Vai al contenuto
Home » Alley Cats

Alley Cats ci ricorda che non serve un pedigree per essere protagonisti

Alley Cats

Ogni settimana migliaia di lettori ricevono i nostri consigli su cosa guardare.

Scopri come →

Vuoi smettere di perdere tempo a cercare una serie da vedere?

Trova quella giusta per te →

Non sai che serie iniziare?

Dicci cosa ti piace e ti consigliamo noi →

Ci sono storie che scelgono deliberatamente di non guardare verso il centro: preferiscono i vicoli, i margini, gli angoli della città in cui nessuno sembra avere davvero qualcosa da raccontare. È lì che si colloca Alley Cats, la nuova serie animata per adulti ideata e interpretata da Ricky Gervais. Arrivata su Netflix il 7 agosto 2026, conta una sola stagione composta da sei episodi.

Il titolo dice già molto: gli “alley cats” sono i gatti dei vicoli, randagi, senza padrone e senza pedigree. Ma il concetto va oltre la semplice ambientazione.

La serie prende un gruppo di creature apparentemente insignificanti e lo trasforma nel punto di osservazione privilegiato sul mondo. Non sono animali eleganti, domestici o rassicuranti. Sono sporchi, volgari, egoisti, spesso sgradevoli. E proprio per questo, secondo la logica di Gervais, possono diventare sorprendentemente umani.

PUBBLICITÀ

Credits: Derek Productions Limited, Shush Creative, Blink Industries

Alley Cats è, prima di tutto, una sitcom. Gervais stesso ha sottolineato come non consideri particolarmente utile l’etichetta “animazione per adulti”: per lui si tratta semplicemente di una sitcom con una famiglia di gatti al posto dei tradizionali protagonisti umani. La premessa è semplice: una banda di gatti randagi britannici cerca di sopravvivere per le strade, tra piccoli conflitti, amicizie improbabili, problemi quotidiani e riflessioni sul senso dell’esistenza. La serie li descrive come animali selvatici e sboccati, che combinano caos e sopravvivenza mentre cercano compagnia e si interrogano sulla vita di tutti i giorni.

Al centro troviamo Gus, doppiato dallo stesso Gervais, insieme a Olive, Ponce, Fang e Puke, ai quali si aggiunge Kitten.

Il cast vocale riunisce diversi interpreti già legati all’universo creativo di Gervais, tra cui Diane Morgan, Tom Basden, Kerry Godliman, David Earl, Tony Way e Jo Hartley. La struttura è volutamente episodica. Non siamo davanti a una grande avventura seriale costruita attorno a una trama complessa. La vera materia narrativa sono le conversazioni, le dinamiche del gruppo, le piccole disavventure e quel continuo passaggio tra il demenziale e il malinconico che è diventato una delle cifre del Gervais più recente.

Il cuore della storia è rappresentato da Gus e dalla sua banda. Sono gatti che non hanno un posto privilegiato nel mondo: vivono ai margini della società umana e devono arrangiarsi per trovare cibo, evitare pericoli e costruire relazioni. L’arrivo di Kitten introduce una dinamica diversa. La piccola, smarrita e apparentemente più innocente rispetto agli altri, diventa una sorta di punto di contatto tra due mondi: quello domestico e quello della strada. I gatti del vicolo, con la loro brutalità e il loro cinismo, diventano involontariamente maestri di sopravvivenza. La sua presenza permette, inoltre, di far emergere una dimensione più emotiva che altrimenti rischierebbe di rimanere nascosta dietro l’umorismo volgare.

PUBBLICITÀ

Ed è qui che Alley Cats mostra una delle sue idee più interessanti. I protagonisti non hanno nulla che, sulla carta, dovrebbe renderli speciali.

Non sono eroi, non sono vincenti, non hanno talento straordinario. Non possiedono nemmeno un padrone che li protegga. Eppure, hanno una cosa che moltissimi protagonisti televisivi cercano per tutta la durata di una stagione: una storia da raccontare. È proprio la scelta dei margini a rendere Alley Cats più interessante della sua superficie provocatoria. Raccontare una banda di gatti randagi significa raccontare chi normalmente non occupa il centro dell’inquadratura.

La serie prende esseri che, nella vita reale, possono essere percepiti come fastidiosi, invisibili e li trasforma in individui. Il pedigree, in questo senso, diventa una metafora. Avere un pedigree significa appartenere a una categoria riconoscibile, possedere un’origine certificata, essere considerati degni di attenzione. I protagonisti di Alley Cats non hanno nulla di tutto questo. La loro deriva dalle esperienze condivise.

I gatti di Gervais sono marginali perché non rispettano le aspettative del mondo che li circonda. Ma proprio questa condizione permette loro di osservare la realtà da una prospettiva diversa.

Guardano gli esseri umani dal basso, letteralmente e metaforicamente. Vivono accanto a noi senza essere veramente parte di noi. Sono abbastanza vicini da vedere le nostre contraddizioni, ma abbastanza lontani da poterle trasformare in materia comica. In questo senso la serie si inserisce perfettamente nella tradizione di Gervais, da The Office in avanti: protagonisti apparentemente piccoli, goffi o inadeguati che diventano strumenti per osservare la società.

Alley Cats porta all’estremo la comicità tipica di Gervais: parolacce, sesso, morte, insulti e battute volutamente offensive sono una presenza costante. Il problema è che, in diversi momenti, la provocazione rischia di diventare prevedibilità. Una battuta smette di essere sorprendente quando lo spettatore sa già che arriverà prima ancora che venga pronunciata. È anche il principale limite individuato da parte della critica. Ma sarebbe riduttivo liquidare Alley Cats come una semplice sequenza di volgarità animate. Perché sotto la scorza aggressiva esiste una seconda serie, più interessante: quella che parla di solitudine, appartenenza, amicizia e bisogno di essere riconosciuti.

Credits: Derek Productions Limited, Shush Creative, Blink Industries

L’animazione rende inoltre il mondo della serie elastico: la strada può diventare contemporaneamente un luogo realistico e una specie di teatro dell’assurdo.

I gatti possono rappresentare gli esseri umani senza doverli imitare completamente. Ed è forse questo il motivo per cui il pedigree non conta davvero. Questi animali sono lontani dall’idea tradizionale di protagonista televisivo, ma sono perfetti per una storia che vuole interrogarsi proprio sulle gerarchie. Come esperienza televisiva, Alley Cats è dunque una serie difficile da giudicare in maniera univoca. Il cast vocale è uno dei suoi punti di forza, perché gli interpreti riescono a dare personalità ai personaggi. La durata contenuta degli episodi evita inoltre che la premessa diventi un impegno eccessivamente gravoso: la prima stagione conta sei episodi, con una durata intorno ai quindici minuti.

La serie funziona soprattutto quando smette di cercare disperatamente la battuta più scandalosa e lascia spazio alle dinamiche tra i personaggi. Sono i momenti in cui i gatti si comportano come una vera comunità, pur essendo una comunità disfunzionale, a restituire alla storia il suo lato più umano. Quando invece Alley Cats insiste sulla volgarità come fine in sé stessa, il meccanismo diventa meno efficace. Eppure, anche questa debolezza fa parte del discorso sulla serie. I suoi protagonisti sono creature che non hanno imparato a essere educate, presentabili o conformi. Non sono stati addestrati per piacere. Sono randagi anche nel linguaggio.

Alla fine, Alley Cats è più interessante per ciò che rappresenta che per ciò che riesce a realizzare.

È una serie che sceglie deliberatamente il bordo dell’inquadratura e ci costruisce dentro una piccola società. Una società volgare, cinica e spesso assurda, ma anche capace di affezionarsi e soffrire. È proprio questa ambivalenza a impedirle di essere soltanto una commedia demenziale.

I gatti di Gervais non hanno pedigree, proprietà prestigiose o un posto garantito nel mondo. Hanno però qualcosa di più importante per una storia: un punto di vista. Ed è proprio questo il messaggio più interessante che Alley Cats lascia al di là delle sue provocazioni. Per essere protagonisti non è necessario appartenere al centro, avere un nome importante o possedere le caratteristiche giuste. A volte basta stare ai margini abbastanza a lungo da imparare a guardarli. Il vicolo, allora, non è più soltanto il luogo in cui finiscono quelli che non hanno trovato posto altrove: diventa il luogo da cui osservare tutti gli altri. E, per una banda di gatti senza pedigree, non è affatto poco.

Ti piacciono le serie per adulti? Scopri – La Classifica delle 10 Migliori Serie Tv animate per adulti secondo Hall of Series – Comunità di Recupero