Vai al contenuto
Home » Recensioni

Too Much – La Recensione dell’ultimo convincente lavoro di Lena Dunham (creatrice di Girls) per Netflix

Ogni giorno proviamo a raccontare le serie TV con la stessa cura e passione che ci hanno fatto nascere. Se sei qui, probabilmente condividi la stessa passione anche tu. E se quello che facciamo è diventato parte delle tue giornate, allora Discover è un modo per farci sentire il tuo supporto.

Con il tuo abbonamento ci aiuti a rimanere indipendenti, liberi di scegliere cosa raccontare e come farlo. In cambio ricevi consigli personalizzati e contenuti che trovi solo qui, tutto senza pubblicità e su una sola pagina. Grazie: il tuo supporto fa davvero la differenza.

➡️ Scopri Hall of Series Discover

Le aspettative sono una brutta bestia. Immaginare un evento prima che accada, porre qualcosa in relazione a qualcos’altro e aspettarsi che sia necessariamente migliore – o almeno considerabile al livello – senza nemmeno sapere se sarà anche solo paragonabile, è deleterio. Le aspettative influenzano il nostro giudizio, lo plasmano a loro immagine e somiglianza, lo rendono forse meno puro. E una volta settate, sono anche difficili da sradicare. Lo dico perché lo vivo, e l’ho appena vissuto approcciandomi a Too Much. Per fortuna, però, pur essendo qualcosa di difficilmente sradicabile e superabile, ci sono situazioni, prodotti e sì, anche serie tv, che riescono ad andare oltre. Ed è proprio questo il caso.

Approdata giovedì 10 luglio su Netflix, Too Much è l’ultimo lavoro di Lena Dunham, che l’ha scritta, diretta e anche interpretata, come già aveva fatto con Girls. A 13 anni dall’inizio della serie che più di tutte l’ha resa celebre e a 8 dal suo finale, il ritorno del volto e della mente di Lena Dunham sul piccolo schermo è stato parecchio atteso, e anche accompagnato dalle solite domande. Una penna che ha già dato vita a una serie che a suo modo ha segnato un genere – qui 10 buoni motivi per guardarla – sarà in grado di ripetersi? La risposta è: decisamente sì. La sua è ancora una penna brillante, sagace, in grado di raccontare i millennial – vale a dire i giovani non troppo giovani di oggi – come poche altre. E nel farlo, questa volta, ci accompagna Jessica.

La trama

Jessica è una produttrice televisiva in piena crisi personale e professionale. Sul lavoro è a tutti gli effetti in burnout, pentita della rotta che la sua carriera ha preso e insoddisfatta di aver rinunciato a un percorso creativo più attivo come quello alla regia, il suo sogno di sempre. Nel privato viene lasciata dal fidanzato dopo sette anni di relazione, per un’influencer con cui nel giro di un anno si fidanza ufficialmente. Jessica è delusa, frustrata, arrabbiata. È tornata a casa di sua madre (o meglio di sua nonna), dove vive insieme a loro, alla sorella divorziata e a suo nipote, e passa le giornate a scrollare compulsivamente il profilo Instagram della suddetta promessa sposa del suo ex, Wendy Jones. Non contenta, realizza quotidianamente una serie di video diretti a lei che pubblica sui social in modo privato, senza che siano visibili a nessuno.

Megan Stalter è Jessica in Too Much
Credits: Netflix

Insomma, Jessica ha palesemente bisogno di dare uno scossone alla sua vita. Ad aiutarla ci pensa il suo capo nonché ex cognato, che le propone di trasferirsi a Londra per tre mesi per lavorare a uno spot natalizio. Jessica accetta con l’idea che è più un ideale di poter vivere in un estate in stile Bridgerton e conoscere una serie di Mr. Darcy o William Thacker, eroi romantici dall’accento britannico. Ma le aspettative, come abbiamo detto, sono una brutta bestia. Ed eccola invece lì in un complesso residenziale poco bucolico a darsi involontariamente fuoco con una candela. E con Felix, un musicista indie conosciuto in un pub – e sia ben chiaro che è un pub, non un bar. Bello, simpatico, gentile, ma anche non privo di problemi, drammi e traumi irrisolti.

Quello tra Jessica e Felix in Too Much è un incontro fortuito

Un incontro fortuito e fortunato in cui non è solo il caso a fare la sua parte. Entrambi sono reattivi nel cogliere l’attimo, approfittando di un incontro del quale percepiscono fin da subito tutte le potenzialità. Si piacciono, si vede, e danno inizio a una relazione che corre veloce, e che nel giro di tre settimane affronta le montagne russe che una relazione vive tipicamente nel giro di mesi, se non anni. È la relazione di chi si trova e non vuole perdere tempo, tra due persone ormai adulte che hanno vissuto le loro vite e non indugiano troppo in dubbi e incertezze.

Questo però non significa che siano aperti e pronti a vivere tutto il bello che questo incontro può offrire loro. Non vuol dire che non si facciano del gran autosabotaggio, che non tentino di scappare o di far scappare l’altro. Perché se è vero che l’esperienza porta consapevolezza, è altrettanto vero che porta anche bagagli pesanti. Li conosciamo lentamente nei primi episodi, un po’ per volta, per poi fiondarci a capofitto nel loro passato a metà serie. Dopo aver capito chi sono Jessica e Felix, gli episodi centrali di Too Much sono quelli fondamentali per comprendere il perché. Cosa gli è successo? Cosa li ha resi le persone che sono oggi?

Credits: Netflix

Da un lato abbiamo un lutto familiare importante – la perdita del padre da bambina – le difficoltà infantili con i coetanei, la relazione disfunzionale con un ex che non è riuscito a starle accanto nemmeno in uno dei momenti più dolorosi della vita. Dall’altro abbiamo una famiglia assente, la solitudine di chi non si sente amato, molestie fin dentro le mura di casa. E chiaramente tutto il successivo loop di dipendenze e rapporti complicati di chi con il concetto di affetto non ha mai fatto pace.

Too Much è un manuale per millennial in 10 puntate

La difficoltà relazionale di cui la serie ci racconta non è quella delle prime volte, di chi non ci è mai passato e teme l’ignoto. È quella di chi invece ci è passato eccome, di chi è già stato scottato, delle persone che dalla vita hanno preso ma alle quali la vita ha anche tolto. Non è la difficoltà dei sedici anni, quella che mille e più serie adolescenziali ci hanno già raccontato. È una difficoltà matura, adulta. In una parola: millennial.

Classe 1986, quindi nel pieno di una generazione davvero sfigata che è anche la mia, Lena Dunham disegna con Too Much dei personaggi che questa generazione la rappresentano pienamente. Jessica e Felix sono due esempi lampanti di come essere trentenni oggi voglia dire essere un po’ dei work in progress. Siamo stati cresciuti con l’idea che a trent’anni la vita dovesse essere già definita: un lavoro stabile e che importa se è davvero quello che fa per noi, una relazione stabile almeno tanto quanto il lavoro. Perché no, anche dei figli. I nostri genitori lo hanno fatto prima di noi, è l’ordine naturale delle cose.

Credits: Netflix

Ma noi non siamo così: siamo diversi, siamo insicuri. Non sappiamo trattare bene noi stessi. Siamo single, ci stiamo riprendendo da una brutta delusione d’amore, o magari siamo divorziati e il figlio che abbiamo avuto non sa se preferisce stare con mamma o con papà. Le nostre aspettative sono state infrante, siamo tristi, ci sembra di aver sbagliato tutto. Ci hanno detto che non eravamo all’altezza dei nostri sogni e noi magari ci abbiamo anche creduto. E ora che ci resta? Cosa succede quando abbiamo davanti una cosa che potrebbe essere davvero quella giusta per noi?

In questo panico moderno gli amori sono imperfetti, canta Felix.

Noi siamo imperfetti, con le nostre vite non conformi alle aspettative (rieccole, ancora) che abbiamo costruito per noi stessi. Il trucco sta nel non cercarla proprio, la perfezione alla quale siamo stati educati. E tra le tante verità che Too Much ci consegna, ce n’è una che secondo me vale più di tutte: tutto ciò che ci serve è qualcosa che sia perfetto solo per noi, e quindi imperfetto per definizione. È quasi incredibile che a dirlo con più forza sia Wendy Jones, aka Emily Ratajkowski, nella mente di molti la perfetta incarnazione dell’ideale di perfezione. O forse no, incredibile non lo è proprio per niente, è nel pieno stile della serie.

Too Much non ha paura di osare. Lo fa con dialoghi complessi e brillanti, di quelli che ci si chiede se possano mai esistere davvero, tra due persone normali. E anche in questo caso la mia risposta è sì. Lo fa dando spazio alla rappresentazione di corpi non conformi e non stereotipati, lo fa portando in scena sicurezze e insicurezze che sì, possono convivere e lo fanno quotidianamente, in ognuno di noi.

E allora grazie, Lena.

Grazie mille di aver messo insieme Adèle Exarchopoulos, Kit Harington e Naomi Watts. Insomma, grazie per avermi dato il cast di cui non sapevo di avere bisogno nonché la mia dose semestrale di Andrew Scott, anche se giuro che non ho adorato Too Much solo per lui. Grazie per averci fatto mettere nei tuoi panni e per esserti messa nei nostri. Grazie mille di essere tornata e di averlo fatto così. E ora che lo hai fatto, ti prego, non andare più via.

Vuoi navigare su Hall of Series senza pubblicità, ricevere contenuti esclusivi e soprattutto scoprire nuove serie tv da vedere che fanno al caso tuo senza dover aspettare ogni volta che ti capiti un articolo, un post o un video? Ti aspettiamo su Hall of Series Discover