Attenzione: evita la lettura se non vuoi imbatterti in spoiler di Too Much
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Quanto è difficile andare oltre un piccolo capolavoro di scrittura e ricominciare da zero con un nuovo prodotto, senza cercare di eguagliare il primo? Moltissimo, un po’ come andare oltre una relazione e ricominciare da capo sperando di riuscire a sopravvivere. Lena Dunham lo sta sperimentando sulla sua pelle, entrambe le cose. E si vede parecchio in Too Much, la sua nuova serie uscita su Netflix a giugno 2025. Lei stessa ha dichiarato come Too Much sia liberamente ispirata alla sua storia d’amore personale, finita ma iniziata proprio nel Regno Unito. Esattamente dove Jessica (Megan Stalter), la protagonista di Too Much, riprogramma la sua quotidianità, lasciando New York, e dove dà una nuova chance all’amore. O almeno, questo dovrebbe essere il presupposto che, anche se piuttosto scontato, promette di stupirci con sentimenti contrastanti e complessi.
Quello a cui, insomma, ci ha sempre abituato Lena Dunham, già scrittrice e ideatrice di Girls, una piccola bibbia per millennials.
Invece, purtroppo, Too Much (la nostra recensione) non riesce nell’impresa promessa e delude proprio sotto il punto di vista di quei dettagli che solitamente rendevano la scrittura di Dunham unica nel suo genere. Certo reggere il paragone con Girls non è facile, lo sappiamo, ma da Too Much ci si aspettava sicuramente qualcosa in più.

Prima di tutto, va detto che il presupposto per cui la ragazza americana sogna l’amore britannico alla Mr. Darcy, non è originalissima come idea. Tutto il mondo sogna quel tipo di romanticismo, e tutto il mondo lo ha sognato a suo tempo. Ha ancora senso nel 2025 che una donna di trent’anni abbia quel tipo di ideale? E soprattutto, ha ancora senso che idealizzi l’amore in quel modo sfacciato e autolesionista? Ahi noi, sono cose che abbiamo visto tante volte e che forse è il momento di superare sul livello narrativo. È chiaro che la storia di Jessica, che scappa dalla sua realtà per ritrovare se stessa, va benissimo così com’è e forse non andava condita con delle idealizzazioni così marcate.
Perché è giusto che ci sia l’amore, perché nessuno può vivere senza. Ma potrebbe essere giusto anche che l’idea dell’amore cambi, si evolva e vada oltre alcuni degli stereotipi che sono già stati marcati in precedenza e di cui non abbiamo più tanto bisogno.
In ogni caso, Jessica scappa da se stessa per non ritrovarsi mai, o almeno non nella sua identità personale. Uno dei grandi errori di Too Much è proprio la mancanza, nella protagonista, di un’autodefinizione.
Il grande equivoco, che delinea Too Much dall’inizio alla fine, è creato dall’illusione di una consapevolezza che Jess, in realtà, non avrà mai. Ci convince di evadere da New York per fuggire da un lavoro opprimente e da una storia finita male; racconta di volersi divertire con Felix, uno sconosciuto piuttosto ambiguo, e di non pensare troppo; vuole convincerci che fa tutto per se stessa, che non è legata a nessun tipo di vincolo, nemmeno quello familiare. Invece, e purtroppo è molto palese fin da subito, non fa nulla di tutto ciò. E, anzi, spesso fa esattamente il contrario. E quindi scappa da casa sua per non avere le responsabilità sulle spalle, si innamora immediatamente di Felix come fosse un’adolescente e non si autodetermina mai, rimane sempre molto ancorata al legame con gli altri.

Una piccola inguaribile romantica come ne abbiamo viste tante, e che non ci aspettiamo di veder nascere dalla penna di Lena Dunham.
Il paragone che viene spontaneo con Girls può anche essere fine a se stesso ma porta con sé una riflessione su Too Much: ne avevamo davvero bisogno? Too Much è necessaria come è stata, a suo tempo, necessaria (e lo è ancora per i Millennials) Girls?
Posto il fatto che un prodotto, soprattutto un prodotto come Too Much, non debba essere per forza necessario né iconico né tantomeno fondante. Forse, però un minimo di scopo ultimo dovrebbe averlo. Il problema è che Too Much, probabilmente, sbaglia anche il target di riferimento. Mentre Girls parlava forte e chiaro ad una generazione di donne molto ben delineata, Too Much confonde le generazioni. Risultando, alla fine, sorpassata e incomprensibile ai Millennials e vecchia e fuori contesto alla Gen Z. In Girls, le ragazze protagoniste incarnavano (ognuna diversamente dall’altra) un tipo specifico di donna in cui riconoscersi, comportamenti molto marcati e atteggiamenti riconoscibili, ai limiti della sopportazione perfino.
Jess, purtroppo, non rispecchia nessun tipo di donna nello specifico e rimane, in questo, molto superficiale.
La forza di Girls, per esempio, era anche la stramberia delle protagoniste, la loro stranezza intrinseca. Ed era anche questo a renderle uniche e complesse, perfettamente identificabili e a tratti odiose. Jess è molto meno sopra le righe, molto più ordinaria. È molto più brava a dire di essere strana che ad esserlo sul serio. È molto più brava a dire di voler essere indipendente per se stessa, e molto meno a farlo sul serio. Preferisce definirsi con un uomo accanto, piuttosto che scegliersi davvero qualcuno da amare.
È il grande paradosso di Too Much: la protagonista non è romantica, ma dice di esserlo, non è indipendente, ma dice di esserlo, non è millennial ma crede di esserlo. Purtroppo, la protagonista di Too Much è poche cose e nemmeno troppo chiare. In questo grande problema narrativo, se ne pone uno ulteriore che era davvero il tratto distintivo di Lena Dunham e che in Too Much non ritroviamo affatto: le relazioni tra donne. Girls racconta di ognuna delle protagoniste, certo, ma racconta tantissimo dell’amicizia tra donna e donna (e lo fa in maniera preponderante). Di quel legame complesso e intrigato che si istaura solo tra ragazze, soprattutto se Millennials. Jess sembra non avere nessun tipo di legame con delle amiche qualsiasi, né a New York né a Londra.

Escluse le donne della sua famiglia, la protagonista di Too Much non si relaziona mai ad altre donne.
Le amiche di Felix vengono descritte come scostanti e strane, con un leggero accenno ironico al loro modo di fare britannico. Amiche da New York non ne esistono, colleghe di lavoro non ci sono, passanti per strada nemmeno a parlarne. Il rammarico, da questo punto di vista, è evidente e molto sentito. Soprattutto se pensiamo che Too Much è stata ideata e scritta da una donna che ha sempre saputo descrivere questa complessità relazionale, forse meglio di chiunque altro.
La mancanza di necessità di Too Much, quindi, si delinea anche attraverso questo tipo di problemi. Girls risultava indispensabile proprio per la sua urgenza di dire delle cose sul femminile, di raccontare la vita reale delle donne (e non solo), di sviscerare la stranezza e renderla quotidiana. Too Much, purtroppo, non riesce nell’impresa di rendersi altrettanto interessante, quantomeno. Possiamo anche scendere a patti sul fatto che non debba essere a tutti i costi essenziale alla comunità, ma quantomeno sarebbe carino che un qualsiasi prodotto fosse credibile. Too Much non è da buttare, riesce a risultare anche credibile nella sua coerenza narrativa.
Il punto è che forse avrebbe dovuto allinearsi di più con il suo scopo: se avesse voluto essere solo inguaribilmente romantica, avrebbe dovuto esserlo davvero. E se avesse voluto cavalcare l’onda di Girls, magari raccontando cose nuove e più legate ad una nuova generazione, avrebbe dovuto rivedere le sue priorità.
La dura verità è che Too Much, per quanto godibile, non riesce ad interiorizzare Girls. Non riesce a trarne ispirazione per portare avanti un nuovo capitolo di narrazione. E per quanto i paragoni possano sembrare inutili, Too Much avrebbe avuto un gran bisogno di richiamare Girls. Di richiamare quel modo di urlare a squarciagola ad una generazione intera. Too Much sussurra a malapena, e nessuno riesce a sentirla.



