ATTENZIONE: il seguente articolo potrebbe contenere spoiler su The Madison.
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Uscita il 14 marzo scorso su Paramount+, The Madison cattura un’essenza sheridaniana pura fin da subito. Non è solo un lutto familiare, ma un’indagine intima su come l’amore possa essere profondo eppure cieco ai dettagli dell’altro. Il diario del marito morto, recuperato da Stacy Clyburn, interpretata da Michelle Pfeiffer, non è il classico coup de théâtre da melodramma, ma un pugno allo stomaco morale. Lei lo amava, lo rispettava, eppure non ne conosceva a fondo i gusti più autentici, le passioni laterali, quel che lo definiva oltre il ruolo di compagno devoto. Adesso non è più tempo per scoprirlo, e questa irreversibilità lacera più di qualsiasi flashback strappalacrime.
La serie non indugia nel rimpianto sterile, ma scava nel paradosso di un affetto autentico, dove il rispetto per gli altri resta però gesto generico, mai indagato fino in fondo. È un tema che permea l’intera famiglia Clyburn: la morte non unisce nel dolore condiviso, ma isola ognuno nel proprio non-detto. La Pfeiffer incarna questa solitudine con intensità trattenuta. A volte parla del marito come di un’assenza personale, quasi scindendo l’uomo dal padre delle figlie, in un lutto che colpisce al cuore. Questo lutto, così individuale, viene evidenziato dalle due figlie che ne fanno motivo di animata discussione. Come se fosse una questione performativa e pubblica e non tragica e privata. Il tutto amplificato dal Montana capace di rendere il paesaggio non solo sfondo, ma eco visivo di ciò che resta inespresso.
The Madison: personaggi che si adattano…

Da questo nucleo emotivo The Madison dirama un carosello di personaggi che Taylor Sheridan dosa con la solita maestria. Caratteristici nel bene e nel male, mai piatti, sempre pronti a rivelarsi oltre lo stereotipo iniziale. Il Montana diventa banco di prova per le dinamiche familiari: chi si adatta, chi resiste, e in che modo il lutto amplifica queste frizioni.
Prendiamo Russell (Patrick J. Adams), il marito della figlia minore. Parte come il classico yesman urbano, bistrattato e usato come schiavo dalle donne Clyburn, piegato ai loro capricci newyorkesi. Eppure, episodio dopo episodio, emerge la sua resilienza adattiva. Per amore della moglie è capace di tutto, trasformandosi da zimbello in pilastro silenzioso. È un arco che prefigura una certa epicità. Non il cowboy romantico, ma l’uomo comune che si reinventa senza clamore, opposto alla sicurezza innata di Stacy, che sembra, invece, esser sempre stata lì tra fiumi e montagne. Anche se non ci ha mai messo piede.
Poi c’è il fratello di Preston Clyburn, Paul, interpretato da un Matthew Fox che lascia il segno. La sua è una figura fulminea ma memorabile. Non il malinconico ranchero da cartolina, ma un uomo solido e pragmatico, che ha scelto coscientemente quel genere di vita. La sua brevità (un vero peccato!) lascia il rimpianto di un carattere che avrebbe meritato più spazio, incarnando il Montana non come rifugio, ma come vocazione adulta.
… e personaggi che resistono
Le figlie e le nipoti, invece, resistono, ancorate al loro ruolo di cittadine viziate, con sguardi e atteggiamenti che evocano l’adolescenza borghese. La lite tra Abi (Beau Garrett) e Paige (Elle Chapman), a suon di ceffoni, cazzotti e poi pace forzata nella pulizia condivisa, è un gioiellino di realismo domestico, crudo e catartico, che bilancia il tono lirico della serie. Le nipotine ricche Bridgett (Amiah Miller) e Macy (Alaina Pollack), con quella saccenteria tipica dei cittadini e quegli sguardi complici da coetanee, aggiungono un tocco di verità quotidiana, quasi familiare.
In The Madison Sheridan brilla davvero per i suoi personaggi femminili. Sono intensi, sfaccettati, capaci di tenere il centro emotivo senza concessioni al manicheismo. Michelle Pfeiffer in certi momenti toglie letteralmente il fiato proprio perché capace di elevare una scrittura essenziale, mentre le figlie e le nipoti, da tenere sott’occhio, promettono certamente un’ evoluzione. Questo ensemble non giudica il contrasto città/Montana in modo didascalico. Non mette da una parte i montanari, buoni, e i newyorkesi dall’altro, cattivi. Ma è un sottofondo implicito, che lascia respirare lo spettatore, che altrimenti verrebbe travolto dal lutto.
Musica, paesaggio e l’epicità del non-detto
Se il cuore di The Madison batte nei non-detti familiari, è il respiro delle prime tre puntate a farne un’esperienza immersiva, quasi ipnotica. Non c’è fretta di trama, ma una dilatazione che concede tempo. Tempo per riflettere, metabolizzare, incamerare. Le immagini della natura, ma non solo, entrano dentro con un ritmo che sa di grande opera lirica. La musica, composta da Breton Vivian, non sottolinea solo i paesaggi, ma li rende personaggi, come un’eco sinfonico delle emozioni trattenute. Persino le scene di pesca, all’inizio, accompagnate da melodie che scorrono come acqua di montagna, non sono un orpello estetico, ma un gancio viscerale, un’epicità latente che ricorda altre opere di Sheridan che parlano di amore. Qui declinato, fin dal principio, oltre la morte.
Il Montana non rischia (per ora) di essere un wallpaper di lusso. Al contrario è motore emotivo puro. Amplifica i silenzi con fiumi lenti, montagne maestose (bellissima la metafora dei denti che mordono le nuvole), cieli infiniti che riflettono il lutto individuale di Stacy, le resistenze delle figlie, l’adattarsi quieto di Russell. È un paesaggio che non guarisce ferite, ma le espone e non è un caso che Stacy preferisca il mare, con il suo orizzonte lineare fatto dall’unione del cielo e dell’acqua. Perché il Montana obbliga a confrontarsi con l’inespresso, trasformando ogni inquadratura in un momento di introspezione forzata. La natura qui non è rifugio idilliaco, ma specchio spietato. Un vasto, silenzioso diario collettivo che il lutto ha lasciato muto.
Personaggi e ideologia: il marchio Sheridan
The Madison non si ferma, però, al lirismo paesaggistico o alle frizioni familiari. È un’opera che si presta a letture multilivello, e qui emerge con forza il marchio di fabbrica dello showrunner. Fan del suo universo riconosceranno la capacità di immergere lo spettatore in un clima totalizzante, dove la scrittura eleva personaggi e atmosfere oltre ogni possibile didascalismo. I personaggi femminili, intensi e sfaccettati, restano il suo asso nella manica. Michelle Pfeiffer non solo regge il centro emotivo, ma lo espande, rendendo palpabile il lutto che apre la serie.
Ma Sheridan è anche un autore controverso, e le prime tre puntate non eludono il suo immaginario rurale repubblicano. Non reazionario in senso stretto, ma intriso di una nostalgia per l’America pratica, solida, lontana dalla presunzione urbana. I montanari emergono come figure positive, i newyorkesi come viziati e saccenti. È un sottofondo implicito, mai urlato, che permea senza soffocare. Non disturba chi, come molti spettatori, sceglie di filtrarlo per concentrarsi su ciò che cattura. E cioè, l’epicità del quotidiano, i non-detti che il paesaggio amplifica, la resilienza adattiva di figure come Russell o Paul. Sheridan permette proprio questo. Diversi livelli di coinvolgimento differenziati, dove la propaganda (se tale è…) diventa sfondo opzionale, e la maestria narrativa prende il sopravvento.
Una stonatura narrativa e la conferma dello stile

La perfezione non esiste, e anche The Madison, in queste prime tre puntate, presenta la sua stonatura. Il punto debole emerge proprio nel terzo episodio. Il bacio tra Abi e il vice sceriffo Van (Ben Schnetzer) risulta prematuro. È un’accelerazione innaturale, un cedimento al classico ritmo da network drama che stride con il respiro altrimenti contemplativo della serie. La scena avrebbe meritato più sviluppo, una maggiore stratificazione emotiva. Sarebbe stata preferibile un’ellissi capace di lasciar intuire la tensione, invece di risolverla in un gesto improvviso (e scontato!).
Tuttavia, si tratta di un neo isolato in un flusso narrativo altrimenti godibilissimo. Queste prime tre puntate sono un piacere per gli occhi e per la mente, e si capisce bene perché: Sheridan sa costruire una narrazione avvolgente e multilivello, capace di mettere lo spettatore a proprio agio.
Il vero pregio dell’opera risiede proprio in questo respiro lirico. È Sheridan al suo meglio. Immersivo, capace di far gustare ogni fotogramma, come le già citate scene della pesca all’inizio o Michelle Pfeiffer che si infila le scarpe di Chanel per scendere in città. Dettagli che catturano d’un fiato. Un invito a restare nel clima che, nel complesso funziona molto bene.
Un’epopea silenziosa: la perfezione di un universo
In definitiva, The Madison non cerca la rivoluzione, ma perfeziona un universo narrativo già solido. Sheridan dimostra di non aver bisogno di sparatorie o twist forzati per generare tensione. Costruisce invece un’epopea silenziosa, più vicina al lusso contemplativo di Big Little Lies che alla ferocia di Succession. È una scommessa vinta sulla lentezza, dove il trauma si metabolizza tra stivali da pesca e abiti firmati. Pur con quel neo isolato, l’opera conferma la capacità dell’autore di avvolgere lo spettatore, trasformando il Montana in uno specchio spietato ma affascinante. Per chi ama il suo tocco, queste prime tre puntate sono già pienamente appaganti. Non servono esplosioni per far tremare la terra, basta il peso di un segreto inespresso.






