ATTENZIONE! L’articolo contiene SPOILERS dei primi due episodi di Widow’s Bay
Matthew Rhys è un talento per tutte le stagioni e con Widow’s Bay assistiamo all’ennesima prova di questo talento camaleontico. Nel più recente The Beast in Me (targato Netflix), Rhys divideva la scena con Claire Daines in un thriller psicologico teso e violento. Stavolta per Apple TV opta per un progetto a metà tra horror e commedia. Widow’s Bay potrebbe sembrare, almeno dopo i primi due episodi, la figliastra di Schitt’s Creek e The Mist. Dove del padre ha preso l’insensatezza e un protagonista altrettanto inetto, della seconda le atmosfere e l’orrore in essere. C’è sicuramente anche un po’ di The Fog e un po’ di Severance (ogni cultore del mystery non può perdersela). Eppure il primo immediato elemento di paragone non può che essere uno dei racconti brevi più noti di Stephen King.
Nel racconto, da cui è stato tratto un film abbastanza riuscito e una serie tv dimenticabile, la storia ruota attorno a un padre e suo figlio che, insieme a un piccolo gruppo, trova rifugio all’interno di un supermercato mentre il mondo fuori è avvolto dalla nebbia. Nella foschia opprimente che avvolge di colpo la cittadina si celano creature lovercraftiane provenienti da una altra dimensione, aperta per sbaglio da certi soliti esperimenti militari. Il vero pericolo però sono gli esseri umani. Come quasi sempre accade nei romanzi di King, l’horror è solo un espediente per raccontare vizi e virtù dell’animo umano. E The Mist non fa esclusione.
Al senso di angosciante oppressione che pervade quel piccolo trattato sociale, Widow’s Bay preferisce toni decisamente più paradossali per raccontare l’horror. E nei suoi primi due episodi dimostra che l’equilibrio, almeno all’inizio, funziona davvero.
La cittadina che dà il titolo alla serie è un luogo che vive di contraddizioni e fin dai primi cinque minuti ci viene raccontata tramite esse. Da un lato il tentativo di trasformarsi in una meta turistica, dall’altro un passato (e forse un presente) intriso di superstizioni, sparizioni e racconti che nessuno riesce davvero a liquidare come folklore. Il primo episodio lavora proprio su questa tensione. Introduce il contesto con apparente leggerezza per poi incrinarlo poco a poco, lasciando emergere un sottotesto inquieto.
Al centro c’è il sindaco Tom Loftis, interpretato da Matthew Rhys, ed è qui che la serie trova la sua ancora più solida. Rhys costruisce un personaggio che vive costantemente in bilico. E’ un uomo che cerca di tenere insieme una comunità, un ruolo pubblico e una vicenda personale che evidentemente non ha mai risolto. Nei primi due episodi non tutto viene spiegato, ma si percepisce chiaramente che il suo legame con Widow’s Bay è più complicato di quanto voglia ammettere.
Tom è risoluto e deciso a trasformare Widow’s Bay nella prossima Martha’s Vineyard. Vuole svecchiare l’isola, renderla Gen Z material, instagrammabile e accalappia turisti. Per farlo è disposto a tutto, anche a ignorare le sparizioni improvvise, gli hotel infestati, i pazienti in coma che diventano zombie e tanta, troppa nebbia. Non servono a nulla neppure gli avvertimenti di Wyck (Stephen Root) che sarà pure alcolizzato, ma ci vede più lungo di tutti gli altri abitanti dell’isola. E si sa che ogni racconto dell’orrore che si rispetti ha bisogno del suo oracolo. Così Tom deve affrontare sia i jump scare che gli attacchi personali dei suoi concittadini che minano la sua autorità e le sue idee innovative. Per non parlare del figliastro adolescente che fuma canne e gli ricorda la moglie morta.

La miniserie non punta mai su un orrore esplicito o costante e la componente comica, sorprendentemente, non rompe questo equilibrio.
Non siamo davanti a una serie che cerca la battuta facile o la gag continua. L’umorismo è più secco, a volte quasi fuori tempo, e proprio per questo funziona. Eco di perle come Schitt’s Creek, appunto, e The Office, Widow’s Bay inserisce una schiera di personaggi secondari e situazioni tragicomiche che rompono la tensione accumulata fino a quel momento. Nei momenti migliori, la serie riesce a farti sorridere e inquietare nello stesso spazio narrativo, senza chiederti di scegliere da che parte stare.
Ognuno dei personaggi secondari (dal pescatore alcolizzato alla segretaria Patrizia) sembrano avere un rapporto personale con il lato oscuro della cittadina. Alcuni elementi possono apparire familiari — il figlio problematico, la comunità chiusa, i segreti sepolti — ma la scrittura prova a evitarne l’uso più prevedibile, almeno per ora. A fare da collante è l’interpretazione magnetica di Matthew Rhys. I momenti più interessanti sono quelli chhe riguardano Tom e Wyck. E’ il secondo a darci alcune informazioni importanti sul passato del primo e sulla sua indole. È anche l’unico a sapere, per esempio, che Tom faceva solo finta di suonare i campanelli durante quello che in America viene chiamato “Ding Dong Ditch”. Praticamente il nostro “suona e scappa”. Wyck lo ricorda come un codardo e un codardo lo considera ancora oggi.
Il talento di Matthew Rhys, dimostrato più e più volte, trova quindi nuova linfa vitale con un progetto ibrido che ha tanto da dare, ma anche tanto da dimostrare.
Se c’è una vera incognita, riguarda la tenuta nel lungo periodo. I primi episodi (disponibile sul catalogo Apple TV) funzionano perché costruiscono, suggeriscono e promettono. Ma proprio questo tipo di narrazione rischia di incepparsi se non trova presto una direzione più definita. L’equilibrio tra mistero, ironia e orrore è delicato e basta poco per sbilanciarlo. La fiducia che riponiamo nel progetto si rispecchia d’altronde nei piani di Tom. Possiamo davvero fidarci e credere nella più logica delle risoluzioni? Oppure, la maledizione di Widow’s Bay è più reale di quanto pensiamo? Di certo i titoli di giornale come «Sacerdote divorato da una balena», «Uomo trovato morto da un cavallo» e «Cannibalismo nella casa di Dio» non fanno ben sperare, ma restano ancora otto episodi per scoprire il mistero all’origine del folklore di Widow’s Bay. Per ora siamo presi all’amo.

