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La felicità è una delle parole più consumate del nostro tempo. La trovi sulle copertine delle riviste patinate, negli slogan pubblicitari che ti promettono “la vita che meriti”, nei manuali di crescita personale che affollano le librerie. È diventata una sorta di industria, una promessa di benessere venduta in pillole motivazionali, in corsi online o in citazioni da condividere su Instagram. Eppure, se proviamo davvero a definire cosa sia, scopriamo che è qualcosa di terribilmente sfuggente. È uno stato d’animo? Un traguardo da raggiungere o un percorso da vivere? Nella cultura pop raramente qualcuno ha avuto il coraggio di affrontare questo tema di petto, senza nascondersi dietro l’ironia o le banalità. The Good Place, ora su Netflix, lo fa con la leggerezza e l’intelligenza di una serie comica che non ha paura di travestire la filosofia da intrattenimento mainstream.
Per quattro stagioni, la creatura di Michael Schur ha accompagnato lo spettatore in un viaggio che non è stato solo narrativo, ma profondamente esistenziale. Affronta una riflessione corale sul senso della vita, sul valore delle relazioni, sul ruolo dell’errore e, soprattutto, sul mistero della felicità (ecco le serie da guardare se sei felice). La premessa della serie è tanto semplice quanto geniale: dopo la morte, le anime vengono giudicate in base a un sistema di punti. Le azioni buone fanno salire il punteggio, quelle cattive lo fanno scendere. In base al risultato, si finisce nel “Good Place” o nel “Bad Place”. Una logica apparentemente limpida, quasi rassicurante, che però viene presto smascherata nella sua fallibilità.

Eleanor Shellstrop arriva per errore nel Good Place
Lei non vi appartiene, almeno non secondo i criteri del sistema, eppure proprio la sua presenza mette in crisi l’intero meccanismo. Scopriamo così che la vita umana non è mai riducibile a una contabilità morale. Ogni scelta è inserita in una rete di conseguenze, di effetti collaterali, di intenzioni e circostanze che non possono essere valutate in modo aritmetico. Comprare un fiore al mercato locale può sembrare un gesto positivo, ma se quel fiore è stato coltivato sfruttando manodopera minorile a chilometri di distanza? La realtà è troppo complessa per essere semplificata in un algoritmo.
Questa è la prima lezione che The Good Place ci regala: la felicità non nasce dal giudizio esterno né dal raggiungimento di una purezza assoluta. Non è un voto da conquistare, non è una medaglia. È un processo fragile, imperfetto, che non si lascia catturare da un punteggio. Il cuore della serie non sta però nell’architettura ultraterrena, ma nei suoi personaggi. Eleanor è egoista, superficiale, cinica. Chidi è paralizzato dalla sua stessa ossessione per la moralità, incapace di prendere una decisione. Tahani vive per l’approvazione altrui, mentre Jason è ingenuo fino alla stupidità. Eppure, proprio loro diventano i protagonisti di una rivoluzione etica.
I personaggi si trasformano perché cambiano insieme
Eleanor diventa più consapevole perché ha accanto Chidi, che le offre gli strumenti teorici per ragionare. Jason, nonostante la sua ingenuità, insegna agli altri la leggerezza e la capacità di guardare la vita senza troppa paura. Tahani impara che l’amore non è esibizione ma intimità (qui il confronto tra l’intimità di House of the Dragon e Game of Thrones). Nessuno di loro sarebbe in grado di salvarsi da solo. È nel confronto reciproco, nelle cadute condivise, che scoprono come migliorare. Ed è qui che la serie ci colpisce dritto allo stomaco: la felicità non è mai individuale. Non ci si salva da soli, non si diventa migliori in isolamento. Contro ogni retorica dell’“io ce l’ho fatta da solo”, The Good Place afferma che il senso della vita si costruisce solo nelle relazioni. La felicità è un progetto collettivo.
Uno degli aspetti più rivoluzionari della serie è la capacità di trasformare concetti filosofici complessi in gag esilaranti e discorsi accessibili. Attraverso le lezioni infinite (e spesso fallimentari) di Chidi, lo spettatore si trova catapultato in un crash course di filosofia morale. Aristotele, Kant, Kierkegaard, T.M. Scanlon: nomi che solitamente popolano manuali universitari diventano parte integrante della narrazione, senza mai risultare pesanti. La filosofia, in The Good Place, non è teoria astratta, ma pratica quotidiana. È l’arte di scegliere quando dire la verità, di decidere se un’azione è giusta o sbagliata, di convivere con l’ansia di sbagliare. E, cosa ancora più importante, è la consapevolezza che non esiste una risposta universale. Chidi, pertanto, incarna la paralisi della ricerca della perfezione morale, ma mostra anche la bellezza dello sforzo sincero. Non è il risultato a contare, ma il processo. Non la certezza, ma il tentativo.

Il punto più audace di The Good Place arriva nel finale
Dopo mille avventure, i protagonisti ottengono finalmente l’accesso in quel luogo tanto agognato. Ma si trovano davanti a un paradosso. Di fatto, un aldilà eterno, privo di sfide e di limiti, si rivela insostenibile. La perfezione eterna diventa noia, la felicità senza fine si trasforma in prigione. E allora, la serie compie il gesto più coraggioso: mostra che il valore della vita non sta nell’infinito, ma nel limite. È la morte (ecco le morti più stupide delle serie), la consapevolezza della fine, a dare significato a ogni momento. La felicità non nasce dall’eternità, ma dall’intensità.
È proprio perché sappiamo che ogni esperienza ha un termine che impariamo ad assaporarla. Un bacio, una risata, un tramonto, hanno valore perché non si ripeteranno mai nello stesso modo. Questa riflessione porta la serie a un punto di maturità straordinaria. Il “Bel Posto” non è un luogo eterno, ma un processo che deve avere una conclusione. E la felicità non è l’assenza di fine, ma l’accettazione della fine stessa. Riletta oggi, The Good Place sembra quasi un manuale pop di filosofia applicata. Smonta i miti della cultura contemporanea: il mito della perfezione individuale, quello dell’accumulo di ricompense, quello dell’eternità come traguardo.
Lo show offre un modello fragile ma autentico
Il benessere, ci dice, è relazione, errore, apprendimento. È l’arte di cadere e rialzarsi, di ridere insieme, di condividere il viaggio. Non è un obiettivo che si raggiunge una volta per tutte, ma un processo da vivere ogni giorno. Non è un premio che ci viene concesso, ma qualcosa che costruiamo con le persone che scegliamo di avere accanto. Forse, allora, il vero paradiso non è dopo la morte, ma nel presente. È nella capacità di trasformare la nostra quotidianità imperfetta in un luogo degno di essere abitato.
Non serve accumulare punti né aspettare un giudizio finale. Ma è importante giocare qui e ora, nella concretezza delle nostre scelte, nella bellezza delle nostre relazioni. E in fondo, questa è la lezione più preziosa. Fare uno sforzo sincero per essere migliori, non per guadagnare l’accesso a un premio ultraterreno, ma per costruire un piccolo frammento di “good place” proprio qui, sulla Terra.




