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A Knight of the Seven Kingdoms 1×02 – La luce speranzosa di una stella cadente

Credits: HBO Max

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla seconda puntata di A Knight of the Seven Kingdoms.

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La verità non è altro che una storia raccontata con una certa convinzione, in A Knight of the Seven Kingdoms. Niente di più attuale, nell’era in cui i potenti riplasmano la realtà secondo la logica dei racconti più fantasiosi, ma in fondo è sempre stato così. Fin dall’alba dei tempi. Dall’alto del sangue nobile al fango in cui nuotano faticosamente gli ultimi, determinati a riscrivere le storie secondo il proprio piacere. Il tema della purezza e della sporcizia, già evocato ampiamente nel corso della prima puntata, si ritrova idealmente in una realtà disegnata nell’ombra su un muro. Racconta una storia suggestiva sì, ma dove sta la verità? Cosa stiamo guardando, realmente? L’imponente virtù virile di un cavaliere errante, uno col quale la natura è stata oltremisura generosa?

Sì, forse sì: forse Ser Arlan ebbe davvero quella fortuna innata. Forse sì: la natura sa spesso equilibrare il mondo, prescindendo da lignaggi puramente umani.


Sì, magari è realmente così. D’altronde anche il suo erede, Ser Duncan l’Alto, ha dalla sua la dote di una statura fuori dal comune: è la catarsi di ogni presunta piramide sociale. L’ombra sul muro per eccellenza.

O forse no. Forse Ser Arlan non era altro che un uomo normale, ma non era per questo meno cavalleresco. Dalle virtù ordinarie, privo di superpoteri celati nelle braghe. Questo, d’altronde, è l’universo di Martin:umanizza ogni figura. E noi non vediamo altro che un flashback, illustrato da un narratore di parte. Uno che con ogni probabilità non era nemmeno lì, di fronte a lui, mentre abbracciava l’alba di una nuova giornata con una prova di maestosa virilità tra le mani. Potrebbe esser frutto della versione innocente di Dunk, traviato da una storia ingigantita dal suo mentore, oppure chissà: non lo scopriremo mai.

Quel che è certo è che il dettaglio più irriverente della seconda puntata di A Knight of the Seven Kingdoms, arrivato nei primissimi istanti, non è solo un espediente comico convincente, coerente con l’alleggerimento dei toni in un capitolo a suo modo unico della saga di Game of Thrones: è la bizzarra lente d’ingrandimento di un episodio in cui il presente è impregnato di post-verità. Le post-verità che l’autore è sempre solito destrutturare, non senza ironia.

La post-verità di A Knight of the Seven Kingdoms

A Knight of the Seven Kingdoms 1x01
Credits: HBO

Le prove non esistono. Non esistono mai. Il mondo di Westeros è dominato dalle leggende che generano il mito, al di là di cosa possa esser successo in un certo momento. Ritroviamo allora le virtù meno apparenti nell’ostico tentativo di Dunk di offrire, al padre putativo, un nobile posizionamento nelle cronache di un continente che ne ha ignorato il valore, pur avendolo avuto di fronte chissà quante volte. Una leggenda, quella che Dunk riporta, popolare e a modo suo eroica, seppure non epicheggiante come la società richiede: restituisce un valore all’ordinarietà di un cavaliere errante, al servizio degli ultimi e allergico alla gloria o alla ricchezza. Un cavaliere, per questo, dimenticato un attimo dopo aver incrociato nobili altezzosi ed eredi strafottenti. Un vero cavaliere, solo agli occhi del suo figlio acquisito.


Ciò sminuisce la memoria collettiva di Ser Arlan ma la realtà è nel cuore di Duncan, intenzionato a portarne avanti il nome secondo regole autonome. Senza sfuggire alle ambizioni e alla luce di una stella cadente che richiama la fortuna, anche quando il prezzo da pagare è tutto ciò che ha. Pochissimo, se non l’amore per un cavallo e un po’ di metallo arrugginito.

Ignora anche lui, Westeros. Al cospetto dei potenti, non può dimostrare di essere un cavaliere. Non può, se l’unico testimone è un innocente pettirosso ormai volato lontano.

Non può nemmeno sacrificare ogni cosa, in nome di un sogno folle. Perché sul muro svanisce l’ombra di Ser Arlan, e con essa le parole di un giuramento affidate al vento. La buona stella che campeggia nei cieli di A Knight of the Seven Kingdoms, però, lo porta per un attimo sul sentiero dei Targaryen, a loro volta alimentati da un mito che tralascia la mesta estinzione dei maestosi draghi. Ormai al tramonto, si aggrappano alla bontà di un sovrano illuminato ma sono ormai consumati dalle lotte intestine, come se la terribile Danza di House of the Dragon fosse ancora di fronte a noi senza che nessuno possa più sputare il fuoco. Nessuno, a meno che un’illusionista non ci convinca del contrario con un po’ di polline.


Già, la buona stella: tra le corti più corrotte dei nobili vanagloriosi, l’erede al Trono che più conta ritrova nella memoria un frammento del cavaliere errante, dando così un’opportunità al suo erede.

È un momento in cui la verità si riallinea alla realtà: ricordi e aneddoti uniscono le storie di Baelor Targaryen e di Duncan prima di disconnettersi ancora, nella falsa memoria di un incontro valoroso durato più o meno a lungo. Dettagli, per fortuna: certe storie crescono nel tempo, e non si potrà farne a una colpa a Ser Arlan se abbia cercato di costruire un piccolo mito intorno alla sua umile figura. Eppure è un fatto, per un momento: è una storia vera, non solo raccontata. Una storia che unisce il mito dei potenti ai barlumi di luce del popolo.

Dunk, il cavaliere errante, può allora avere il suo momento. Può davvero diventare tale. Ha giurato o no? Non conta più. Può esserlo anche se si presenta con indosso gli stracci consunti dell’ultimo dei servi? Ser Duncan avrà la sua occasione per dimostrare quanto vale davvero, e chi se ne frega più del resto. Di tutto, anche di un cavaliere reale che scambia la storia di una comoda eredità con le cronache distorte di un uomo fattosi da sé: la piramide sociale è molto più ripida di così, ma ci penseremo un’altra volta.

Il mondo di A Knight of the Seven Kingdoms, infatti, è sospeso tra la nobile (o ignobile) leggenda e la realtà popolare.

A Knight of the Seven Kingdoms 1x01
Credits: HBO

Certo, il prezzo da pagare è altissimo, ma non coinvolge la sua dignità. Dunk si ricoprirà di una solida armatura con un sacrificio imponente, vestendosi come si richiede a un cavaliere. Mentre tituba tra il peso dei sogni impossibili e l’irruento confronto con la dura realtà dell’eredità che ha sulle spalle, compie i suoi primi passi tra i potenti con ingenuità e una certa miopia. Trova però nel fido scudiero Egg un riferimento imprevisto, più maturo e consapevole di quanto ci si potrebbe aspettare da un bambino di dieci anni. Curiosamente, più disilluso ma non per questo meno sognante. Chissà: la buona stella potrebbe celare a sua volta tante sorprese.


Ogni ombra, tuttavia, svanisce quando la realtà ricompare dalle nubi di una storia raccontata da una società schiava della leggenda.

La luce è una stella che illumina a giorno la notte, ricordandoci quanto la verità possa essere un po’ più essenziale di quanto ci diciamo.

Dunk si culla, allora, nel ricordo di un uomo che gli ha voluto bene: scarso il materiale per un mito, ma per fortuna ci sono altre priorità. Certe volte si può davvero essere valorosi senza che qualcun altro lo riconosca: persino essere buoni, dalla parte giusta della storia. Trovare sollievo all’ombra dell’ultimo sole, ai piedi di un semplice olmo. Riempire di colore un fragile scudo, finalmente spogliato da ogni grigiore. Ed essere se stessi contro ogni aspettativa, facendosi cavalieri con la forza dei fatti. Amare una donna, magari: le virtù si riallineano, quasi fosse il destino ad aver incrociato tutto ciò. Inseguire la chimera della gloria, ma secondo regole umanamente sostenibili. Coerenti. Semplici, essenziali: speciali, senza aver bisogno di riscritture postume. Essere orgogliosamente suo figlio, senza emularlo.

Potrebbe non essere il mondo in cui stiamo vivendo oggi, distratti come siamo dai terribili racconti che imperversano ogni giorno, ma è la luce che domina A Knight of the Seven Kingdoms. Un mondo in cui i sogni si possono realizzare davvero, persino se si è puri d’animo. Dura solo un momento, ma vale comunque la pena viverlo. Sul serio, oltre ogni volo fantasioso.


Antonio Casu