Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Big Mistakes.
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Nel panorama sempre più affollato della serialità contemporanea, dove le piattaforme sembrano inseguire un equilibrio sempre più fragile tra riconoscibilità e sperimentazione, Big Mistakes si impone come un oggetto volutamente disallineato. La nuova serie targata Netflix, creata da Dan Levy insieme a Rachel Sennott, non cerca mai davvero di aderire a un modello preciso. Anzi, sembra costruita proprio per sfuggirgli. E questo, fin dalle sue premesse, la rende tanto interessante quanto difficile da afferrare. L’innesco narrativo è apparentemente semplice: un furto maldestro, due fratelli incapaci di gestirne le conseguenze, un progressivo scivolamento nel mondo della criminalità. Ma ciò che potrebbe configurarsi come una classica traiettoria crime – fatta di escalation, tensione e trasformazione – viene sistematicamente sabotato dall’interno.
Big Mistakes non costruisce una progressione lineare, ma una spirale. Un continuo ritorno allo stesso punto, dove ogni errore non insegna nulla, ma genera soltanto nuovi errori. Ed è proprio il concetto di fallimento (ecco i film più fallimentari) a diventare il vero asse tematico della serie. Non un fallimento catartico, utile a innescare cambiamenti, ma un fallimento stagnante, reiterato, quasi strutturale. Nicky e Morgan non imparano, non evolvono nel senso più tradizionale del termine. Si adattano, forse. Resistono. Ma restano intrappolati in un meccanismo che sembra sempre un passo avanti rispetto a loro. In questo senso, Big Mistakes lavora su una dimensione profondamente anti-narrativa, dove la crescita dei personaggi non è un obiettivo, ma un’eventualità sempre rimandata.

Il Nicky di Levy è il centro emotivo della storia
Lui è un personaggio che vive in una costante tensione tra ciò che vorrebbe essere e ciò che è realmente. Le sue insicurezze non vengono mai risolte, ma stratificate. Ogni decisione sbagliata non fa che amplificare il suo disagio, rendendolo sempre più inadatto a gestire la realtà che lo circonda. Accanto a lui, Morgan, interpretata da Taylor Ortega, rappresenta una forma diversa di disfunzione. Più istintiva, più aggressiva, meno incline alla riflessione. È un personaggio che agisce prima di pensare, e proprio per questo finisce spesso per accelerare il caos invece di contenerlo. Il loro rapporto è, senza dubbio, il vero cuore pulsante della serie. Un legame fatto di dipendenza reciproca, di rancori mai risolti, di complicità involontaria. Non si tratta di una dinamica costruita per generare empatia immediata, ma di un equilibrio instabile che si regge su continue frizioni.
I dialoghi (qui le serie con ottimi dialoghi) tra i due sono tra i momenti più riusciti della serie: taglienti, spesso surreali, capaci di alternare ironia e disagio con una naturalezza sorprendente. È qui che la scrittura di Levy e Sennott trova la sua forma più compiuta. Tutto il resto, invece, sembra muoversi su un piano più incerto. La componente crime di Big Mistakes, che dovrebbe fornire struttura alla narrazione, appare spesso fragile, quasi accessoria. Le dinamiche della criminalità organizzata non vengono mai davvero approfondite, restando sullo sfondo come una minaccia vaga, più evocata che costruita. Questo porta la serie a perdere, in più di un’occasione, quella tensione che ci si aspetterebbe da un racconto di questo tipo. I momenti di svolta, quando arrivano, non sempre hanno il peso necessario per modificare davvero l’andamento della storia.
Big Mistakes trova coerenza nella mancanza di solidità
La fragilità narrativa non è soltanto un limite, ma una dichiarazione d’intenti. La serie non vuole essere un crime rigoroso, né una dark comedy perfettamente calibrata. Vuole essere entrambe le cose, senza mai esserlo fino in fondo. Un ibrido instabile che riflette l’incapacità dei suoi protagonisti di trovare un equilibrio. Dal punto di vista stilistico, questa instabilità viene amplificata da una regia che rinuncia deliberatamente alla compostezza. La macchina da presa segue i personaggi in modo ravvicinato, spesso nervoso, creando una sensazione di continua precarietà. Il ritmo (ecco le serie con più ritmo) è irregolare, volutamente disomogeneo. Le sequenze si alternano senza una vera armonia, passando da momenti di frenesia a pause improvvise che sembrano sospendere il tempo. È una scelta che può risultare alienante, ma che contribuisce a costruire un’identità visiva coerente con il racconto.
A sostenere questo impianto fragile ma ambizioso di Big Mistakes è soprattutto il lavoro degli interpreti. Laurie Metcalf, nei panni della madre, offre una performance che riesce a essere al tempo stesso eccessiva e credibile. Il suo personaggio è ingombrante, spesso sopra le righe, ma mai completamente fuori fuoco. Ortega, dal canto suo, dimostra una notevole presenza scenica, riuscendo a rendere Morgan imprevedibile senza mai trasformarla in una caricatura. Levy, infine, conferma la sua capacità di lavorare sulle sfumature più sottili del disagio, costruendo un protagonista che vive più di tensioni interne che di azioni.

La ricezione della serie riflette la sua natura divisiva
Una parte della critica ha riconosciuto la qualità della scrittura, soprattutto nei dialoghi, e la solidità delle interpretazioni, sottolineando però una certa debolezza strutturale e una gestione non sempre efficace della componente crime. Il pubblico, invece, si è spaccato in modo ancora più netto. Da un lato, chi apprezza il caos, l’ironia e la volontà di rompere gli schemi. Dall’altro, chi fatica a entrare in sintonia con una narrazione percepita come dispersiva, priva di un vero centro. In definitiva, possiamo dire che Big Mistakes è una serie che accetta il rischio dell’incoerenza e lo trasforma in linguaggio.
A tal proposito, non cerca di correggere i propri difetti (qui i difetti di The Last of Us), ma di integrarli nel racconto. È un progetto che inciampa spesso, che a tratti sembra perdere completamente direzione, ma che proprio in questa instabilità trova una forma di autenticità difficile da ignorare. Dunque, non è una serie perfetta, e probabilmente non vuole esserlo. Ma nel suo rifiuto delle regole più consolidate della serialità odierna, riesce comunque a ritagliarsi uno spazio riconoscibile. Un caos narrativo che divide, spiazza, a volte frustra, ma che nel suo essere imperfetto riesce comunque a lasciare un segno.



