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Quella linea sottile che divide Giovani, carini e disoccupati e il finale dei “grandi” di Stranger Things

Stranger Things e l'omaggio a Reality Bites

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Stranger Things e il film Giovani, carini e disoccupati.

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Ci sono opere che, pur appartenendo a epoche e linguaggi diversi, sembrano parlarsi a distanza di decenni. Giovani, carini e disoccupati (Reality Bites, 1994) e Stranger Things condividono molto più di quanto appaia a un primo sguardo distratto. Non è solo una questione di citazionismo o di nostalgia anni Novanta che dialoga con quella anni Ottanta: è una riflessione generazionale che passa attraverso immagini, corpi, spazi e soprattutto finali. Il riferimento è evidente, quasi dichiarato, e si manifesta nel vestiario, nelle ambientazioni suburbane, nel tono sospeso tra disillusione e speranza.

A rendere il parallelismo ancora più interessante è la presenza di Winona Ryder, volto simbolo di entrambe le opere, e di Ethan Hawke, protagonista del film di Ben Stiller e padre di Maya Hawke, interprete di Robin Buckley in Stranger Things. Nel finale della serie dei Duffer Brothers, ormai “cresciuta” insieme ai suoi personaggi, si intravede una rielaborazione visiva e simbolica di quell’iconico senso di smarrimento generazionale che Reality Bites aveva saputo raccontare. Confrontare i due finali significa allora interrogarsi su cosa voglia dire diventare adulti in due epoche diverse, ma ugualmente inquiete. (I Fratelli Duffer sono al lavoro su 2 nuove Serie Tv)


Giovani, carini e disoccupati: il ritratto di una generazione sospesa

Uscito nel 1994, Giovani, carini e disoccupati (lo trovi qui) è diventato rapidamente un manifesto generazionale. Il film racconta un gruppo di ventenni alle prese con l’ingresso nel mondo adulto, tra sogni artistici, lavori precari e relazioni sentimentali irrisolte. Lelaina, interpretata da Winona Ryder, è una neolaureata idealista che cerca di restare fedele ai propri valori in un sistema che sembra premiarne l’opposto. Accanto a lei ci sono Troy (Ethan Hawke), emblema del disincanto e del rifiuto delle logiche capitalistiche, e gli altri membri di una comunità improvvisata che trova nella condivisione uno spazio di resistenza. Il finale del film non offre una soluzione definitiva, ma sceglie una riconciliazione emotiva: non tanto con il sistema, quanto tra i personaggi stessi.

Visivamente, tutto si chiude in uno spazio domestico e intimo, lontano dalle ambizioni di successo e vicino a una dimensione più autentica. È un finale che parla di compromessi, di accettazione della complessità del diventare adulti e della necessità di trovare un equilibrio tra ideali e realtà. Non c’è trionfo, ma neppure sconfitta: solo la consapevolezza che crescere significa abitare una zona grigia, fatta di scelte imperfette e identità ancora in costruzione. (Da ombre a stelle: come Stranger Things ha trasformato le sconfitte di tre attori in un destino straordinario)

Stranger Things: quando l’innocenza lascia spazio alla disillusione

Una scena tratta da Stranger Things 5
credits: Netflix

Se Stranger Things nasce come un’operazione nostalgica profondamente radicata nell’immaginario degli anni Ottanta, il suo finale più recente segna una rottura netta con l’innocenza delle stagioni iniziali. La quarta stagione, in particolare, porta i protagonisti a confrontarsi con la perdita, il trauma e un mondo che non può più essere riparato con una semplice vittoria contro il male. Hawkins non è più solo una cittadina di provincia: diventa uno spazio ferito, letteralmente spaccato in due, simbolo di un passaggio irreversibile.

I personaggi, ormai adolescenti sul punto di diventare adulti, si ritrovano davanti a un futuro incerto, in cui il pericolo non è più confinato nell’Upside Down ma invade la realtà quotidiana. Il finale non chiude davvero la storia, ma ne ridefinisce il tono: non c’è più la rassicurazione del ritorno all’ordine, bensì la consapevolezza che qualcosa si è rotto per sempre. Visivamente, la serie abbandona i colori accesi e il dinamismo infantile per adottare una staticità carica di tensione, fatta di sguardi e silenzi. È il momento in cui Stranger Things smette di essere solo un racconto di formazione e diventa una riflessione sul trauma collettivo e sulla fine di un’epoca. (Stranger Things – Il cast ironizza sul presunto episodio segreto della Serie Tv (VIDEO)

Il confronto visivo: due finali, la stessa immobilità emotiva

Mettendo a confronto il finale di Giovani, carini e disoccupati con quello di Stranger Things, emerge una sorprendente affinità visiva. In entrambi i casi, l’azione lascia spazio alla contemplazione. I personaggi non corrono più, non combattono, non discutono: osservano (si osservano). Nel film del 1994, lo spazio domestico diventa il luogo in cui i protagonisti si fermano, accettando una realtà meno spettacolare ma più vera. In Stranger Things, la cittadina di Hawkins svolge una funzione simile, pur in una chiave più cupa: è un luogo familiare che non offre più protezione, ma che continua a essere casa.

La presenza di Winona Ryder rafforza questo legame visivo e simbolico: se in Reality Bites il suo volto esprimeva l’ansia di chi teme di tradire se stesso, in Stranger Things incarna il dolore di un adulto che ha visto il mondo dei propri figli crollare troppo presto. Anche il vestiario, volutamente semplice e quotidiano, contribuisce a questo senso di realtà sospesa. Non ci sono abiti eroici o trasformazioni spettacolari: solo corpi stanchi, segnati dall’esperienza. In entrambe le opere, il finale sceglie di fermarsi su un’immagine di attesa, lasciando allo spettatore il compito di immaginare cosa verrà dopo.

Il significato simbolico: crescere in un mondo che non mantiene le promesse

steve harrington nella prima stagione di stranger things
credits: Camp Hero Productions, 21 Laps Entertainment, Monkey Massacre

Al di là dell’omaggio visivo, il legame più profondo tra Giovani, carini e disoccupati e Stranger Things è simbolico. Entrambi i finali parlano di una generazione che si trova a fare i conti con un mondo diverso da quello che le era stato promesso. Nel film di Ben Stiller, la disillusione riguarda il lavoro, il successo e l’idea stessa di realizzazione personale. Nella serie dei Duffer Brothers, la frattura è più radicale e passa attraverso il trauma, la perdita e la consapevolezza della violenza del mondo. Eppure, il sentimento di fondo è lo stesso: la fine di un’illusione collettiva.

Il fatto che Ethan Hawke, simbolo del disagio giovanile anni Novanta, sia il padre di Maya Hawke, interprete di uno dei personaggi più amati di Stranger Things, aggiunge un ulteriore livello di lettura. È come se il testimone del disincanto passasse da una generazione all’altra. In entrambi i finali, non c’è una risposta definitiva, ma una presa di coscienza. Crescere significa accettare che il mondo è imperfetto e che l’identità non è mai un punto d’arrivo. È in quella linea sottile, tra nostalgia e consapevolezza, che Stranger Things dialoga con Giovani, carini e disoccupati, dimostrando che alcune inquietudini non appartengono a un’epoca sola, ma tornano ciclicamente, cambiando solo forma.