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Perché Barry è una delle serie più particolari che potete trovare in circolazione

Al giorno d’oggi sembra essere difficile districarsi nel mare magnum della serialità televisiva: siamo costantemente bombardati da prodotti di ogni genere che appaiono innovativi ma che spesso e volentieri finiscono per riproporre gli stessi schemi. Ogni tanto, però, capita di imbattersi in piccoli gioielli nascosti destinati a lasciare un’impronta nel mondo delle serie tv. Vediamo quindi perché Barry, prodotta da HBO e andata in onda nel 2018, è una delle serie più particolari che potete trovare in circolazione.

Siamo nel 2005. Bill Hader, attore americano uscito da poco dai palchi del teatro di improvvisazione di Chicago, inizia a calcare le scene del Saturday Night Live, riscuotendo immediatamente un enorme successo e lasciando un’impronta indelebile nel cuore degli spettatori fino al 2013, quando decide di lasciare per concentrarsi su altri progetti. Alto, allampanato, di una bellezza non canonica e dai modi un po’ impacciati, sembra destinato ad una carriera nella comedy, complice il suo straordinario talento per l’improvvisazione e la trasformazione vocale. Fino a quando, nel 2018, sbarca Barry. Nata dalla mente dello stesso Hader in collaborazione con Alec Berg, si tratta di una dark comedy la cui storia è tanto semplice quanto stravagante: Barry Berkman è un ex marine degli Stati Uniti diventato un killer a pagamento dopo essere tornato dalla guerra; costretto a trasferirsi a Los Angeles per commettere un omicidio, scopre un’inaspettata passione per il teatro e decide di entrare a far parte della compagnia locale, con tutte le conseguenze del caso.

Immediatamente acclamata dalla critica, la serie (di cui potete trovare la recensione qui) sembra sia entrata a far parte di quel filone di dramedy che sta riscuotendo un successo sempre maggiore nel pubblico; a dimostrazione del fatto che, di questi tempi, le risate registrate e gli sketch prevedibili delle sitcom stanno lasciando il passo ad un umorismo più nero, controverso e soprattutto inaspettato.

La serie per prima sembra prendersi e prendere in giro: tutto, dai dialoghi alle scelte narrative, è costruito per risultare stravagante. Anche i momenti più drammatici finiscono per far scaturire una risatina nervosa in chi, davanti allo schermo, non sa bene come reagire a quello che sta succedendo.

Barry

Il punto di forza di Barry sta proprio in questo: la capacità di rapportarsi allo spettatore in modo innovativo e mai portare in scena scelte prevedibili. Diventa così fondamentale sottolineare il ruolo della comicità: Barry non ricorre a particolari battute di spirito o giochi di parole e riesce a far ridere nel senso più semplice del termine, accostando scene quotidiane a situazioni imprevedibili, momenti di totale insensatezza a potenti riflessioni sulla vita. Il tutto viene condito da personaggi principali e secondari che non risultano mai stereotipati: anche quando svolgono il ruolo di “macchietta” si ha la sensazione che la serie ti stia strizzando l’occhio, come a dirti “Attento, ti sto prendendo in giro”.

Menzione d’onore al personaggio di Noho Hank, interpretato da un bravissimo Anthony Cardigan: è forse la figura che più di tutte riesce a comunicare quel senso di stracciamento e di continuo contrasto tra divertimento e inquietudine che si prova guardando Barry. Le tre figure portati dello show (Henry Winkler, Bill Hader eStephen Root) si danno continuamente il cambio per fornire a noi spettatori tre personaggi così diversi, eppure magnificamente sfaccettati: lo storico Fonzie di Happy Days (qui abbiamo parlato della sua carriera nel mondo della recitazione) ci restituisce una figura quasi patetica, quella di un commediografo fallito intrappolato in un sogno ormai finito che tenta di tornare agli albori del successo (ammettiamolo, chi di noi non ha trovato almeno una volta adorabile l’entusiastico Gene Cosineau per poi rimanere scioccati davanti alla potenza recitativa di uno dei suoi monologhi). D’altra parte, la figura di Monroe Fuges è forse la più difficile da categorizzare: l’uomo è un approfittatore spietato, eppure rappresenta quel surrogato di figura paterna di cui il protagonista ha disperatamente bisogno e che si traduce in un malsano rapporto di dipendenza e ricatto.

barry

Di Barry Berkman si può dire tutto e niente, e quello che si dice sembra riduttivo: Bill Hader ci regala forse la migliore performance della sua carriera, quella di un uomo incapace di amare e di rapportarsi al mondo esterno eppure così disperatamente determinato a farsi strada in una società che non capisce e che non lo capisce. Per tutta la serie l’uomo tenta di fuggire da una vita che in fondo non ha mai voluto e da cui vorrebbe distaccarsi ma, come un moderno Macbeth in una bizzarra tragedia shakespeariana, il suo destino sembra essere scritto. Così, senza nemmeno rendercene conto, finiamo per empatizzare per un personaggio grottesco e che di positivo ha ben poco, eppure così curiosamente affascinante da portarci a fare il tifo per lui rinnegando qualsiasi regola morale: chi, almeno una volta, non ha sperato che Barry riuscisse a sfuggire al suo destino e trovasse finalmente un po’ di pace?

Seguendo il filone che ha visto come protagonisti personaggi tanto controversi quanto amati (basti citare le figure di Joe Goldberg in You o di Dexter nell’omonima serie televisiva) risulta sempre più evidente come ne sia passata di acqua sotto i ponti: oggi risulta fin troppo facile commuoversi davanti ad un omicida in cerca di redenzione. Ma perché accade questo?

Perché Barry è sì un assassino, ma è anche fin troppo umano: imperfetto, egocentrico, disperato e soprattutto solo. E allora, non è un po’ come guardarsi allo specchio?

Così facendo Barry diventa (o forse la facciamo diventare noi) una paradossale metafora sulla vita, sui limiti umani e su cosa si è disposti a fare per sentirsi liberi, o semplicemente vivi, almeno per un secondo. Soprattutto, ha il grande potere di lasciarci alla fine della visione frastornati; a chiederci perché, se prima stavamo ridendo tanto, ora sentiamo l’impulso di piangere.

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