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Quando Scrubs ci ha lasciati, nel 2010, quasi nessuno ha storto il naso. A quasi nessuno è dispiaciuto davvero. Ed è incredibile a pensarci, considerando che è stata una delle serie emotivamente più influenti degli anni 2000. C’è un motivo preciso, però, se non abbiamo sofferto granchè, e quel motivo si chiama ovviamente nona stagione. Da molti fan considerata un insulto alla memoria, alla storia della vera Scrubs, quella che per 8 stagioni ci ha fatto venire la pelle d’oca, quella che si conclude con la leggendaria passeggiata di JD sul viale dei ricordi del Sacro Cuore, The Book of Love in sottofondo e una serie di immagini favolose che sfumano sullo schermo. Un finale perfetto di una serie perfetta, rovinato da quella nona stagione troppo scanzonata, troppo poco profonda, troppo poco Scrubs.
Così, quando oltre 15 anni dopo Scrubs ha deciso di tornare da noi per farsi perdonare, l’accoglienza è stata tiepida. Ci siamo chiesti tutti: quale Scrubs tornerà da noi? Quella meravigliosa, commovente serie che ci ha guidato nel nostro cammino di vita – perchè sì, Scrubs ha fatto davvero questo – per un sacco di tempo, oppure quel prodotto tiepido e a tratti insipido che era diventato nella sua ultima, dimenticabile versione? Ed è inutile dirlo: vuoi l’ultimo ricordo un po’ nefasto, vuoi lo scetticismo dovuto al tempo che è passato, molti di noi hanno pensato che non sarebbe andata bene. Ebbene, sembra proprio che molti di noi abbiano sbagliato. Perchè Scrubs è tornata ed è quella vera. E mi fa venire i brividi solo scriverlo.

JD fa un’altra vita, da ormai un po’ di tempo. Una vita lavorativa che ha ancora – ovviamente – a che fare con la medicina, ma non ha più a che fare col Sacro Cuore. Non ha più a che fare coi suoi amici, coi suoi colleghi dei tempi d’oro, con quell’intensità esistenziale che solo vivere l’ospedale h24 ti può dare. Nel bene e nel male. Un giorno però una sua paziente finisce al Sacro Cuore e così lui ritorna, prontamente accolto da buona parte del team rimasto da quelle parti. Il Dr. Cox sembra sempre il Dr. Cox, Turk sembra sempre Turk, Carla sembra sempre Carla. Scopriremo presto che non è del tutto così. Anche Elliot sembra sempre Elliot, ma una cosa la scopriamo subito: lei e JD non sono più lei e JD. I due si scontrano in modo sbadato come un tempo, si fanno due battute taglienti come un tempo, finiscono nello sgabuzzino come un tempo, ma non sono più quelli di un tempo. Laddove 20 anni fa c’erano due ragazzi che ci sballottavano e ci facevano sognare con la loro storia fanciullesca e frenetica, oggi ci sono due adulti consapevoli e disillusi, che fanno riferimento alla terapia di coppia affrontata in passato e a dei pattern comportamentali distruttivi per l’uno e per l’altra. Scrubs ci dice subito che non ha intenzione di accarezzarci e basta: siamo cresciuti noi ed è cresciuta anche lei. Si è evoluta anche lei.
E lo capiamo ancora di più quando andiamo a fondo anche a quello che è rimasto degli altri personaggi: Carla sembra intrappolata in un ruolo che poteva andarle bene 20 anni fa e molto meno oggi, Cox sente il peso dell’età e sembra non riconoscersi più in un mondo che sta correndo troppo veloce per quello che lui è oggi, e poi Turk. Forse lo schiaffo più forte che Scrubs decide di darci in questo ritorno. Perchè Turk ce lo ricordavamo come un uomo gioviale sempre, energico sempre, l’emblema della leggerezza. E pensavamo non sarebbe cambiato mai. Ma la vita presenta il conto a tutti e d’improvviso, dopo un paio di convenevoli e giochini iniziali con l’amico di sempre JD, davanti a noi si rivela un uomo frustrato, annoiato, arrabbiato col mondo. Cristopher Turk è un uomo profondamente insoddisfatto, e abbiamo l’impressione che in questo revival la sua ricostruzione psico-emotiva sarà un tema non di poco conto.
La nuova Scrubs ci presenta anche un ventaglio di nuovi personaggi, ma lo fa in maniera molto più intelligente e delicata di quanto fece la famigerata nona stagione, che ce li tirò addosso tutti insieme a gamba tesa in modo abbastanza grezzo: i nuovi ragazzi entrano in punta di piedi, e per adesso vivono di riflesso e in funzione dei vecchi. Giusto così, sacrosanto così. JD nel suo passaggio al Sacro Cuore familiarizza coi ragazzi, gli dà fiducia, empatizza con loro: dimostra insomma che è lui l’uomo giusto per guidarli oggi. Che quella sua gentilezza e quella sua cura verso il prossimo qualunque esso fosse, un tempo sbeffeggiati e bistrattati pubblicamente – ma in fondo in fondo sempre ammirati – dal Dr. Cox oggi sono probabilmente l’unico metodo possibile per guidare un gruppo di giovani medici tanto pieni di risorse quanto pieni di insicurezze.
Il tempo degli uomini ‘duri per forza’ è finito. Cox lo sa. Cox sa che è arrivato il tempo di JD
E anche Cox è cresciuto. Non è solo invecchiato il buon Perry, è anche cresciuto come persona. Un tempo si sarebbe nascosto dietro la sua scorza dura, un tempo non avrebbe mai riservato parole dolci al suo amato John Dorian. O comunque, ci avrebbe messo un secolo a dirne una. Oggi glielo dice a chiare lettere, subito: “Voglio che tu rimanga”. JD accetta dopo una breve riflessione, e corre a dire al suo mentore quanto è entusiasta di lavorare fianco a fianco con lui. Ma lì Scrubs ci regala un altro colpo pesantissimo, che in parte ci scalda e in altra parte ci gela.
“Tu non devi lavorare con me, JD. Tu devi diventare me. Devi prendere il mio posto. Questi ragazzi hanno bisogno di te, loro hanno bisogno che tu faccia quello che io ho fatto per te”.

Una botta forte, fortissima. Come quelle che solo Scrubs sa dare. Il monologo di JD impazza in sottofondo, la colonna sonora dei Coldplay imperversa come ai bei tempi. John Dorian capisce che il suo mentore è al capolinea e vede dei ragazzi persi – uno di loro ha appena fatto un errore colossale – privi di quella guida che Cox non può o non vuole più essere, ma con grande potenziale emotivo e professionale. John Dorian capisce che non è più tempo di nascondersi, e che è tempo di diventare definitivamente grande.
Questo ritorno di Scrubs è stato semplicemente magico. Ci ha ricordato come questa serie in 20 minuti scarsi riesca a darci molto di più di quanto tante altre serie provano a darci disperatamente in 50, 60, 70 minuti a episodio. Ma non è questione di durata. E’ questione di avere cose da raccontare. E soprattutto, di come le si racconta. Ci aspetta un altro capitolo di una serie che va ben oltre l’essere un eccellente prodotto audiovisivo, e che può ergersi a bussola esistenziale per le nuove generazioni come lo è stato e continuerà a esserlo per le vecchie. Ci aspetta un altro indimenticabile pezzo di storia televisiva.
Vincenzo Galdieri







