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C’è una qualità, in Avvocato Ligas, che più di ogni altra continua a distinguerla nel panorama seriale contemporaneo: la capacità di muoversi dentro dinamiche riconoscibili senza mai esserne prigioniera. Anche quando la trama sembra ricalcare schemi già visti — un caso giudiziario ambiguo, personaggi sospesi tra colpa e innocenza — la serie riesce a deviare, a spostare il fuoco. L’ultimo episodio della stagione (che potete trovare qui) ne è la dimostrazione più evidente. Non è tanto ciò che racconta a fare la differenza, ma il modo in cui lo fa. Evitando scorciatoie narrative, rifuggendo il giudizio facile e, soprattutto, restituendo allo spettatore un ruolo attivo. In un contesto dominato da rumore mediatico, indignazione e semplificazioni, Avvocato Ligas costruisce un racconto che scava sotto la superficie e mette in discussione certezze, comprese quelle del suo stesso protagonista. La nostra recensione del finale di stagione.
L’ultimo caso ricalca schemi già visti nel corso della stagione. Ma Avvocato Ligas riesce, ancora una volta, a non cadere nei cliché
Se c’è un motivo per cui questa serie tv è riuscita a impressionarci in positivo, su tutti, è per la scrittura. Un tipo di scrittura che analizza la contemporaneità senza farsi mai influenzare dalla stessa. In Avvocato Ligas il populismo è in qualche modo al centro della narrazione senza mai influenzarla. Il messaggio è chiaro: la sociologia è una cosa, la scrittura è un’altra. Avevamo già parlato nella scorsa recensione di come il modus operandi del protagonista fosse già di per sé speciale, per quanto moralmente contestabile. E forse proprio in questo finale di stagione Ligas si rende conto da sé della pericolosità dei suoi mezzi. Il caso non affronta il tema del razzismo in modo scontato. Analizza i suoi contorni, la sottile linea di demarcazione che separa la violenza ideologica dall’innocenza di pensiero. E attorno c’è tutto un mondo, che è quello che viviamo oggi, nel presente.
Da una parte il giovane Patrick, un ragazzo che sta per diventare padre e che porta a casa la pagnotta come può. Dall’altra una signora (la Navelli) non più giovane, la cui lucidità viene messa in discussione così come la sua buona fede. Non è soltanto uno scontro culturale, ma generazionale. E attorno, come dicevamo, c’è tutto un mondo alimentato da cliché e rumore. Ma l’abilità di Avvocato Ligas è quella, ancora una volta, di rendere lo spettatore attivo. Assistendo al processo e agli sviluppi narrativi chi guarda non può fare altro che restare intrappolato. Patrick è colpevole, ma non c’è alcun motivo per cui si debba sospettare di lui. Gli autori di Avvocato Ligas non hanno pensato soltanto allo shock emotivo finale, ma alla posizione dello spettatore. Chi guarda si lascia sommergere dal mondo attorno, fatto di populismo e indignazione e, come Ligas, si dimentica di cercare la verità.
Ma cosa resta a Lorenzo Ligas della sua prima sconfitta?
Parliamo di sconfitta consapevoli che un processo non sia una gara. La sconfitta a cui ci riferiamo è quella di Ligas ed è interiore, morale. Nella prima stagione di Avvocato Ligas abbiamo visto il protagonista alle prese con parecchi casi, tutti intricati e traballanti. E tutti affrontati senza rinunciare a quel pensiero laterale che caratterizza Lorenzo Ligas e che lo rende così irresistibile. Sempre nella scorsa recensione parlavamo di quanto la scrittura di queste dinamiche sia da lodare per quanto realistica, per quanto sia in grado di rendere il protagonista autentico, umano. E dunque, fallace. Sì, perché Ligas non si interroga sugli effetti reali delle proprie azioni, non ha scrupoli nello sbugiardare una ragazzina o nel condannare un uomo anziano che difende suo figlio. La lettura morale sta a chi guarda. La prima “sconfitta” di Ligas non è nemmeno pubblica, almeno per ora. E’ tutta sua, soltanto lui è costretto a farci i conti.
Questo sviluppo intrapreso dalla trama si manifesta come un muro sulla personalissima road to redemption di Lorenzo Ligas. Negli ultimi episodi l’avvocato Ligas ha fatto di tutto per diventare una persona migliore, sia agli occhi degli altri che di sé stesso. Il movente di questa scelta è stato il voler recuperare il rapporto con sua figlia, ancor prima che con la sua ex moglie. E in quest’ultimo episodio di Avvocato Ligas, ha continuato sulla stessa direzione. Ma i problemi in casa Ligas di solito arrivano tutti insieme, uno dopo l’altro. Prima la notizia della partenza di Patrizia – e dunque di Laura – poi la scoperta di non essere infallibile. Una presa di coscienza che avrà dei risvolti sicuramente importanti sul personaggio, più di quanto non dovrebbe essere. L’uomo perfetto ha sbagliato, ha fallito, ma cosa ancor più dura sarà ammettere l’errore, dopo aver imparato a conviverci.
L’ultimo episodio di Avvocato Ligas si chiude con un inaspettato colpo di scena che getta le basi per un progetto molto più ampio
Forse da quest’ultimo episodio ci si aspettava qualcosa di diverso per certi versi. La sotto trama della sentenza manomessa da Ligas sembrava destinata ad avere non solo più spazio all’interno della trama, ma anche delle conseguenze più pesanti sulla figura del protagonista. Il climax del finale della scorsa puntata si è sgonfiato un po’ troppo rapidamente, questo è vero, ma era soltanto uno specchietto per le allodole. Questo perché Avvocato Ligas non vuole parlare troppo “politichese”, è molto di più. Lo avevamo capito dal ritorno di Ligas a casa sua, dove è nato e cresciuto. La fotografia ha suggerito fin da subito un alone di malinconia tra quelle mura. Uno spazio sospeso nel tempo in cui si nasconde più di un fantasma. Ligas è tornato a casa non solo per comodità, ma per ritrovare sé stesso e, ora, per fare i conti con un passato evidentemente problematico.
Verso la metà dell’episodio viene introdotto un personaggio che inizialmente passa in sordina ma che comunque ci resta impresso. E’ un uomo anziano, che si rivolge a Patrick augurandogli un futuro migliore del suo mentre entrambi si dirigono in tribunale. L’uomo sta per uscire dopo vent’anni di prigione, sta per tornare a casa. La bellezza dell’intreccio è proprio questa: disseminare indizi lungo la strada, introdurre personaggi e volti in modo silenzioso. Quell’uomo è il padre di Ligas e varca la soglia di casa proprio nel momento più complesso per suo figlio. Il protagonista ha appena scoperto che presto soffrirà l’abbandono e che, come ogni essere umano, può sbagliare. E ora il suo tenebroso passato irrompe nel suo presente. E adesso, dopo tanto tempo a domandarci chi fosse Lorenzo Ligas, non vediamo l’ora di conoscerlo davvero.









