Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Accused.
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C’è qualcosa di profondamente inquietante in Accused, ed è il modo in cui riesce a ribaltare lo sguardo dello spettatore. Non siamo mai chiamati a giudicare dall’alto di una cattedra morale: al contrario, veniamo trascinati dentro le vite dei protagonisti, a contatto con le loro paure, i loro errori e i loro crolli, fino a trovarci nella posizione più scomoda possibile. Quella dell’imputato. La seconda stagione, tornata su Sky e NOW con i primi due episodi, riprende esattamente da qui: non racconta processi o indagini giudiziarie, non si interessa alla verità giuridica.
Racconta persone comuni, con vite normali che si trovano in situazioni che possono capitare quotidianamente. Il format è ormai chiaro: ogni episodio è una storia a sé, un caso giudiziario diverso, un volto nuovo seduto sul banco degli imputati. Il tribunale non è il centro del racconto, ma il punto di arrivo, l’inevitabile epilogo di una catena di eventi che, col senno di poi, sembrano sempre segnati dal destino.
Ma Accused non crede al destino: crede nelle scelte sbagliate, nei fraintendimenti, nei momenti di fragilità che tutti, prima o poi, attraversiamo.

Il primo episodio di questa seconda stagione è forse il più emblematico dello spirito della serie. Lorraine (interpretata da Felicity Jones) è una donna stanca, sola, piegata dai debiti e dal dolore, che è nata con un “dono”: riuscire a percepire bambini scomparsi. Ma ciò che conta non è se Lorraine veda davvero qualcosa, ma quello che la sua presenza scatena nelle persone che incontra.
Dopo un caso di successo, in cui aveva aiutato a ritrovare una bambina, le sue visioni si sono spente. Finché, inaspettatamente, tornano quando vede Roy, un bambino scomparso. Lorraine sente che Roy è vivo, lo ripete con ostinazione, quasi con disperazione, come se da quella convinzione dipendesse la sua stessa possibilità di continuare a esistere. Ma ogni parola che dice, ogni flebile barlume di speranza che offre, ha un prezzo. Per i genitori di Roy, in particolare per la madre, credere che il figlio sia ancora vivo significa rimanere sospesi in un limbo.
Un’attesa che consuma, che impedisce di elaborare il lutto, che inchioda a un presente immobile.
Quando le visioni di Lorraine non portano a nessun riscontro concreto, quando le ricerche non danno frutti, la madre di Roy si sente tradita. Non perché Lorraine sia una truffatrice, ma perché la speranza, se non si trasforma in verità, diventa una tortura. Da qui, per questo, nasce l’accusa di aver sfruttato il dolore di una famiglia per ottenere denaro, anche se si chiude con un’assoluzione. Ma l’assoluzione giuridica non è una liberazione, e Lorraine esce dal tribunale più vuota di prima, consapevole che il suo “dono” è anche la sua condanna: portare speranza senza poterla mai garantire. Ed è questa la domanda scomoda che inevitabilmente ci poniamo: è peggio illudere qualcuno con le migliori intenzioni o lasciarlo solo nel suo dolore? E soprattutto, chi ha il diritto di decidere quando è il momento di smettere di sperare?
Il secondo episodio di Accused cambia completamente tono, ma non tema.

Se Lorraine è la colpa involontaria di chi non sa smettere di aiutare, April è la colpa esplosiva di chi, per un attimo, smette di controllarsi. April (interpretata da Taylor Schilling) è una madre esausta, e la serie la introduce in una situazione che tutti abbiamo vissuto: una lite in strada, un diverbio banale con un altro automobilista. Ma Accused sa come trasformare l’ordinario in tragedia. Quello che inizia come uno scambio di insulti, infatti, degenera in un inseguimento. April prima scappa, terrorizzata dalla violenza dell’altro conducente. Poi qualcosa si spezza. La paura si trasforma in rabbia, la vittima diventa carnefice, e in quel rovesciamento c’è tutta la sua fragilità. Non c’è un piano, non c’è premeditazione: c’è solo un nervo scoperto che, una volta toccato, fa perdere il controllo. L’incidente è inevitabile. L’altro automobilista muore, e April si ritrova in tribunale accusata di guida pericolosa.
Una vita spezzata, una colpa che non può essere cancellata, solo spiegata. Il processo diventa quasi un dettaglio. Quello che conta è il percorso che ha portato April lì: la pressione costante, la solitudine, la sensazione di non essere mai abbastanza. La serie non la assolve, ma nemmeno la condanna. Ci chiede, ancora una volta, di guardarci allo specchio e domandarci: in una giornata diversa, con un po’ di stanchezza, un po’ meno pazienza, saremmo potuti essere noi al suo posto? Dopo due episodi, la seconda stagione di Accused diventa una serie profondamente politica, nel senso più ampio del termine: parla di responsabilità individuale in un mondo che ci spinge costantemente al limite. Lorraine è schiacciata da un sistema che non sa come gestire il dolore dei genitori in situazioni così drammatiche. April è il prodotto di una società che pretende tutto da una genitore e non restituisce quasi nulla.
Non ci sono mostri in Accused. Ci sono persone normali che fanno errori enormi.

Alla fine di questi primi due episodi resta addosso una sensazione difficile da nominare, una specie di inquietudine sommessa che non ha a che fare con il colpo di scena finale, ma con qualcosa di molto più profondo: il riconoscersi. Accused non ti lascia mai al sicuro nella posizione dello spettatore. Ti costringe a guardare Lorraine e April non come personaggi, ma come persone che potresti conoscere. Lorriane non è solo una donna con un presunto dono: è l’incarnazione di quel bisogno disperato di essere utili, di dare un senso alla propria esistenza quando tutto il resto è crollato.
È la paura di diventare invisibili, di non contare più nulla, che la spinge a insistere, a promettere speranza anche quando quella speranza è l’unica cosa che le resta. E quando viene assolta, quando il tribunale le restituisce formalmente l’innocenza, ciò che rimane non è il sollievo, ma un vuoto ancora più grande: la consapevolezza di aver ferito pur volendo solo curare.
April, dall’altra parte, è il volto di una rabbia che nasce dalla stanchezza, dall’isolamento, dall’essere sempre sull’orlo. Non è una donna violenta, ma una donna che ha superato il punto di rottura senza accorgersene. La sua colpa non esplode all’improvviso, ma matura lentamente, in ogni notte insonne, in ogni responsabilità portata da sola, in ogni pausa taciuta. L’incidente è solo l’ultima tessera di un mosaico che era già crepato da tempo. E allora il vero processo non è quello che si svolge in aula, ma quello che Accused mette in scena dentro di noi. E così la serie non vuole dirci chi ha torto e chi ha ragione, ma mostrarci quanto fragile sia il confine tra essere una brava persona e fare qualcosa di imperdonabile.






