Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla seconda puntata di For All Mankind 5.
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Ci sono tre elementi principali che emergono dalla seconda puntata della quinta stagione di For All Mankind, e chiariscono bene dove dovrebbe andare a parare questa stagione.
- La scoperta della vita su Titan, la Luna più grande di Saturno.
- Le complesse implicazioni geopolitiche che riguardano l’M6, l’alleanza ultranazionale che rappresenta il perno principale della Happy Valley marziana, e l‘ISN, stati che non fanno parte dell’accordo ma che sono comunque presenti su Marte con una loro colonia.
- La crescente voglia di emancipazione dei “marziani” che sono nati e cresciuti lì o che vivono sul pianeta rosso da molto tempo.
Niente di nuovo, rispetto alle premesse della premiere della quinta stagione di For All Mankind. Con una differenza chiave: qui l’azione non è mancata, affatto.
La trama che riguarda i “marziani” terrestri, in particolare, è al momento la più intrigante sul piano emotivo. Complice anche l’accusa di omicidio ricaduta su Lee, l’anziano astronauta nordcoreano che aveva offerto un contributo decisivo per la nascita della Happy Valley, cresce nei cittadini della colonia la consapevolezza di essere ormai un soggetto a sé stante rispetto alle dinamiche del pianeta d’origine. Si vive così, tra potenziali ritorsioni e implicazioni inedite, un conflitto che rievoca da vicino la nascita degli Stati Uniti d’America. Stati Uniti nati, d’altronde, da una costola delle forze europee allora egemoni.
I marziani non accettano, soprattutto, il fatto che Lee venga rispedito sulla Terra per essere giudicato a proposito del presunto omicidio commesso. Una colpevolezza in cui pochi sembrano credere, a partire da Ed Baldwin: al di là della biografia e della figura caratteriale del personaggio, mancano tuttavia elementi a supporto dell’innocenza almeno quanto latitano quelli che potrebbero reggere l’accusa. L’ambiguità in tal senso, sospesa tra la storia del nordcoreano, non sempre lineare, e quanto ha mostrato nel corso della sua esperienza marziana, lasciano il personaggio in un limbo morale che offre una chiave suggestiva per la detonazione degli eventi.
La seconda puntata di For All Mankind riesce, dal canto suo, a valorizzare questo climax emotivo attraverso una scena spettacolare.
Scena in cui si inserisce, in realtà, un quarto elemento chiave che dovrebbe caratterizzare la stagione: l’addio a Ed Baldwin, pressoché inevitabile. A meno che la fantascienza non irrompa in scena attraverso soluzioni al momento imprevedibili, si dovrebbe arrivare a un congedo di quello che è stato, a tutti gli effetti, il vero protagonista della serie. L’età e le precarie (a dir poco) condizioni di salute sembrano non giustificare un suo approdo nella sesta (e ultima) stagione, ma non si sa mai: la sua stessa presenza nella quinta è di per sé un fattore piuttosto sorprendente, specie se enfatizzata da una vocazione all’azione che rappresenta un cuore pulsante di For All Mankind.
La scena dell’inseguimento con cui libera Lee e lo porta verso la base della ISN, dalla quale non potrà essere estradato, è una summa perfetta della serie.
L’azione, mai fine a sé e per questo ancora più credibile, l’anima dei personaggi che gettano il cuore oltre l’ostacolo e la connessione istantanea tra i tre fattori evocati in apertura portano a un momento d’alta televisione. Un momento alla For All Mankind, della miglior specie.
Da qui in poi, le incognite sono tante. Ed, impavido e spavaldo, sa sempre riscrivere le priorità del racconto e definire da sé quando una regola sia o non sia giusta, pensando sempre a un bene superiore. Il piano, spericolato, si conclude con l’effettivo raggiungimento dell’obiettivo, ma potrebbe aver portato anche al suo sacrificio finale. Difficile capire ora se Ed sia davvero morto così o sarà ancora da quelle parti per un po’ di tempo: nel dubbio, però, optiamo timidamente per la seconda.

Si arriva così all’anello di congiunzione con una trama di cui avevamo parlato ampiamente nella prima recensione della quinta stagione di For All Mankind. Quella più vicina a noi, più affine alla nostra realtà. Perché l’ucronia della serie Apple ci ha portato su Marte negli anni Novanta, ma allo stesso tempo converge pericolosamente con le cronache della nostra contemporaneità. Una realtà caratterizzata da blocchi geopolitici dai confini fluidi, eppure chiari.
Storicamente sfocati se osservati da vicino, pronti a disvelarsi davvero solo con uno sguardo lungo decenni.
Finora è stato uno sfondo col potenziale evidente, prossimo all’esplosione. La figura divisiva di Lee potrebbe diventare, allora, il grimaldello attraverso cui potremo comprendere davvero come si articolerà il rapporto tra l’M6 e il resto del mondo. La storia, d’altronde, è fatta sempre di momenti chiave: “piccoli” momenti sulla scacchiera globale, destinati a diventare giganteschi. Altrettanto possiamo dire sulla questione dell’immigrazione clandestina e, in particolare, delle torbide macchinazioni dei sovietici su Marte attraverso il principale competitor di Elios, Kuragin: niente di nuovo, nostro malgrado, ma For All Mankind sa essere preziosa anche così. Unica, da tantissimi punti di vista.
Ciò crea non poca curiosità, soprattutto per chi cerca nell’ucronia una chiave alternativa per rileggere la nostra realtà. Allo stesso tempo, tuttavia, rischia di soffocare le suggestioni visionarie della serie su dinamiche a noi note. Fin troppo note. Tristemente note.
For All Mankind, però, è un grande volo verso le stelle e verso l’ignoto: verso un futuro da scrivere con regole diverse, ancora prima che un presente da comprendere. Un futuro da esplorare, pericolosamente. Con audacia, perché tre più tre fa sempre sei con minori possibilità del previsto, e un pizzico di follia. L’audacia incarnata da Ed e che potrebbe portare l’uomo ancora più altrove. Meno ancorato alle logiche commerciali più immediate, tra minerali da estrarre, città nascenti e Starbucks tra le rocce rosse di Marte, e più votato alla scoperta. Scientifica sì, anche se economicamente giustificata dalle sue potenzialità. Capace di portarci nel terreno fantascientifico più intrigante per eccellenza: la scoperta di nuove forme di vita nello spazio più remoto.
La missione su Titan, promossa soprattutto da Kelly, è la nuova tappa di un percorso pieno di fascino. E potrebbe portare l’uomo in una nuova direzione.
Per il momento non si intravedono omini verdi all’orizzonte, bensì poco entusiasmanti proteine. Il cammino che verrà intrapreso, tuttavia, potrebbe regalarci le emozioni più intense della quinta stagione di For All Mankind. Vogliamo crederci: questa serie è un disilluso atto di fede nell’umanità, e abbiamo un gran bisogno di passaggi come questo per continuare ad amare una serie che sembra avere ancora molto da dire. Sul nostro mondo, certo. Ma soprattutto su realtà che con ogni probabilità non conosceremo nel corso delle nostre vite. Ne abbiamo bisogno, eccome: al resto, d’altronde, ci penserà anche la distopia in cui stiamo vivendo quotidianamente.
Antonio Casu


