Attenzione: l’articolo contiene spoiler sulla terza puntata di The Last Frontier.
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Nel terzo episodio di The Last Frontier, la tensione che aveva attraversato i primi due capitoli si cristallizza, prendendo una forma più netta e riconoscibile. La nuova serie Apple TV, che sembrava essere partita con il passo deciso di quello che sarebbe potuto essere un thriller corale, capace di intrecciare l’epica della sopravvivenza con il dramma, si restringe in realtà tutto attorno a un unico nome: Havlock. I primi due episodi (qui la nostra recensione) si erano sviluppati nel caos lasciato dalla fuga dei prigionieri: uomini sbandati, dispersi tra le distese di ghiaccio, che cercano riparo e fortuna in un territorio freddo e ostile. Ciascuno sembrava destinato a seguire la propria traiettoria, con la possibilità che la serie si muovesse come un mosaico, alternando prospettive e ritmi diversi. Ma tutto questo intreccio si riduce a un’unica linea di tensione: la caccia a Havlock, l’uomo che sembra sapere tutto e che arriva sempre un passo prima di chiunque altro.
Havlock è il centro gravitazionale della serie. La sua figura è costruita con cura, ma anche con una certa esagerazione. È il villain perfetto, il fantasma che non sbaglia mai, la mente che prevede tutto, il burattinaio invisibile che tesse la tela. Ma la perfezione, nel racconto, può essere un rischio: quando un cattivo (che in realtà cattivo non è, o almeno, lui non si dipinge così) è troppo intelligente, troppo freddo, troppo resistente, il gioco perde parte della sua tensione. Havlock resiste al gelo come fosse un abitante estremo di quel territorio, sopravvive a cadute che sembrano impossibili, sparisce nei boschi per poi riapparire dove meno lo si aspetta. È come se la narrazione volesse renderlo una figura mitologica e invincibile, ma finisce per trasformarlo in un archetipo che si è già visto troppe volte.
È Havlock che domina la scena come un’ombra.

Nel frattempo, lo sceriffo Remnick (interpretato da Jason Clarke), diventa sempre più l’opposto del suo nemico: un uomo logorato, spinto dal senso del dovere e da una rabbia che non riesce a placare. La sua lotta non è solo contro Havlock, ma anche contro sé stesso. Il passato, come ogni storia di questo tipo, pesa su ogni decisione. L’episodio approfondisce le sue fragilità, ma lo fa con strumenti già noti: la famiglia in pericolo, il dolore mai risolto, la colpa che riaffiora nei momenti peggiori. È un personaggio che funziona, ma che non soprende, perché risponde esattamente a ciò che il pubblico si aspetta da lui. Accanto a lui, l’agente Sydney Scofield tenta di guadagnarsi spazio. In questo episodio svela il legame che la unisce a Havlock: i due sono sposati. È una rivelazione che dovrebbe spostare gli equilibri, aprire un varco emotivo nel muro del racconto, ma che finisce per appesantire ulteriormente la trama, già carica di cliché.
Il passato condiviso tra i due si traduce in sguardi e silenzi più che in veri dialoghi, e quella tensione personale che avrebbe potuto diventare un motore drammatico si riduce a una nota prevedibile di pathos. Tutto questo, però, non significa che l’episodio perda completamente efficacia. The Last Frontier continua a saper costruire momenti di grande impatto, ma l’emozione si fa meno profonda, più automatica. Gli eventi dell’episodio sono momenti che catturano, ma più per l’estetica che per il coinvolgimento. È un episodio che si guarda con interesse per l’azione delle vicende. E forse va bene così. The Last Frontier non sembra voler essere un dramma psicologico o un racconto di redenzione. È un poliziesco, un thiller d’azione, dove ci sono sparatorie, inseguimenti e rapimenti.
Ed è liberatorio poter guardare una serie d’azione che è semplicemente una serie d’azione.

Tuttavia, si avverte una certa nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere. Nei primi episodi si intravedeva la possibilità di un racconto corale, pur mantenendo la storia di Havlock centrale, capace di dare voce a una pluralità di racconti. Con questo terzo episodio, quella coralità svanisce, e tutto si concentra sul conflitto fra due archetipi. È un gioco vecchio, ma ben eseguito e piacevole da guardare. Il problema è che mostra già i suoi limiti. Questo episodio, dunque, segna un bivio netto. Da una parte, The Last Frontier si conferma come un prodotto di mestiere, ben confezionato e capace di intrattenere. Dall’altra, perde parte del mistero e della densità emotiva che l’avevano resa promettente all’inizio. Resta comunque la curiosità di come continuerà, ma più per il piacere del racconto che per affezione ai personaggi.
Questo episodio rivela anche la sua natura più semplice e forse più onesta: The Last Frontier intrattiene con ritmo e tensione. Non pretende empatia, e va bene così. Ogni tanto serve un racconto che non pretenda di essere profondo, che non cerchi simbolismi o riflessioni, ma che si limiti a offrire ciò che promette: azione, pericolo e una corsa contro il tempo. È una storia che non cerca di essere di più, e proprio per questo trova, almeno per ora, un suo equilibrio.







