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The Testaments 1×01/02/03 – La recensione: di ritorno a Gilead

The Testaments

ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILERS dei primi tre episodi della serie tv The Testaments.

“As they say, history does not repeat itself, but it rhymes.”

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C’è qualcosa di profondamente delicato — e potenzialmente disastroso — nel tornare su un’opera che è già diventata un classico. Quando The Testaments arriva a più di trent’anni di distanza da The Handmaid’s Tale, il rischio non è solo narrativo, ma culturale.

Nel frattempo Gilead è uscita dalle pagine ed è entrata nell’immaginario collettivo, amplificata dalla serialità televisiva, trasformata in simbolo politico, quasi svuotata — paradossalmente — dalla sua stessa onnipresenza.

Margaret Atwood lo sa bene. E infatti non prova a replicare il primo romanzo. Lo smonta, lo osserva da un’altra angolazione, e poi lo ricostruisce. Gilead non è più solo la prigione vissuta dall’interno, ma un sistema osservato nelle sue crepe. The Testaments esce in libreria nel 2019, due anni dopo la prima stagione dell’adattamento televisivo di The Handmaid’s Tale (qui la recensione del series finale). Anche questo non è un dettaglio da poco. Perché se al suo debutto, The Handmaid’s Tale si affaccia su un mondo in bilico su un filo molto sottile, oggi quel filo si è praticamente spezzato. E non c’è nessuna rete sotto ad attenuare la caduta. Lo spin-off The Testaments(disponibile sul catalogo Disney+) diventa specchio della società atrofizzata e alienata dei nostri tempi post Covid. Una società che aspetta che la terza guerra mondiale scoppi da un giorno all’altro con indolente indifferenza.


Nella prima opera tutto era filtrato da una coscienza singola, fragile, costretta a sopravvivere dentro un linguaggio che le era stato imposto. June è la martire, l’eroina, incarnazione stessa del femminile che abbraccia la lotta. Qui, invece, la narrazione si apre. Due voci si alternano, si contraddicono, si rincorrono. una giovane cresciuta dentro Gilead e una ragazza che ha vissuto fuori dal regime. The Testaments affida la propria narrazione a voci giovani e fresche, ma non per questo innocenti. Se The Handmaid’s Tale è il racconto di una donna libera che si ritrova incatenata e spogliata della sua identità, stavolta lo spin-off parte da una ragazza che deve ancora trovare se stessa e che non riesce a distinguere le barriere della sua prigione, né tantomeno i suoi carcerieri.

Cosa bisogna sapere prima di vedere The Testaments?

The Handmaid’s Tale (qui 7 curiosità sulla serie) si chiude con il liberazione di Boston e il Gilead gravemente indebolito, ma la guerra è lungi dall’essere vinta. Nell’episodio finale June Osborne (Offred) e la resistenza di Mayday riconquistano la città di Boston, mentre molti personaggi trovano una nuova speranza o un destino incerto.  Nel finale June occupa la vecchia casa dei Waterford a Boston e, tra visioni oniriche (un sogno di karaoke sulle note di “Landslide” dei Fleetwood Mac) e simboli liberatori (una fiaccola che illumina la città ora energizzata), decide di scrivere le sue memorie come Offred. La sua ultima battuta – “My name is Offred” – richiama il romanzo originale e ribadisce che il “Racconto dell’Ancella” sarà tramandato. Il finale, pur aperto (Gilead non è ancora completamente sconfitto) è soprattutto speranzoso, lasciando aperte le porte allo spin-off The Testaments appunto.

L’episodio conferma che la figlia di June, Hannah, è ancora con il Comandante MacKenzie, ma grazie al riassetto nel vertice di Gilead è trasferita da Colorado a Washington D.C., 2000 km più vicina a Boston. La figlia di June, battezzata come Agnes, è cresciuta come “Plum” (figlia di Gilead) destinata a diventare una sposa. Ed è qui che ha inizio il nuovo racconto.


Chase Infiniti è la protagonista della serie tv The Testaments
Credits: Disney+

I Testamenti

Gilead è fondata su una lettura distorta dei testi sacri, e il titolo richiama sia il Vecchio che il Nuovo Testamento. I “testamenti “di Margaret Atwod rappresentano l’unica memoria sacra, in grado di preservare la storia e trasmetterla a chi verrà dopo. Il racconto si apre proprio con la voce narrante di Agnes da un futuro distante dai fatti narrati. E’ lei stessa a dire di non ricordarsi esattamente il tempo storico esatto, perché ai tempi le ragazze di Gilead non potevano utilizzare i calendari per segnare il trascorrere del tempo. Quindi l’inizio della storia, per Agnes, non coincide con una data, ma con un evento: le sue prime mestruazioni.

Ambientato diversi anni dopo la battaglia di Boston, The Testaments ci riporta alla disturbante realtà di Gilead, con nuovi volti e nuove dinamiche. Stavolta il focus non sono più le ancelle vestite di rosso, ma le giovani Plum, ovvero le figlie dei comandanti che vengono istruite, addestrate, manipolate e infiocchettate per diventare mogli perfette.


Le fanciulle in viola passano le giornate studiando alla scuola di eccellenza di zia Lydia, dove imparano postura, etichetta, cucito, canto, silenzio, obbedienza, umiliazione e punizione.

Tutto ciò che le renderà delle marionette graziose comandate a bacchetta. Agnes è una Cenerentola contemporanea. Suo padre è un illustre comandante, sua madre Tabitha, che lei amava, è morta e adesso a dirigere la casa è la matrigna Paula, algida e severa. Circondata da amorevoli Martha che la viziano e dalle amiche della scuola, Agnes sogna il giorno in cui diventerà finalmente una donna e verrà data in sposa. Nessuna scarpetta di cristallo per lei, solo un assorbente con le ali.

La quotidianità di Agnes viene bruscamente interrotta quando zia Lydia le assegna Daisy, una delle perle. Le perle sono ragazze convertite, che provengono da fuori Gilead e che hanno deciso volontariamente, almeno così vogliono farci intendere, di unirsi al regime. Non sono viste di buon occhio, soprattutto dalle Plum che le considerano strambe e pronte a fare la spia. Agnes accetta con riluttanza il nuovo compito assegnatole, sempre più convinta che Daisy le porterà solo guai.

Agnes e Daisy

Le due protagoniste incarnano il tema dell’identità. Cosa significa crescere in un mondo che decide per te chi sei prima ancora che tu possa formulare una domanda?


Agnes non ha memoria di un’alternativa. Per lei Gilead è la normalità, l’ordine naturale delle cose. La sua educazione, i suoi desideri, perfino le sue paure sono stati modellati per adattarsi a un destino già scritto. Il suo percorso non sarà quello di una ribellione immediata, ma di un lento disallineamento. Sa che qualcosa non torna, ma non ha ancora le parole per dirlo. La ragazza vive in una casa di bambole, similmente a quella con cui lei stessa gioca e si intrattiene. La replica in miniatura, però, è l’unico posto su cui abbia effettivamente il controllo.

Qui Agnes è libera di rinchiudere Paula nell’attico e di compiere altri piccoli atti di ribellione. Poi, però, sotto gli occhi vigili del regime, è la formica che opera diligentemente al servizio del sistema. Annuisce, china il capo, punta il dito e urla che a un uomo venga tagliata la mano senza trovare in alcun modo la cosa disturbante.

L’orrore non è la violenza, piuttosto quanto sia normale accettarla.

Il fulcro del secondo episodio di The Testaments è il primo ciclo di Agnes. Finalmente il compito della ragazza agli occhi della società di Gilead può essere pienamente assolto. La notizia va celebrata con tutti gli onori e Agnes esposta sul palco come la più preziosa delle cavalle da monta. Di colpo l’universo maschile la guarda e la tocca in maniera famelica, fiutando la trasformazione fisica della ragazza che in fondo però è ancora una bambina. Ignara della morsa che la sta piano piano chiudendo tra le sue fauci, Agnes è insensibile agli avvertimenti della migliore amica Becca e alle avvisaglie di un mostro che attende solo di mangiarla viva.


Il sistema non protegge Agnes dai predatori. Il sistema è progettato per permettere ai predatori di agire indisturbati, perché gli uomini sono solo vittime di impulsi incontrollabili. Hello reality, it’s same old story me!

Credits: Disney+

Daisy è l’opposto speculare. Cresciuta in un contesto libero, scopre che la sua identità è legata a doppio filo con il regime che ha sempre considerato distante. Il suo ingresso nella storia è più dinamico, tuttavia meno stabile. La libertà, come suggeriva Margaret Atwood, non garantisce automaticamente consapevolezza. Daisy vede Gilead per come è davvero e il suo punto di vista è affilato e cinico, opposto a quello accondiscendente di Agnes. Attraverso una serie di flashback nel terzo episodio scopriamo la sua vita di prima a Toronto. Dall’omicidio dei suoi genitore all’incontro con June che le rivela le sue origini e il desiderio di Gilead di riprendersela con la forza. Perché Gilead non lascerà mai andare ciò che considera suo.

Le due traiettorie finiscono per convergere in un racconto che è, a tutti gli effetti, una storia di formazione.

Eppure non nel senso classico. Qui Agnes e Daisy non sanno da dove vengono né chi sono davvero. Conoscono più il loro futuro che il loro passato e il loro è un percorso verso l’introspezione e la conoscenza di sé. I primi tre episodi pongono quindi le basi per un racconto altrettanto oscuro, seppur più spaventoso di The Handmaid’s Tale. Le ragazze Plum sono figlie del sistema, vittime inconsapevoli e aguzzine al contempo. Adolescenti che danno volentieri libero sfogo alla rabbia, che sognano il principe azzurro e il castello fiabesco senza rendersi conto che sono segregate nelle prigioni da tempo.

In The Handmaid’s Tale la protagonista è una donna adulta, assoggetta al sistema, ma consapevole di chi è e da dove proviene. In The Testaments, invece, Agnes è la protagonista di una storia che qualcuno ha scritto per lei. Non ha nessuna voce in capitolo ed è ingenuamente felice di ciò. Eppure The Testaments è, senza dubbio, un racconto più aperto. Dove la prima serie era pervasa da una incertezza radicale, qui intravediamo possibilità di cambiamento. Gilead resta un sistema brutale, capace di rigenerarsi e difendersi, ma sappiamo che un futuro diverso è possibile. La serie tv spin-off parte alla grande assimilando la brutalità e la violenza della serie cult e aggiungendovi la voce della generazione Z. Attraverso gli occhi della nuova generazione di Gilead vediamo un riflesso del nostro stesso mondo e di quello che stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi.

Se The Handmaid’s Tale era un’esperienza immersiva nell’oppressione, The Testaments è un racconto sulla sua erosione.