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Animal Kingdom è una serie che va oltre il paragone con Sons of Anarchy

Animal Kingdom

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Animal Kingdom.

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Oggi parliamo di una di quelle serie che sembrano fatte apposta per essere scoperte tardi, quasi per caso, come un tesoro che il pubblico mainstream non ha mai davvero saputo riconoscere e che invece meriterebbe una riscoperta lenta, meditata, approfondita. A questo proposito, Animal Kingdom non si impone con prepotenza, non si presenta con un’identità urlata o con un marketing mastodontico. Piuttosto, sceglie di insinuarsi, di respirare nell’ombra, di costruire il proprio mito non attraverso la popolarità, ma attraverso la coerenza, la precisione e la brutalità emotiva. Eppure, ogni volta che se ne parla nei corridoi del dibattito seriale, scatta quasi inevitabile il paragone con la tanto acclamata Sons of Anarchy.

Un paragone comodo, immediato, quasi istintivo: famiglia criminale, spirito tribale, violenza e fratellanza, e il gioco è fatto. Ma Animal Kingdom non è la versione balneare di SAMCRO, né un derivato della mitologia biker. È un’altra cosa, profondamente diversa, costruita su altre emozioni, altre psicologie, altre ferite. È un racconto che vive di luce e di buio in proporzioni uguali, che mostra quanto la bellezza possa essere violenta e quanto la violenza possa essere esteticamente magnetica. E per capirlo davvero, bisogna dimenticare i confronti, lasciarli andare, liberarsi dalla necessità di cercare parenti celebri.


Una scena di Animal Kingdom

Animal Kingdom rappresenta uno studio radicale

Si tratta di un’analisi profonda sul potere biologico dei legami familiari (qui la classifica delle migliori famiglie delle serie), una storia che mette al centro non l’epica criminale ma la tossicità domestica, non l’iconografia dell’anti-eroe ma le dinamiche interne di un clan che vive secondo regole che nessun membro ha mai scelto davvero. La famiglia Cody non è una famiglia criminale nel senso tradizionale del termine, non ha un codice scritto, non ha rituali riconoscibili, non ha una filosofia, non ha nemmeno un’identità condivisa. Pertanto, è un organismo in continua evoluzione, una sorta di creatura tentacolare in cui ogni fratello è un arto, un’estensione, un pezzo necessario alla sopravvivenza del corpo centrale. E il corpo centrale, il cuore velenoso, è Smurf.

Smurf è il motivo per cui Animal Kingdom non può essere paragonata a nessun’altra serie. È una matriarca che non si nasconde dietro giustificazioni morali, non maschera la manipolazione con frasi sull’unità o sulla lealtà. La sua forza narrativa sta nella trasparenza inquietante con cui esercita il controllo: non ci sono dichiarazioni teatrali, non ci sono scontri ideologici. C’è solo una pragmatica spietata, una lucida consapevolezza del fatto che i suoi figli, biologici o acquisiti, sono strumenti. O meglio, parti del suo progetto. Tasselli di un mosaico che può cambiare forma quando necessario. È una madre, sì, ma solo nel senso biologico del termine, poiché nel senso emotivo, affettivo, umano, la sua maternità è una distorsione, una ragnatela costruita per intrappolare chiunque abbia la sfortuna di amarla.

Ridurre la Serie al fascino oscuro di Smurf è ingiusto

Animal Kingdom vive e respira attraverso le psicologie dei figli (ecco serie sul rapporto padre-figlio), che sono forse la parte più sottovalutata e insieme più sofisticata dell’intero impianto. Pope, con la sua mente devastata, è uno dei ritratti di trauma più inquietanti mai visti in Tv: un uomo che vive costantemente sul bordo fra il crollo e l’esplosione, che porta dentro di sé la violenza non come scelta ma come condizione naturale. Craig è un’anima spezzata che cerca di riempire il vuoto con l’azione, con l’adrenalina, con la distrazione, ma che ogni tanto lascia intravedere una dolcezza stonata, quasi fuori posto nel sistema Cody.

Deran è la contraddizione vivente. Un criminale per nascita, ma incapace di abbandonare un briciolo di speranza nel mondo. Lui è un uomo che cerca disperatamente un’identità fuori dalla famiglia ma che non riesce mai a recidere del tutto il cordone ombelicale emotivo. E poi c’è J. La chiave narrativa, il vero protagonista, anche quando non lo sembra. J entra nella serie come un ragazzo smarrito, un estraneo che osserva il caos ordinato della famiglia Cody con una distanza quasi scientifica. Ma episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, si trasforma in qualcosa di più pericoloso di Pope, più intelligente di Craig, più strategico di Smurf stessa.

J è la dimostrazione che Animal Kingdom non vuole raccontare la glorificazione del crimine ma la sua capacità di corrompere in modo silenzioso, sottile, inevitabile. Il suo percorso non è un arco eroico né una caduta morale, ma una metamorfosi lenta, una discesa controllata, una costruzione di potere che nasce dal vuoto e cresce fino a riempirlo completamente. J non diventa criminale per vendetta o per necessità, ma solo perché in quel mondo trova un ordine, una logica, un linguaggio che in segreto ha sempre capito meglio di chiunque altro.

Smurf e J

L’estetica di Animal Kingdom non ha equivalenti

Mentre molte serie crime scelgono la notte come habitat naturale, Animal Kingdom si muove in piena luce. Il sole californiano non illumina, acceca. Non purifica, espone. La serie costruisce un contrasto carismatico fra la bellezza del paesaggio e la bruttezza morale dei personaggi, creando un effetto straniante che la rende immediatamente riconoscibile. Le inquadrature sul surf, sulle onde, sui tramonti dorati, non sono semplici intermezzi visivi, ma dichiarazioni di poetica. La luce diventa ironica, quasi crudele. È un promemoria costante che la libertà, quella vera ed emotiva, è solo un miraggio. I Cody vivono in un mondo che sembra bellissimo, ma che in realtà è un acquario dorato. Tutto è trasparente, tutto è esposto, e nessuno può davvero scappare.

E allora sì, il paragone con Sons of Anarchy (qui alcune curiosità sulla serie) viene spontaneo, ma è un errore di prospettiva. SAMCRO raccontava un’epica criminale, un mito moderno fatto di simboli, di riti, di fratellanza, con un’architettura narrativa che viveva di tragedie dichiarate. Animal Kingdom, invece, racconta la normalità del male, la quotidianità del crimine, la genetica della violenza. Non cerca il pathos, non cerca il martirio, non cerca il dramma antico. La costruisce senza dirlo, senza annunciarla, facendola crescere nei dettagli, nei rapporti, nelle incrinature, fino a quando il crollo non diventa inevitabile.

Lo show rappresenta un’opera completa

È un testo psicologico potentissimo, uno studio sul potere famigliare e sulle sue distorsioni. Si presenta come una narrazione che non chiede complicità allo spettatore ma attenzione, pazienza, immersione. Un viaggio che non offre morale ma prospettiva. Una storia che non vuole essere mito, perché funziona meglio come realtà disturbante e come fotografia in cui la bellezza è pericolosa, la famiglia è un’arma, e l’amore è il veleno più efficace.

E forse è proprio qui, in questo suo rifiuto di diventare icona, che Animal Kingdom diventa una delle serie più sottovalutate della sua generazione. Non cerca paragoni (ecco le serie che affrontano un paragone con altre), non ne ha bisogno. E quando la si guarda nel suo insieme, quando si smette davvero di affiancarla a tutto ciò che le assomiglia, si capisce quanto sia un’opera unica, solida, affilata, conturbante, luminosa e nerissima allo stesso tempo. Ci facciamo travolgere, dunque, da un flusso che non urla per essere ascoltato, ma che aspetta. E che, una volta entrata nelle vene, non se ne va più.