‘Ah, sai che ci riuniamo a Natale e lo vediamo?’. Viene riproposto spessissimo. Era un grande gioco quello per fare un film così a ca**eggio, insomma”.

Ca**eggio ben fatto, aggiungo io. E lui: “È un film che viene apprezzato di più alla seconda visione: trovi delle piccole cose che sono delle minc***te. Secondo me è un film pieno di difetti, ma è anche pieno di cose molto divertenti. Quindi si compensano un po‘”.

Non può essere un caso che il destino sia sempre quello: Non siamo tanto impattanti con il situazionismo così secco. Molta commedia è più impattante perché tira fuori delle situazioni rocambolesche, al limite. Noi abbiamo una buona qualità nel dialoghismo, rispetto agli altri. I dialoghi che scriviamo sono buoni e questo fa sì che a un certo punto qualcuno si rivede una scena volentieri. Le commedie, chiamiamole così, rocambolesche e di situazione, una volta che le hai viste una volta le hai viste e basta. Questa potrebbe essere una spiegazione”.

Nel caso di Boris, poi, c’è un ulteriore aspetto legato all’evoluzione dei tempi.

“Boris ha avuto un vantaggio con gli anni, mentre passavano: nel 2007, quando è nato, sembrava una cosa per addetti ai lavori. Piano, piano, con il miglioramento dei telefoni che sono diventati delle telecamere, sono diventati tutti un po’ registi: molti si girano i filmini, se li montano, mettono musiche, certe volte addirittura fanno campo e controcampo, la rifanno quando non è venuta bene. Vedendo Boris, hanno sentito di avere molto più a che fare con quella cosa là. Questo ha reso Boris più fruibile, più vicino alla gente.

Come si diffuse Boris, lo sappiamo. E a suo modo è una storia bellissima. Ciarrapico aggiunge un aspetto particolare: “Una grande spinta arrivò da ragazzi più o meno della tua età (ho quasi 37 anni, ndr) che vivevano all’estero. Lì ci fu una spinta enorme: il primo passaparola partì da ragazzi che erano scappati e avevano quella rabbia nei confronti del Paese. Hanno empatizzato con quel contesto”.

Boris è così cresciuta nel tempo: l’identità è sempre rimasta la stessa, ma il mondo si è mosso intorno.

Si torna così alla sfida della quarta stagione e alla decisione di chiudere.

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Credits: Disney+

“La quarta stagione è arrivata 10 anni dopo e, al contrario delle prime tre, era figlia di un successo. Il paradosso è che quando sei una serie clandestina hai più facilità ad essere libero, perché pensi che non gliene freghi niente a nessuno. Quindi puoi mettere dentro cose che ti vengono in mente e non ti preoccupi di cosa penserà la gente. Quando invece sai che una serie verrà vista perché era attesa, si ha a che fare con una censura interna che uno ha dentro di sé. È un po’ come quando ti rivolgi a qualcuno che conosci bene, con cui stai tranquillo: sei molto più libero rispetto a quando parli con una persona che non conosci. Stai più attento alle parole che scegli”.

La chiacchierata procede tra un argomento e l’altro, e non è sufficiente un solo articolo per includere tutto. Tanto che a un certo punto si mette in secondo piano la notizia principale: la fine di Boris.

Ve l’avevo anticipato dall’inizio: non sarebbero mancati gli spunti per irresistibili gag nella quinta stagione. Per niente.

Anche perché la realtà offre scenari incredibili per autori che poi sanno sempre metterci del proprio con grande maestria: “Teatro di posa: accanto a René stanno girando degli americani. Gira un regista con tantissime telecamere, ma c’è solo un enorme blue screen: non c’è niente, neanche gli attori. Mettono tutto dopo. Questo si emoziona davanti a scene che non ci sono e René dice: ‘Ma cosa dice. Perché dice che si sono lasciati appena adesso. Non c’è un c***o dentro’“.

E ancora: “Quando l’abbiamo saputo, l’ho trovato meraviglioso. Nel corso delle riprese di una serie ambientata negli anni Trenta, durante il fascismo, hanno girato al Verano, un cimitero gigantesco. Le riprese finivano alle sette di sera: il Verano chiude, poi era buio. Chiudono il Verano, se ne vanno e il capogruppo, quello che si occupa delle comparse, commette un errore: dimentica cinquanta comparse dentro. Questi, dopo un po’, cominciano a guardarsi come dire: ’Ma che c***o succede qua?’. Poi faceva freddo, era inverno pieno. Allora uno va e gli altri lo seguono. Quindi questi hanno cominciato a camminare ed erano vestiti anni Trenta. Quando li ha visti il guardiano del Verano…”, ridiamo. Il resto potete immaginarlo.

Ciarrapico chiude:Quando facciamo dei film ci viene istintivamente l’idea, la voglia di prendere appunti e metterlo paro paro”.

Purtroppo, però, non è quello che succederà in futuro con Boris. Però mi capirete: ci ho provato. Pur comprendendo fino in fondo il suo punto di vista, ho immaginato addirittura degli scenari alternativi.

Uno, su tutti: uno spin-off dedicato a Glauco, personaggio incredibile che avrebbe tutto per essere protagonista di una serie autonoma.

Ma Ciarrapico è ancora una volta diretto a riguardo: “Non sei il primo che mi dice che si dovrebbe fare uno spin-off di Glauco, però è anche vero che uno spin-off sarebbe una cattiveria nei confronti di tutti gli altri”. Non mi sorprende: uno dei grandi punti di forza della serie è la straordinaria alchimia creatasi sul set.

“Siccome abbiamo un rapporto fraterno con tutti, sarebbe proprio una cattiveria fare uno spin-off”, chiosa.

Un’idea bocciata sul nascere. E se invece si volesse riprendere in esame la possibilità di un ritorno tra cinque o dieci anni? Ciarrapico ride e la risposta è laconica: “Saremo morti”.

Ci lasciamo così? Macché. Ciarrapico e Vendruscolo hanno lavorato insieme al film Il Ministero dell’Amore, previsto su Prime Video.

Il Ministero dell'Amore, in arrivo su Prime Video
Credits: Prime Video

Sarà un gran bel modo per ritrovare alcuni volti noti di Boris: saranno presenti tra gli altri, all’interno di un cast molto ricco, Pietro Sermonti, Corrado Guzzanti, Carlo De Ruggieri e Massimo De Lorenzo.

“Abbiamo girato l’anno scorso un film che andrà su Amazon. Ci siamo trovati molto bene. Abbiamo fatto un film che viene da un monologo che avevo scritto nel 2013: forse sono invecchiato, ma a me piace moltissimo. Mi diverte tantissimo e ho girato insieme a Vendruscolo: è stato come tornare a fare le cose come si deve. A un certo punto uscirà, anche se non so esattamente quando. Ma sono veramente felice del film”.

In attesa de Il Ministero dell’Amore, Ciarrapico è al lavoro anche su un’altra pellicola: “C’è un film che sto scrivendo insieme a un mio amico sceneggiatore. Vediamo un po’ perché fare un film è sempre difficile. Non posso dire che girerò quel film fino a quando non si batte il ciak. Poi però sì, insomma, non sto fermo”.

Ecco, questo è tutto ciò che speravo di sentirgli dire in chiusura: tra il teatro e il cinema, un capitolo importante della sua vita artistica si è concluso, ma ci sono ancora tante belle storie da raccontare. A presto, quindi: io, ora, vado a fare un inevitabile rewatch, pur conoscendo ormai ogni battuta a memoria. Le sentite pure voi quelle note nell’aria, vero?

Antonio Casu