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Unfamiliar – Recensione della nuova spy serie tedesca, su Netflix

Simon e Meret sono vittime del loro passato, tornato a bussare alla porta, in Unfamiliar

ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su Unfamiliar.

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Unfamiliar inizia con una promessa seducente. Trasformare il matrimonio in un campo minato emotivo dove ogni silenzio è un codice cifrato e ogni carezza nasconde un segreto operativo. La serie tedesca di Netflix ci presenta Simon (Felix Kramer) e Meret (Susanne Wolff) , ex agenti del BND (Bundesnachrichtendienst, la CIA tedesca, per capirci) che da sedici anni vivono sotto copertura a Berlino, gestendo un rifugio per anime perse mentre allevano Nina, una figlia che non sa di essere stata rubata a una madre morente.

E qui sta l’ironia quasi crudele del titolo. Perché Unfamiliar non riesce mai a farci sentire davvero a casa con i suoi protagonisti. La serie ci mostra le crepe nel muro, ma non ci fa mai entrare nella stanza dove quei muri sono stati fatti con mattoni di silenzi e tenuti insieme col cemento delle omissioni. Potrebbe promettere un’esplorazione psicologica del legame coniugale filtrata attraverso il linguaggio dello spionaggio, ma finisce per privilegiare il meccanismo del thriller sulla sostanza emotiva che dichiara di voler indagare. Il risultato è un prodotto tecnicamente solido, anche ben recitato, ma emotivamente evanescente. Volendo restare in ottica spionistica, siamo in una safe house che, alla fine, non offre alcun riparo allo spettatore.


Il patto coniugale come operazione segreta

La forza concettuale di Unfamiliar risiede nell’idea che il matrimonio degli Schäfer non sia semplicemente infiltrato dallo spionaggio, ma ne sia la sua incarnazione più pura. Simon e Meret non hanno mai smesso di essere spie. Hanno solo spostato il teatro delle operazioni dalle strade gelide della Bielorussia alla cucina di un elegante ristorantino berlinese. Ogni bugia detta a Nina (Maja Bons), la figlia, è un’esercitazione di copertura. Ogni sguardo scambiato durante una discussione è un briefing silenzioso. Sembrano la famiglia felice del Mulino Bianco, moderni e autorevoli, ma sotto quella patina di normalità borghese batte il cuore di una cellula clandestina.

È anche vero che il passato sembra essere, appunto, passato. Ma quando Simon riceve la telefonata che innesca la nostra storia tutto quanto viene fuori. E con un certa spietatezza. Dando l’impressione che il segreto condiviso crei un’intimità quasi perversa. I due protagonisti danno corpo a questa ambiguità con una fisicità rara. Non tanto nelle scene d’azione, ma nei momenti di quiete rubata. Lui che le sistema una ciocca di capelli mentre prepara un fucile, lei che gli lega una ferita alla spalla con gesti che oscillano tra il clinico e il coniugale. È in questi dettagli che Unfamiliar dà il meglio di sé. Quando, cioè, il corpo diventa archivio vivente di menzogne, e ogni cicatrice racconta una missione fallita non sul campo, ma nel cuore.

Lo spettro di Katya: la madre fantasma

Meret, la figlia Nina e Simon, si apprestano a partire per evitare di dover affrontare il loro passato
Credits: Netflix

Katya (Natalia Belitski) è il vero nucleo emotivo che la serie non ha il coraggio di abitare pienamente. Presentata dapprima come minaccia esterna, la russa vendicativa che vuole riavere la figlia, la sua figura si rivela progressivamente lo specchio deformante del fallimento morale degli Schäfer. Simon non ha solo rubato un bambino. Ha costruito una tomba finta per convincere una madre che sua figlia era morta e ha trasformato l’amore materno in un’arma da puntare contro di lei. Eppure Unfamiliar relega Katya ai margini della narrazione fino all’episodio 4, preferendo dedicare tempo alla caccia alla talpa nel BND, una sottotrama che funziona solo come rumore di fondo.


La serie teme di guardare negli occhi la sua vera antagonista. Non Josef Kaleev (Samuel Finzi), il russo con il cappotto lungo, ma la sofferenza di una donna a cui è stato strappato il futuro. Quando finalmente Katya irrompe nella casa degli Schäfer e riconosce Nina, la scena ha la potenza di un terremoto emotivo. Peccato arrivi troppo tardi. E che la serie la usi come grilletto per un’altra fuga precipitosa. È qui che Unfamiliar tradisce un po’ la sua ambizione. Perché preferisce mostrarci Meret che elimina un cecchino piuttosto che Katya che guarda sua figlia per la prima volta dopo sedici anni. Sceglie, insomma, l’azione sulla psiche, il colpo di scena sull’emozione.

Unfamiliar: il BND come rumore di fondo

La trama parallela del BND, con Julika (Seyneb Saleh) che indaga sulla talpa “Starfish” e Ben (Laurence Rupp) che nasconde i suoi giochi di potere, rappresenta un po’ il tallone d’Achille strutturale della serie. Non perché mal scritta o recitata con minore convinzione, ma perché non appartiene alla storia che Unfamiliar dichiara di voler raccontare. Ogni volta che la telecamera si sposta negli uffici berlinesi del servizio segreto, la tensione emotiva si diluisce in un giallo burocratico dai contorni prevedibili. Julika è un personaggio ben tratteggiato. La sua determinazione, l’allergia alle regole, il suo dolore per Alice suicidata sono tratti realistici. Nel complesso, però, il personaggio resta un osservatore esterno, spettatore della tragedia altrui.


Questa trama, in sostanza, risulta quasi inutile. Non perché sia sbagliata in sé, ogni spy story che si rispetti ha la sua talpa, ma perché ormai è un cliché così logoro da risultare quasi rassicurante nella sua prevedibilità. In un panorama televisivo saturo di doppi giochi nei servizi segreti la talpa è diventata il condimento obbligatorio, non la spezia che sorprende. E in Unfamiliar questa sottotrama sembra più un riempitivo strutturale che un motore drammatico necessario trasformandola da dramma famigliare in spy thriller convenzionale, proprio quando avrebbe potuto distinguersi.

Il corpo tradito: fisicità e vulnerabilità mancate

L’aneurisma di Simon è forse il simbolo più potente, e più sprecato, dell’intera serie. Un vaso sanguigno sul punto di rompersi nel cervello di un uomo che ha costruito la sua vita su menzogne. Quale metafora più perfetta della fragilità del corpo sotto il peso dei segreti? Eppure Unfamiliar usa questa condizione medica come semplice plot device. Simon sviene prima di un’azione cruciale, ha mal di testa durante lo scontro successivo, ma mai la serie si ferma a esplorare cosa significhi vivere con questa spada di Damocle. Esattamente come la questione del BND, anche l’aneurisma sembra un riempitivo, con il tira e molla dell’operazione. Più interessante sarebbe stato sviluppare una traccia parallela fatta di momenti di riflessione profonda come genitori, come marito e, perché no, anche come spia.

Allo stesso modo, la ferita alla spalla di Meret, colpita da Jonas, l’ex amante, diventa occasione per una scena chirurgica spettacolare, ma non per un momento di vulnerabilità condivisa. La serie sembra temere una certa l’intimità fisica. Preferisce mostrare Meret e Jonas a letto insieme piuttosto che Simon e Meret che si lavano le ferite l’uno con l’altra in silenzio. È una scelta che sembra rivelare una timidezza narrativa di fondo. Unfamiliar sa descrivere il corpo in azione, ma non sa rappresentarlo nella sua fragilità quotidiana.


Ambizioni e limiti di un prodotto europeo

Meret e Simon parlano con il loro ex capo al BND, in Unfamiliar
Credits: Unfamiliar

Va riconosciuto il merito produttivo di Unfamiliar: sei episodi compatti, una regia sobria che predilige spazi chiusi e corridoi claustrofobici, un’atmosfera berlinese autentica lontana dagli stereotipi da cartolina. La sequenza finale nell’appartamento blindato con Simon e Meret che usano serrature elettroniche, passaggi segreti e visori notturni per respingere gli assalitori, ha la precisione coreografica di un balletto letale. Ricorda, senza imitarla, l’estetica domestica di Mr. & Mrs. Smith (la serie Amazon), dove lo spazio coniugale diventa teatro di azione. Ma mentre lì ogni movimento racconta anche una storia d’amore, ironica, fragile, mai banale, qui l’azione resta puramente funzionale: coreografia senza cuore, spettacolo senza eco emotiva.

La serie paga, anche, il prezzo di una scrittura troppo cauta. I dialoghi sono funzionali ma raramente memorabili. I personaggi secondari emergono solo quando la trama lo richiede, e il ritmo alterna momenti di tensione palpabile a pause narrative che non approfondiscono, ma semplicemente rallentano. Unfamiliar è il prodotto di un’Europa che sa fare televisione di qualità, ma non ancora televisione necessaria. Manca quel salto nell’abisso creativo che trasforma un buon thriller in un’opera che lascia il segno.

L’unfamiliar come destino

Alla fine della prima stagione, Simon e Meret vengono ammanettati mentre Katya allontana Nina su un’auto. Il cerchio si chiude con una precisione quasi chirurgica. Sedici anni di menzogne condivise si dissolvono in una manciata di secondi, e ciò che resta non è un matrimonio in macerie, ma qualcosa di più sottile e inquietante: un vuoto. Unfamiliar non racconta la rottura di un legame, ma la sua lenta, inevitabile evaporazione. Simon e Meret non si odiano, non si tradiscono per vendetta, non urlano accuse definitive. Semplicemente, dopo anni di segreti stratificati come sedimenti geologici, si sono trasformati l’uno per l’altra in estranei. Sono diventati unfamiliar tra loro.


Unfamiliar non è una serie brutta. Tutt’altro. È un thriller perfettamente guardabile, tecnicamente solido, europeo, senza complessi. Eppure lascia in bocca uno strano sapore di ambiguità irrisolta. Vuole essere insieme esplorazione psicologica del matrimonio e spy thriller convenzionale, ma non osa abbastanza per la prima e non innova abbastanza per la seconda. Il risultato è un prodottoné carne né pesce. Un prodotto competente ma non memorabile, che sfiora la profondità senza mai afferrarla.

Unfamiliar ha intuito la sua vera vocazione ma ha avuto paura di abbandonare i comfort del genere per seguirla fino in fondo. E così, mentre Nina scompare nell’auto con Katya, restiamo con la domanda sospesa: cosa sarebbe successo se questa serie avesse avuto il coraggio di essere meno spy e più story?
Speriamo che Netflix ci dia l’opportunità di una seconda stagione per scoprirlo. Anche se, in tutta onestà, ne dubitiamo parecchio.