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Prendi un mistero da risolvere, aggiungi un pizzico di sensi di colpa legati al passato, un cucchiaino di ricerca di vendetta, ed ecco la trama di 56 giorni. Andrò dritta al punto: non è una serie tv eccezionale. Non si avvicina nemmeno lontanamente a tale aggettivo. La definirei passabile, sicuramente poco entusiasmante e adesso vi spiego il perché.
ATTENZIONE: Non continuate a leggere se non volete spoiler su 56 giorni
56 giorni (56 Days), tratta dall’omonimo romanzo di Catherine Ryan Howard e distribuita su Amazon Prime Video dal 18 febbraio, è un thriller psicologico che racconta la nascita e l’evoluzione di una relazione che conduce a un omicidio. (Scopri –La Classifica delle 10 Migliori Serie Tv di genere thriller psicologico)
La storia inizia quando Ciara Wyse e Oliver Kennedy si incontrano casualmente in un supermercato. Tra loro nasce subito un’attrazione intensa. Dopo pochi appuntamenti, il loro rapporto accelera rapidamente: trascorrono sempre più tempo insieme e decidono quasi subito di convivere nell’appartamento di Oliver. All’inizio la relazione appare passionale e romantica, quasi perfetta.
Con il passare dei giorni, però, emergono segnali inquietanti. Oliver è estremamente riservato riguardo al suo passato: evita dettagli sulla famiglia, sugli amici e sulle sue precedenti relazioni. Ciara, dal canto suo, mostra una forte curiosità verso la vita di Oliver e sembra voler capire chi sia davvero. La loro intimità cresce, ma cresce anche la tensione. Piccoli episodi fanno intuire che entrambi nascondono qualcosa. Col tempo si scopre che Oliver non è completamente sincero sulla propria identità e sul proprio passato. Alcuni eventi traumatici lo hanno spinto a cambiare vita e a costruirsi una nuova immagine. Ciara, intanto, sviluppa un atteggiamento sempre più ambiguo: ciò che inizialmente sembrava un coinvolgimento spontaneo assume contorni più calcolati. Il loro rapporto diventa una miscela di passione, sospetto e manipolazione reciproca.

La situazione precipita quando entra in scena un uomo legato al passato di Oliver, Dan Troxler. La tensione esplode in un confronto violento che termina con un omicidio. Il cadavere viene nascosto nell’appartamento e Ciara e Oliver escogitano un piano per far sparire il corpo e avere il tempo di fuggire. Dopo 56 giorni dal loro primo incontro, il corpo viene scoperto in stato avanzato di decomposizione nella vasca da bagno dell’appartamento. La polizia avvia un’indagine per ricostruire quanto accaduto in quelle otto settimane. Interrogatori, ricostruzioni e prove mettono in luce la rete di bugie e segreti che aveva sostenuto la relazione.
Nel finale emerge che il loro legame non era solo una storia d’amore improvvisa, ma l’incontro di due persone con identità fragili e verità nascoste. La serie si chiude lasciando il dubbio su chi sia davvero vittima e chi carnefice, mostrando come, in soli 56 giorni, una relazione possa trasformarsi in una spirale di ossessione, paura e distruzione.
56 giorni costruisce la tensione attraverso una struttura a incastri temporali: passato e presente si alternano costantemente. All’inizio lo spettatore è volutamente spaesato. Sappiamo che (forse) Oliver è morto, ma non sappiamo come né perché. Ogni episodio aggiunge un tassello, come in un puzzle. I flashback sono strumenti di manipolazione narrativa e ci mostrano come una relazione che sembrava autentica, nel presente abbia fatto degenerare tutto.
Questo meccanismo funziona bene nel creare curiosità, poiché il pubblico è portato a rivedere mentalmente ogni scena, cercando segnali nascosti. Tuttavia, a lungo andare, la frammentazione temporale contribuisce anche a una certa dispersione: troppe sottotrame si aprono, alcune vengono solo accennate, altre lasciate in sospeso. Il risultato è una tensione diffusa, ma poco focalizzata. Probabilmente uno o due episodi in meno avrebbero giovato, concentrando meglio la narrazione ed evitando quella sensazione di lentezza che emerge in diversi momenti.

Ma chi sono davvero Oliver e Ciara, i due amanti protagonisti di 56 giorni? Oliver (Avan Jogia) è un personaggio costruito sull’ambiguità. All’apparenza è un uomo riservato, quasi fragile, con un’aura di malinconia che lo rende affascinante. Ma sotto la superficie si nasconde un’identità manipolata. Psicologicamente è un opportunista, non un genio del male, non un villain carismatico, ma qualcuno che ha imparato a sfruttare le circostanze. Si adatta, cambia versione di sé a seconda della situazione; vive di omissioni più che di menzogne.
Il suo tratto dominante è il controllo: controllo dell’immagine, del racconto, dello spazio domestico. Ma è un controllo fragile, che si incrina quando Ciara inizia a smontare la sua versione dei fatti. Il problema è che questa complessità psicologica rimane più teorica che percepita. L’interpretazione lo rende spesso monoespressivo, poco incisivo. Nei momenti che dovrebbero essere emotivamente esplosivi, resta trattenuto. Piccolo appunto personale, i suoi capelli sono veramente insopportabili: sballottati continuamente a destra e sinistra. Oliver, ascoltami, tieniti tranquillamente a distanza da tutto il mondo, ma sappi che il parrucchiere è una brava persona. Sono sicura che prendere un appuntamento da lui potrebbe solo farti bene!
Ciara (Dove Cameron) è più complessa. Il suo personaggio è guidato da un trauma e da un desiderio di vendetta che la consuma. Entra nella relazione con un piano preciso, ma qualcosa si incrina lungo il percorso. Il suo conflitto interiore è tra razionalità e sentimento. Vuole portare avanti il suo progetto, ma finisce coinvolta emotivamente. L’evoluzione di Ciara in 56 giorni però non sempre convince. Il cambiamento di rotta — dall’odio all’amore totalizzante nel giro di pochi giorni — appare poco credibile. La rapidità con cui decide di sacrificare il suo piano per un sentimento nato in modo così fulmineo lascia perplessi. La storia d’amore risulta poco appassionante e a tratti persino forzata.
È difficile credere che in pochi giorni possa nascere un amore così intenso da farle abbandonare un progetto costruito con tanta determinazione. La relazione appare più basata sull’attrazione fisica — e la serie insiste molto su questo, con scene di sesso frequenti e in contesti improbabili — che su una reale costruzione emotiva. A dirla tutta, le scene di sesso mi sono sembrate tutt’altro che erotiche: ok farlo “in tutti i modi, in tutti i luoghi e in tutti i laghi”, ma neanche buttarlo lì senza motivo. Il risultato è una storia d’amore poco appassionante, a tratti persino no sense. I due hanno molta chimica, sì. Ma manca la profondità.

Ad accompagnare la narrazione nel presente sono i due detective a cui è affidata l’indagine. I due fanno da contrappunto necessario. Karl è il personaggio più riuscito della serie. Ironico, diretto, con un sarcasmo che alleggerisce la tensione, rappresenta la parte più umana e concreta della narrazione. Psicologicamente è un uomo disincantato ma empatico, che usa l’umorismo come meccanismo di difesa. È probabilmente l’unico a trasmettere autenticità e a intrattenere davvero. Probabilmente il miglior personaggio della serie. Lee è più metodica e riflessiva. È guidata da un forte senso del dovere e dalla necessità di ricostruire la verità con precisione quasi ossessiva. Insieme formano una dinamica classica ma efficace: istinto contro metodo, ironia contro rigidità.
Il vero antagonista di 56 giorni, il dottor Dan Troxler, emerge tardi e appare funzionale alla chiusura della trama. È una figura opportunista, subdola, pronta a lucrare sulle tragedie altrui. Non ha grande profondità psicologica: è il classico capro espiatorio necessario per dare una conclusione relativamente rassicurante alla vicenda. Si meritava la fine che ha fatto? Probabilmente sì. Ma il suo destino non regala alcuna soddisfazione narrativa. È una risoluzione più tecnica che emotiva.
56 giorni è una serie che parte da un’idea forte: un amore dannoso, una convivenza accelerata, fantasmi del passato, segreti che emergono quando il mondo si ferma. L’atmosfera è ben costruita e la struttura a flashback crea curiosità. Tuttavia, la storia è a tratti lenta. Il finale è abbastanza prevedibile, privo di vera catarsi. Non lascia un segno profondo.
Tirando le somme: se si è amanti del genere mystery, del dramma psicologico immerso in dinamiche di amore tossico e relazioni ambigue, 56 giorni può essere una serie che fa compagnia. Non lascia un segno profondo, ma offre qualche momento di tensione e un personaggio — Karl — che da solo vale buona parte della visione.






