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Dovresti guardare Attack on Titan, perché esistono opere che trascendono il proprio genere e questa è una di quelle. Anche se pensi che “non sia il tuo genere” o se hai sempre associato l’animazione giapponese a qualcosa di distante dal tuo modo di sentire.
Perché esistono storie che non appartengono a un medium, che superano l’etichetta di “anime”, “serie”, “fantasy”. Storie che parlano direttamente a qualcosa di primordiale dentro di noi. Attack on Titan è una di quelle.
All’apparenza, potrebbe sembrare un racconto di mostri e battaglie, giganti che divorano esseri umani, soldati che combattono sospesi nel vuoto, mura imponenti che proteggono l’ultimo frammento dell’umanità. Un’estetica potente, una colonna sonora epica, scene d’azione mozzafiato. Ma dopo pochi episodi capisci che non è questo il centro della storia. Il centro è la paura. La paura di essere impotenti, di scoprire che il mondo è molto più grande e crudele di quanto immaginavi, la paura che le verità su cui hai costruito la tua identità siano fragili, manipolate, incompiute.
Basato sul manga di Hajime Isayama, Attack on Titan (Shingeki no Kyojin) non è solo un anime: è un’esperienza emotiva e filosofica che scava nelle paure più profonde dell’essere umano e le trasforma in racconto epico. È violento, sì. È introspettivo e non sempre semplice da vivere.
Ma proprio nella sofferenza trova la sua forza più grande: riesce a toccare corde dell’anima che raramente la narrativa contemporanea riesce a sfiorare.
All’inizio è semplice: l’umanità è rinchiusa dentro tre mura gigantesche per difendersi dai Giganti, creature mostruose che divorano esseri umani senza un’apparente ragione. Il mondo è chiuso, claustrofobico. Poi accade qualcosa di straordinario: quel mondo viene fatto a pezzi. Non solo fisicamente, ma narrativamente. Le certezze si sgretolano, le verità vengono ribaltate, il nemico cambia volto. Il concetto stesso di umanità si spezza. Ogni stagione di Attack on Titan amplia l’orizzonte, fino a trasformare una storia di sopravvivenza in un dramma politico, esistenziale e morale di portata globale.
Isayama costruisce un universo coerente, stratificato, in cui ogni dettaglio trova senso anche a distanza di anni. È una narrazione che non si limita a sorprendere: ricostruisce continuamente il proprio significato. E ogni volta che credi di aver capito tutto, ti accorgi che stavi guardando solo una parte del quadro. (Leggi il nostro approfondimento – Come è nato Attack on Titan?)
I temi chiave di Attack on Titan sono la libertà, la verità, la guerra, l’identità.
Il cuore pulsante della serie è la libertà. Non quella romantica o eroica, ma quella disperata, ossessiva: la libertà di uscire dalle mura, di conoscere la verità, di non essere schiavi del destino. L’anime pone una domanda devastante: quanto sei disposto a sacrificare per essere libero? E soprattutto: se per ottenere la libertà devi diventare un mostro, sei ancora libero?
Attack on Titan ci rivela il vero ciclo da cui nasce l’odio. Mostra come ogni guerra nasca da un passato irrisolto e ogni atrocità abbia una radice. Ogni carnefice è stato, prima o poi, una vittima. La narrazione suggerisce una verità scomoda: la guerra è un ciclo che si autoalimenta, e spezzarlo richiede un prezzo quasi insostenibile. Questo causa la perdita dell’innocenza dei nostri protagonisti. Questi sono ragazzi pieni di sogni e diventano adulti nel modo più brutale possibile. Attack on Titan mostra cosa significa crescere dentro il trauma. La trasformazione non è solo fisica, ma psicologica. Ogni personaggio porta addosso il peso delle proprie scelte, delle morti causate, delle responsabilità assunte.
La sofferenza non è mai gratuita: è il motore dell’evoluzione.

Vediamo nel dettaglio i nostri protagonisti. Eren è forse uno dei personaggi più controversi e complessi dell’animazione moderna. All’inizio è rabbia pura. Odia i Giganti e vuole sterminarli tutti ma, quella rabbia è solo la superficie. Eren è ossessionato dalla libertà: non accetta limiti, barriere, non accetta che qualcuno decida per lui. Con il tempo, la sua idea di libertà si radicalizza. Comprende che il mondo non è diviso tra bene e male, ma tra interessi, paure, potere. E sceglie di agire. Quindi, Eren è un eroe tragico o un tiranno? È disposto a sacrificare tutto, non per vendetta, ma per garantire un domani a chi ama. In lui la giustizia si confonde con la necessità e la morale con la sopravvivenza.
Mikasa è forza silenziosa e disciplina. Il suo mondo ruota attorno a Eren, ma la sua evoluzione sta proprio nel liberarsi, lentamente, da quella dipendenza emotiva.
È un personaggio che vive nel conflitto tra ciò che sente e ciò che è giusto fare. Mikasa rappresenta l’amore nella sua forma più dolorosa: proteggere qualcuno anche quando quella persona sta diventando qualcosa che non riconosce più. Armin, invece, è l’opposto della violenza istintiva. È riflessione, empatia, strategia. Crede nel dialogo, crede che esista un modo per evitare il massacro, ma la realtà lo costringe a sporcarsi le mani. La sua evoluzione è devastante: per salvare gli altri deve diventare ciò che ha sempre temuto.
Levi è rigore, freddezza apparente, disciplina militare portata all’estremo. In realtà, sotto quella corazza c’è un uomo che ha visto morire chiunque abbia amato. La sua forza non nasce dall’assenza di dolore, ma dalla capacità di continuare nonostante il dolore. Levi rappresenta una forma di giustizia pragmatica: fai ciò che è necessario, anche se ti distrugge dentro. ( Leggi – La classifica dei 10 migliori personaggi di Attack On Titan)
In Attack on Titan la giustizia non è mai assoluta. Non esiste un tribunale morale esterno. Ogni fazione crede di agire per il bene e ogni scelta comporta vittime innocenti.
Attack on Titan è pesante, nel miglior senso del termine: ci sono scene brutali, morti improvvise, tradimenti devastanti. Ma quella sofferenza crea legame, più soffri con loro, più ti senti parte di quel mondo. Ogni perdita diventa tua e ogni vittoria è sudata. Quando arriva un momento di trionfo, ti attraversa un brivido che è insieme orrore ed esaltazione. È una storia che ti scuote e ti mette davanti al lato più oscuro dell’essere umano. E poi ti chiede: tu cosa avresti fatto?
A prescindere dal genere che ami, Attack on Titan li contiene tutti. È un racconto di formazione, una tragedia shakespeariana, un’analisi geopolitica, una riflessione filosofica sulla libertà, un dramma umano sulla perdita e sull’identità. Non è importante che sia un anime, è importante che sia una storia che osa. Osa mostrare il lato più crudele della realtà, trasformare l’eroe in antagonista e dirti che forse non esiste una soluzione pulita ai conflitti umani. E nel farlo, costruisce un mondo, lo distrugge e lo ricostruisce davanti ai tuoi occhi.
Quando finisce, non rimani solo con una trama conclusa. Rimani con domande, con disagio, con ammirazione. Rimani cambiato. Ed è questo che fanno le grandi opere: non ti intrattengono soltanto, ma ti attraversano.
È un’esperienza che fa venire i brividi, brividi di orrore, di tensione, di emozione pura. E più soffri con loro, più non riesci a staccartene. Perché in fondo, Attack on Titan parla di noi: del nostro bisogno di dare un senso al dolore, del nostro desiderio di trovare una verità che giustifichi i sacrifici, della nostra capacità di amare, odiare, distruggere e ricostruire.
E quando una storia riesce a fare questo, a prescindere dal genere, dalla forma, dal mezzo, allora smette di essere “solo” un anime. Diventa qualcosa che andrebbe vissuto almeno una volta nella vita. Per questo, anche se non hai mai visto un anime in vita tua, dovresti guardare Attack on Titan almeno una volta.




