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Il mio anno a Oxford – La Recensione del nuovo deludente film con protagonista Sofia Carson su Netflix

La protagonista a Oxford
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Il mio anno a Oxford, disponibile su Netflix a partire dal 1° agosto, potrebbe avere tutte le carte in regola per essere un buon film, godibile e capace di intrattenere senza troppe pretese. Ci sono infatti due protagonisti bellini, Anna (Sofia Carson) e Jamie (Corey Mylchreest: ma solo a me ricorda tantissimo Dylan Dog?), affiancati da una serie di personaggi simpatici e allegri. C’è l’Università di Oxford, sempre romantica con la sua storia millenaria, l’atmosfera gotica, i giardini verdissimi, le biblioteche e i corridoi dove hanno camminato scrittori e poeti immortali quali J.R.R. Tolkien, Oscar Wilde e Percy Shelley.

E infine c’è la letteratura – nello specifico quella vittoriana – che diventa il fulcro (o il pretesto) da cui si espande la narrazione, come una sorta di Attimo Fuggente più sentimentale e…molto, ma molto più scadente e trash. Purtroppo il meraviglioso film con Robin Williams (qui le sue migliori interpretazioni) non ha insegnato nulla al regista Iain Morris che, al contrario, ha preso gli elementi positivi di cui vi abbiamo parlato fino a ora e ne ha fatto un mappazzone colmo di cliché e di pochissima sostanza.


La trama infatti è delle più semplici e scontate: una ragazza americana (Anna) decide di prendersi un anno sabbatico per realizzare il suo sogno di studiare presso il prestigioso college inglese dove si innamora di Jamie, un dottorando che insegna poesia. Nonostante gli attriti iniziali, i due incominciano a frequentarsi tra passeggiate notturne, feste studentesche, pub tipicamente british, gelosie inspiegabili costruite tramite battute melense e artificiali. Per capirci meglio, provate a prendere tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili dei film americani adolescenziali, impastateli con un po’ di estetica appagante ma patinata, aggiungeteci un pizzico di melodramma e otterrete Il mio anno a Oxford. Persino le riflessioni più profonde sulla vita e sulla morte, così come quelle sulla poesia e la scrittura, scivolano via senza emozionare né tanto meno commuovere.

I protagonisti
Credits: Netflix

Il problema però è che l’intento a quanto pare doveva essere proprio quello. Coinvolgere lo spettatore fino alle lacrime e farlo empatizzare con due protagonisti che, nonostante la buona interpretazione attoriale, risultano poco equilibrati. Il racconto prende poi una direzione ancora più strampalata nel momento in cui scopriamo un segreto legato al personaggio (e al passato) di Jamie.

Dato che non voglio fare spoiler quello che posso dirvi in merito è che, a un certo punto, mi sono sentita come nelle storie a bivi che leggevo nei fumetti di Topolino quando ero bambina. Per ogni avvenimento del film possono esserci due strade, due possibili diramazioni, prevedibili e banali, che a loro volta porteranno ad altre due scelte altrettanto scontate e così via. Esattamente come nei fumetti della mia infanzia, con la differenza che questi ultimi erano molto più coinvolgenti e ricchi di colpi di scena rispetto a Il mio anno a Oxford. Tra le pagine colorate il lettore si sentiva parte attiva della trama e delle sue molteplici soluzioni di cui difficilmente poteva prevedere il finale, cosa che invece non avviene con il film di Netflix. Sappiamo già (quasi) tutto dopo la prima mezz’ora di girato.


Esiste poi un’altra problematica non meno importante di quelle analizzate in questa recensione, ovvero il tempo in cui sono racchiusi gli eventi narrati. Se partiamo dal presupposto che Anna trascorre un anno presso l’università inglese, com’è possibile che in soli pochi giorni riesca a instaurare con alcuni compagni di classe delle amicizie intense, affiatate e durature? Guardando la complicità tra la ragazza, Maggie, Charlie e Tom, mi sono ritrovata a pensare che quelle stesse relazioni nella quotidianità hanno bisogno di anni e di lunghe frequentazioni per essere costruite.

E un ragionamento simile può valere per l’innamoramento tra Anna e Jamie. Se è vero che il colpo di fulmine alle volte può succedere, è tuttavia strano che un rapporto basato principalmente sul divertirsi senza impegno diventi – in meno di dodici mesi – il grande amore per il quale struggersi e con cui condividere un’esperienza gravissima (quel famoso spoiler sulla vicenda del ragazzo).


Jamie, il protagonista
Credits: Netflix

Credo infatti che le relazioni tra i personaggi siano state costruite con una velocità e una superficialità alla Troppo Belli (un paragone forte ma che ci sta), perdendo completamente di credibilità. Sarebbe indubbiamente bello e rassicurante se anche nelle nostre vite i legami potessero essere come quelli visti ne Il mio anno a Oxford: facili, sicuri, affidabili come un’aspirapolvere. Purtroppo però la realtà richiede uno sforzo e un impegno molto maggiori. Peccato, comunque, perché alcuni personaggi comprimari come Charlie, dirimpettaio di Anna negli alloggi per studenti del college, hanno un potenziale interessante e anche divertente.

Gli amici della ragazza sembrano usciti da qualche sit-com anni ’90, il che non è affatto una cattiva idea, ma nel contesto del film non funzionano per lo stesso motivo evidenziato prima. Sono artificiali e quasi caricaturali. Tutto avviene troppo in fretta e non c’è spazio per approfondire nulla – nemmeno le personalità dei singoli individui – come i genitori di Jamie che vengono appena appena abbozzati.

Insomma, arrivati a questo punto dell’articolo avrete capito che dal nostro personale punto di vista questa pellicola può essere tranquillamente riposta nel dimenticatoio. Tuttavia, per tutti coloro che invece sono alla ricerca di un prodotto da “vedere sotto l’ombrellone” sulla stessa lunghezza d’onda di alcuni romanzi rosa dozzinali, bè sappiate che con Il mio anno a Oxford troverete ciò che state cercando.


Il film inoltre può raggiungere con facilità il pubblico più giovane, preadolescenti e adolescenti, sia per il contesto in cui si svolge la vicenda, sia per la rappresentazione di un amore romantico e piuttosto irreale. Alla Disney ma senza lieto fine. La vita è piena di bivi, proprio come le storie del Topolino, e quando si è ragazzi l’incertezza di compiere la scelta sbagliata è sempre dietro l’angolo. Un insegnamento che il regista e gli sceneggiatori potevano elaborare più efficacemente ma che invece rimane sullo sfondo, inconsistente e semplificato come il film stesso.

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