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Quanto ci mancherai, BoJack

bojack horseman

Il finale della sesta stagione di BoJack Horseman ha messo un punto a una delle più straordinarie serie animate degli ultimi tempi. Se il punto sia definitivo oppure no (addio o arrivederci?) al momento non è certo. Sicuramente per Netflix l’esperienza di BoJack Horseman si chiude qui, con un finale che lascia ancora aperta qualche questione – il rapporto con Hollyhock, ad esempio, è rimasto in sospeso – ma che tutto sommato ci ha soddisfatto appieno.
E come per ogni buona serie che giunge al termine, anche in questo caso ci resta attaccata addosso quella strana sensazione che è un misto di malinconia e vuoto.

Abbiamo conosciuto BoJack nel 2015, quando Netflix Italia ha rilasciato la prima stagione, che, negli Stati Uniti, era già andata in onda l’anno prima.
L’abbiamo conosciuto come un ubriacone terrorizzato dall’idea di perdere la popolarità di cui un tempo godeva come protagonista della serie Horsin’ Around. Era pigro, scostante, pieno di incrostature.
Un po’ narcisista, un po’ buontempone, gli abbiamo subito cucito addosso il marchio della commedia americana. Una sorta di Homer Simpson meno sciocco e più spudoratamente cinico, messo lì semplicemente per far ridere con le sue gag esilaranti. E invece BoJack è stato tutt’altro.

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Alcuni lo avevano intuito subito, altri hanno dovuto aspettare le stagioni successive per capirlo, ma BoJack Horseman, prima che una serie, è stato uno straordinario viaggio introspettivo all’interno dei traumi di ognuno di noi.

Ogni persona è un abisso, vengono le vertigini a guardarci dentro.

Lo diceva Roberto Benigni ne La tigre e la neve, ma BoJack Horseman ce lo ha fatto toccare con mano. Ed è stato stupendo e doloroso. Scioccante, perché da una commedia, per di più animata, ci si aspetta di sbellicarsi e basta. E invece BoJack è stato filosofia e sociologia e antropologia, il tutto messo insieme per trarne fuori uno spettacolare spaccato di esistenza umana mascherato da commedia irriverente e leggera (qui trovate le recensioni a tutti gli episodi).
BoJack, un cavallo in un mondo di antropomorfi, rappresenta un’umanità rancida e guasta, afflosciata su vecchi errori che si sommano ai nuovi, senza lasciare intravedere una via d’uscita. È parte di un’umanità che deve fare continuamente i conti con se stessa, imbrigliata com’è in traumi e paradigmi mentali che è difficile scrollarsi di dosso.

BoJack è uno di noi, protagonista di questo grande dramma che è la vita, dove commedia e tragedia si intersecano costantemente in un’unica grande spirale.

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E noi lo abbiamo amato per questo. Come si amano tutte le cose fragili e meravigliosamente autentiche.
BoJack è stato un amico divertente e arguto, uno con cui avremmo condiviso volentieri qualche bravata, un bicchiere di birra o un’imbucata a una festa. Ma poi lo avremmo tenuto a distanza, perché in lui avremmo intravisto delle crepe e avremmo avuto paura di finirci dentro. L’universo di BoJack è intricato e contorto, si sgretola su stesso e, se non prestiamo attenzione, rischia di affossarci e trascinarci nel baratro.

Questa è una serie claustrofobica e dolorosa, anche se ci fa sorridere e ci stuzzica.

A volte manca l’aria a guardarla, perché ci promette un’evasione ma non fa altro che ingannarci. La realtà dalla quale vorremmo fuggire guardando una serie tv di animali che si comportano come star di Hollywood, è la stessa cruda esistenza che poi ci viene somministrata a piccole dosi episodio dopo episodio. BoJack Horseman mette quasi a disagio. È angoscia, panico, smarrimento, attacchi d’ansia. E il suo protagonista vi striscia dentro in cerca di una boccata d’aria. Ma quando arriva a un palmo dalla luce, puntualmente ricasca nel fango del suo essere marcio.

Aggiustarsi o rimanere guasti, risalire o abbandonarsi al baratro e rinunciare all’espiazione: questo è il dilemma che affligge BoJack, l’antinomia che sta dietro i suoi conflitti interiori.

BoJack ci mancherà così tanto perché gli abbiamo voluto davvero bene. Perché è stato un egocentrico s*****o con un mare di difetti e una fragilità sommersa che ce lo ha fatto sentire vicino. Troppo vicino. Nel BoJack prostrato e depresso abbiamo avuto paura di vedere le nostre medesime debolezze. Ma anche quando abbiamo provato ad allontanarlo per non franare insieme a lui, qualcosa di irresistibilmente magnetico ci ha riportati indietro. La sua è la storia di uomo – in questo caso di un cavallo – che ha dovuto fare i conti con il trascorrere del tempo, con la fugacità del successo e la volubilità del pubblico che prima acclama e un attimo dopo dimentica. È la storia di chi si guarda allo specchio e non si sente appagato, di chi si sente inadeguato, spossato, dannato per sempre. Di chi ha sprecato occasioni e tempo, dando per scontate le cose davvero importanti. Di chi si è spezzato e non sa rimettere i pezzi al proprio posto, di chi arranca cercando la salvezza ma non sempre riesce a trovarla.

BoJack è un personaggio così sconfinatamente umano da lasciarci le cicatrici addosso. Non eravamo ancora pronti a dirgli addio. Ci ha accompagnati in questo viaggio meraviglioso dentro di noi e ha fatto una cosa che pochi personaggi delle serie tv sanno fare davvero bene: ci ha fatto sentire meno soli.
E adesso siamo noi a essere tristi e depressi, perché sappiamo che BoJack, con tutti i suoi difetti e le sue spaccature, ci mancherà. Eccome se ci mancherà.

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Written by Serena Verrecchia

Esistono milioni di storie al mondo, preziose e inimitabili. Il nostro compito è solo quello di scovarle, portarle in superficie e imparare ad amarle.
Scrivo di serie tv per un insopprimibile desiderio di bellezza, perché nelle storie, specie in quelle belle, ho trovato il mondo che vorrei.

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