ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Death by Lightning.
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Immaginate un mondo in cui la grandezza è un barattolo di vetro dimenticato in fondo a un magazzino, coperto di polvere, tra oggetti più vistosi ma infinitamente meno interessanti. Questo magazzino si chiama Netflix, e quel barattolo è Death by Lightning. Una miniserie che la piattaforma ha caricato in sordina il 6 novembre 2025 ed è già scivolata ai margini del catalogo. Death by Lightning non ha il rumore da blockbuster, non ha supereroi, non ha il gancio dell’ennesimo true crime da binge compulsivo. Ha solo una grande storia vera, messa in scena con intelligenza e misura.
È proprio qui che nasce il cortocircuito. Nel momento in cui Death by Lightning arriva su Netflix, sembra una card tra le tante. Invece, è esattamente il tipo di serie che richiederebbe un altro sguardo. Più lento e più curioso. Questo pezzo nasce da quella sensazione di aver trovato per caso qualcosa di prezioso abbandonato sullo scaffale sbagliato. Non è una recensione, quella l’abbiamo già fatta e chi vuole può recuperarla, ma un piccolo atto di recupero critico.
L’obiettivo è semplice. Fermare per un attimo il flusso, tirare fuori Death by Lightning dal mucchio indistinto delle “nuove uscite” e rimetterla al centro del tavolo. Anche solo per il tempo di un articolo. Perché se una miniserie così compatta, ironica e sorprendentemente emotiva può perdersi nell’infinito di Netflix, allora forse c’è bisogno di qualcuno che apra le casse, legga le etichette sbiadite e dica agli altri: “guardate che qui dentro c’è qualcosa che vale la pena guardare“.
Perché Death by Lightning non urla (ma dovrebbe)
Death by Lightning è una di quelle serie che, scorrendo l’homepage di Netflix, probabilmente saltereste senza accorgervene. Non ha il titolo appariscente, non appartiene a un grande franchise. Non vi promette l’apocalisse o l’ennesimo killer mascherato. È “solo” una miniserie storica in quattro episodi, con un presidente americano di cui quasi nessuno ricorda il nome e un assassino che la Storia ha relegato a nota a piè di pagina. In mezzo a draghi, supereroi e brand riconoscibili, sembra quasi chiedere scusa per la propria esistenza.
Eppure, appena premete play, si rivela l’esatto opposto di ciò che suggerisce. È ironica senza essere cialtrona, brillante senza compiacersi, scritta con una precisione che evita sia la noia del biopic scolastico sia il didascalismo della “serie importante“. I dialoghi mordono, il ritmo è serrato, la narrazione sa quando accelerare e quando fermarsi a guardare i personaggi. Non c’è un minuto di riempitivo, né la sensazione di dover tirare avanti una storia già finita.
Il paradosso è che tutte le caratteristiche che la rendono poco appetibile a uno sguardo superficiale, e cioè l’assenza di volti noti e la mancanza di un concept immediato, sono esattamente quelle che la rendono più interessante del mainstream. Death by Lightning non grida perché non deve convincerti con il volume, ma con la qualità. È una serie che sembra “secondaria” solo finché resta chiusa nella sua card anonima. Una volta aperta, si rivela molto più viva, intelligente e personale di tante produzioni pensate per fare rumore e sparire dopo un weekend.
Un duello psicologico più forte di qualsiasi complotto

Al centro di Death by Lightning non c’è la Storia con la S maiuscola, ma due uomini che si riflettono agli estremi dello stesso specchio incrinato. Da un lato James A. Garfield, interpretato da un Michael Shannon in stato di grazia. Ex falegname, uomo di principi, così integro da sembrare fuori tempo persino per il XIX secolo. Dall’altro Charles J. Guiteau, a cui Matthew Macfadyen presta corpo, sguardo e una follia che non è mai caricatura. Un ciarlatano che si crede profeta, un fallito che si immagina eroe. Un uomo invisibile convinto che un solo gesto possa garantirgli finalmente un posto nella storia.
Non è la solita contrapposizione tra bene e male, tra presidente martire e assassino mostruoso. È qualcosa di più sottile. Persino più crudele. Da una parte c’è un presidente che governa per ideali e finisce nelle pieghe dei manuali, dimenticato quasi da tutti. Dall’altra un uomo che uccide per disperazione, per la necessità quasi infantile di essere visto e riconosciuto, e scopre che il mondo può cancellarlo comunque. La serie non assolve nessuno, ma osserva entrambi con uno sguardo partecipe, ironico, quasi affettuoso.
È proprio in questo sguardo che la serie trova il suo cuore emotivo. Ci porta nella testa di Guiteau, nella sua negazione ostinata della realtà, fino a renderla drammatica e inaspettatamente commovente. Non stiamo guardando un giallo su chi ha ucciso il presidente, lo sappiamo fin dall’inizio. Stiamo assistendo a un dramma di identità, visibilità e fallimento. La domanda è quanto siamo disposti a riconoscere di noi stessi in chi è pronto a tutto pur di non sparire nel rumore di fondo.
Come la follia di Guiteau si fa quasi commovente
La follia di Charles Guiteau in Death by Lightning non è il mostro da cartellone, ma un processo lento, logorante, quasi domestico. È un mix di disturbi psicologici, megalomania cresciuta sul vuoto e un bisogno disperato di contare, anche nella mente di chi lo guarda. La serie lo tratta con una cura sospesa tra il sarcasmo e la tenerezza. Guiteau parla di sé come di un profeta, un uomo scelto, e quando racconta la sua storia, lo fa con un tono quasi da conferenziere, come se stesse tenendo una lezione di storia sulla propria grandezza.
La serie gioca con la sua bizzarra lucidità intermittente, alternando momenti di strana eloquenza a derive deliranti in cui la realtà si sfilaccia e lui si aggrappa a una narrazione eroica che nessun altro riconosce. È lì, nel tentativo di costruirsi una mitologia personale, che la sua follia diventa più patetica che terrorizzante. Cerca di convincere se stesso più che gli altri, come se ripetere quella leggenda potesse renderla vera. Non è solo uno squilibrato, ma un uomo che si è autorizzato a credere che il suo gesto possa sottrarlo all’oblio, scambiando l’omicidio di un presidente per un atto di immortalità.
La sua negazione della realtà è lenta, malinconica. Condita di un’ironia che rasenta la tragedia comica. La miniserie non usa la sua follia per spaventarci, ma per mostrarci quanto sia doloroso essere così invisibili da dover forzare il mondo per sentirsi esistere. In questo senso, la follia di Guiteau in Death by Lightning non è un orpello di horror, ma il motore di un dramma sulla solitudine, la vergogna e il bisogno di essere finalmente visti.
Scrittura e regia: quattro episodi senza riempitivo
Death by Lightning dimostra che la qualità di una serie non sta nel numero di episodi, ma in quanto di sé ogni scena è disposta a rivelare. In quattro capitoli compatti, la miniserie confeziona un arco narrativo chiaro, lineare e senza riempitivo. Dalla Convention Repubblicana al gesto finale, ogni scena lavora contemporaneamente su più fronti. Per spiegare la storia, costruire i personaggi e tenere alta la tensione. Non c’è bisogno di dilatare il tempo per inventarsi puntate morte: la vicenda è già così densa di intrighi, ego e ambizioni da non necessitare di nulla in più.
La scrittura di Mike Makowsky sa usare l’ironia come un bisturi, soprattutto nei dialoghi politici e nelle scene di ufficio. Le battute non sono qui per fare colore o per sdrammatizzare, ma per smontare la retorica del potere, mostrando quanto dietro le dichiarazioni solenni ci siano manovre, compromessi e giochi di pura sopravvivenza. Anche nei momenti più “amministrativi”, la serie trasforma un colloquio tra due uomini in una partita di potere in cui ogni parola è un’arma, ogni sorriso un calcolo.
La regia di Matt Ross completa il quadro con una sobrietà quasi teatrale. Raramente la serie si affida a spettacolarizzazioni. Preferisce restare sui volti, sui silenzi, sui gesti minimi. L’attenzione alle espressioni, alle pause e alle sfumature di paura, arroganza o vulnerabilità rende i dialoghi più intensi di molte scene d’azione. È proprio questa misura piccola, precisa, senza il bisogno di allungarsi, che rende Death by Lightning ideale per chi è stanco dei serial interminabili, dove ogni stagione sembra dover riempire una voragine invece di chiudere una storia. Qui, invece, tutto ciò che serve è detto in quattro episodi molto ben impacchettati.
La politica come partita truccata (e terribilmente attuale)
Death by Lightning trasforma la politica di fine Ottocento in un thriller che non ha bisogno di sbandierare la propria attualità. La Convention non è solo un fondale di parrucche e discorsi, ma un vero e proprio campo di battaglia. Fatto di alleanze improvvisate, accordi sottobanco e manovre di retrobottega, dove la scelta del candidato sembra dettata dal caso che da una vera visione. La Gilded Age, l’Età Dorata americana di ferrovie, petrolio e disuguaglianze, diventa un laboratorio in cui la corruzione, la clientela politica e il culto della personalità si intrecciano con la retorica del progresso, lasciando la sgradevole sensazione di aver già visto tutto, per altro recentemente.
Quello che rende efficace la miniserie è il modo in cui non si permette mai di essere didascalica. Non ci sono monologhi espliciti sulle somiglianze con oggi, nessuna frecciatina moralistica che ci dica cosa pensare. La serie mostra come il potere funzioni sempre allo stesso modo. Con ambizioni personali che si camuffano da ideali, fedeltà di facciata, compromessi presentati come pragmatismo e una diffusa convinzione che il sistema sia troppo grande per essere davvero cambiato. Garfield emerge per caso, ma la sua integrità finisce per essere sfruttata, rimodellata, ridotta a un’immagine da usare e poi dimenticare.
In questo senso, la politica‑da‑thriller di Death by Lightning è ciò che manca a molti drammi storici più decorativi, ridotti a scenografie eleganti e battaglie di parole senza peso. Qui ogni manovra, ogni stretta di mano, ogni discorso ha un costo, e lo spettatore riconosce le dinamiche del potere perché non vengono spiegate, ma solo messe in scena. Non serve che la serie ci dica che il presente è complicato: mostra che la storia lo è sempre stata, e che la sola differenza sono i vestiti.
Perché ve la state perdendo davvero (e non per caso)

Death by Lightning è il tipo di serie che oggi non ha molte possibilità di sopravvivere. Il catalogo Netflix è affollato di titoli che ammiccano, promettono, trapelano e si autopromuovono con hashtag, campagne virali e card sempre più grandi. Nel mezzo, piccole miniserie come questa rischiano di diventare rumore di fondo. Non hanno un franchise dietro, non vendono action, non nascono per i social media. Sono solo quattro episodi storici, ben scritti, ben recitati, con un tono brillante e una durata che non si allunga per inerzia. In altre parole, sono il tipo di oggetto che l’economia dell’attenzione tende a ignorare.
Perché ve la state perdendo davvero non è un caso. È il risultato di un mondo che privilegia il volume, la visibilità e la riconoscibilità immediata. Death by Lightning non ha uno slogan. Non ha un personaggio da cosplay, non ha un villain disegnato per diventare meme. Ha un presidente poco noto, un assassino tragicomico e una storia vera raccontata con lucidità. Difficile allora catalogarla prima di averla guardata: difficile misurare sul piano algoritmico il gusto di una battuta tagliente, la forza di una faccia in primo piano, il peso di un gesto che segna un’epoca.
Se va bene, la si incrocia per caso. Un consiglio, un articolo, un titolo che resta in mente dopo cinque minuti. È questo che la rende preziosa. È il tipo di serie che va estratta dai cassetti, portata alla luce, condivisa con chi continua a credere che ci siano ancora storie da recuperare. Anche quando non hanno il diritto di parlare più forte degli altri. In un mondo in cui il catalogo è infinito ma l’attenzione è finita, recuperare Death by Lightning è una piccola forma di resistenza culturale.
Per chi dovrebbe recuperare Death by Lightning (e subito)
Death by Lightning è una miniserie pensata per chi ha ancora voglia di scegliere cosa guardare, e non si accontenta di essere guidato dall’algoritmo. È il tipo di serie che dovreste recuperare subito se amate storie dal ritmo serrato, senza riempitivi, dove ogni scena sembra sapere esattamente cosa deve fare, e dove i dialoghi sanno graffiare, irritare e far ridere amaro sullo stesso respiro. Se l’idea di un biopic storico vi fa subito venire in mente scene lente, lunghe didascalie e didattica pedante, questa miniserie è l’opposto. Racconta un capitolo vero con il tono di un thriller ironico e introspettivo.
È perfetta anche per chi è stanco delle serie interminabili che si allungano solo per riempire slot, ma che nel frattempo perdono il fuoco. Death by Lightning non chiede venti ore della vostra vita. Sono solo quattro episodi, poco più di quattro ore, che scorrono senza sensazione di peso, ma lasciano un’impronta più grande della loro durata. Alla fine, vi resta in mente più di qualche immagine del periodo, qualche battuta, qualche personaggio. Resta l’idea di come il potere funziona, e di quanto la storia vera sia più assurda di molte distopie.
E se vi interessa il potere raccontato senza sentimentalismi, con freddezza e ironia, allora Death by Lightning è una lezione pratica. Nessuna retorica salutista, nessun eroe immacolato, nessun mostro monolitico. Solo persone che si muovono in un sistema che forse non hanno mai scelto, ma che continuano a maneggiare con abilità, cinismo o disperazione. Se recuperata adesso, diventa ciò che il titolo del pezzo suggerisce: una miniserie che stavate rischiando di perdere, e che invece vale quelle ore di tempo, e qualche riflessione in più.
Un manifesto per le serie sepolte nel catalogo
Death by Lightning è, in fondo, il perfetto caso di studio di ciò che succede quando il valore di una serie non coincide con il suo volume di marketing. La serie non è sparita, ma la sua visibilità è più ridotta.
Anche per questo esiste Hall of Series. Il suo lavoro, tra le altre cose, è anche quello di tirare fuori le serie che non si fanno sentire da sole. Non si tratta di salvare un’opera da una morte immaginaria, ma di restituire a certi prodotti il tempo e l’attenzione che meriterebbero, se solo il meccanismo dell’attenzione non fosse così distorto. Death by Lightning merita di essere messa al centro di una conversazione. Non è un capolavoro sbandierato, è un oggetto curato, lucido, ironico, che racconta un pezzo di storia reale.
Death by Lightning è una di quelle serie che, se non la guardate ora, rischiate di incontrarla solo in futuro lontano come un riferimento storico, e non come la Storia che avreste voluto seguire in diretta.






