Vai al contenuto
Home » RECENSIONI » Archive 81 – La Recensione dell’horror Netflix che sta scalando le classifiche mondiali

Archive 81 – La Recensione dell’horror Netflix che sta scalando le classifiche mondiali

Prodotta da James Wan (idetore di Saw e regista, tra le altre cose, di Aquaman) e scritta da Rebecca Sonnenshine (The Boys e The Vampires Diaries), Archive 81 è la nuova serie horror distribuita da Netflix a partire dal 14 gennaio scorso.
La serie, un libero adattamento televisivo del podcast omonimo creato nel 2016 e giunto ormai alla sua terza stagione, racconta la storia di Dan Turner, restauratore di nastri cinematografici per il Museum of the Moving Image di New York, ingaggiato dal ricco ed eccentrico proprietario di una misteriosa company, la LMG, Virgil Davenport, per restaurare una serie di nastri recuperati dopo un incendio avvenuto nel 1994 in un condominio newyorkese, il Visser.
Dan, dopo aver restaurato il primo nastro come prova delle sue abili capacità, viene convinto a lasciare New York per un posto totalmente isolato, privo di internet, in una foresta e ovviamente a decine di kilometri dal primo centro abitato. Dovrà restare lì, da solo, per poter concludere il suo lavoro in cambio di una lautissima somma poiché i nastri sono troppo fragili per essere trasportati altrove.
Così, in piena e snervante solitudine, a parte un topolino come coinquilino, Dan si metterà a riparare i nastri scoprendo una porzione importantissima della vita videoregistrata della studentessa universitaria Melody Pendras, la quale diventerà la sua unica compagnia in un viaggio che lo porterà a dubitare di tutto, persino di se stesso e della sua famiglia.

Occorre dire subito che Archive 81 non apporta nulla di particolarmente nuovo nel genere horror. Come in un ricco buffet la serie utilizza diversi classici espedienti del genere: rituali occulti, possessioni demoniache, sedute spiritiche, musiche mistiche, allucinazioni singole e collettive, sacrifici umani e interferenze cosmiche. A questo lungo elenco si unisce anche una parte più fantascientifica che riguarda la possibilità dei due protagonisti, Dan e Melody, di riuscire a incontrarsi, principalmente nel passato di lei, in momenti particolarmente intensi dando, in certi frangenti, l’impressione di seguire una puntata di X-Files. Mulder e Scully, però, non faranno mai la loro apparizione obbligando i due protagonisti, entrambi accompagnati in questa lunga avventura dai loro rispettivi migliori amici, l’onere gravoso di cavarsela completamente da soli.

Ironia a parte Archive 81 potrebbe dare la sensazione di mettere troppi argomenti sul fuoco perché privo di idee. In realtà non è così. Ogni singolo tassello messo in scena trova il giusto posto nell’insieme dando così l’impressione di assistere a un progetto fatto con una certa cura e con l’interesse di soddisfare il più ampio numero di telespettatori possibile nella speranza, ovviamente, di venire ripagati con una seconda stagione. Anche le varie citazioni cinematografiche sparse qua e là, come quando Dan viene messo sull’avviso che comincia a somigliare un po’ troppo a Jack Torrence di Shining, sono tutte facilmente riconoscibili e non danno per nulla l’impressione di un’operazione di arruffianamento da parte degli autori, quanto piuttosto un omaggio sincero e continuo ai grandi maestri del genere.

Archive 81 si sviluppa alternativamente su due piani temporanei paralleli che, nel corso delle otto puntate della durata media di circa cinquanta minuti l’una, finiscono per intrecciarsi tra loro come filamenti di DNA: il passato di Melody, ambientato nel 1994, e il presente di Dan. Mano a mano che i nastri vengono restaurati nel presente Dan e il telespettatore vengono a conoscenza dei motivi per i quali Melody ha lasciato tracce di sé su diversi nastri videoregistrati. Come in grosso puzzle le tessere che compongono la trama di Archive 81 si incastrano inizialmente poche alla volta e con una certa difficoltà lasciando al telespettatore differenti interrogativi. Nel corso del tempo, però, le poche tessere unite tra loro iniziano a dare un senso all’immagine generale dando così la possibilità di intravvedere l’insieme e cominciare a ottenere risposte alle domande che spontaneamente vengono fuori durante la visione della serie.

Archive 81 è un horror che non fa particolarmente paura ma che ha, in sé, una forza spettrale derivata da un crescente senso di inquietudine che, nel corso delle puntate, è capace di generare più che terrore un disagio fastidioso e angosciante. Non ci sono scene particolarmente inquietanti, né si fanno salti in poltrona. Non ci sono rumori allarmanti né scene fastidiosamente splatter. Il disagio che però si prova è reale e continuamente in crescendo perché ribolle dentro entrambi i protagonisti.

La sensazione che si vada verso la catastrofe, per altro spoilerata fin da subito, diventa maggiormente palpabile mentre scorre il tempo fino a diventare come una fastidiosa patina di unto dalla quale non si riesce a detergersi. Sicuramente il merito è molto nelle performance dei due attori protagonisti, Mamoudou Athie, nei panni di Dan, e Dina Shihabi, nei panni di Melody, i quali sono capaci di trattenere e rilasciare gradatamente le loro emozioni accompagnando lo spettatore di pari passo. La loro inquietudine non è mai urlata dando l’impressione di essere genuina e credibile, cosa che capita piuttosto raramente nel genere.

Accanto a loro ci sono, comunque, una serie di personaggi comprimari che, apparentemente, risultano piuttosto stereotipati tanto da strappare un sorrisetto sarcastico al telespettatore. Ma ciascuno ha il suo ruolo nella vicenda e, nel corso delle puntate, è capace di dare alla storia il giusto contributo in maniera del tutto imprevedibile. In particolar modo risultano interessanti gli amici dei protagonisti che, al momento opportuno, forniscono il giusto apporto alla storia.

Archive 81 non è un capolavoro, sia chiaro, ma è fatta davvero molto bene (a parte certi effetti speciali risultanti persino un po’ ridicoli!) perché, pur dando l’impressione di strafare in certi momenti e rischiare di uscire dai binari, non deraglia mai. Gli autori sono stati capaci di costruire nel corso delle otto puntate, in maniera più che meticolosa, un meccanismo capace di soddisfare lo spettatore senza lasciarlo mai con dubbi irrisolti. Tutte le situazioni che potrebbero risultare obiettivamente pericolose sono state disinnescate in maniera egregia tanto da non dare mai l’impressione di qualcosa di forzato o esageratamente inverosimile.

Le porte aperte nel corso della stagione sono state chiuse o socchiuse in maniera tale da non lasciare in sospeso nulla se non la storia dei due protagonisti, una storia che li tiene lontani e vicini al tempo stesso seppure tra loro ci siano quasi trent’anni di distanza, permettendo al telespettatore di godersi lo spettacolo senza particolari fastidi e, anzi, facendogli desidera una seconda stagione che dia significato al finale, intrigante e apertissimo a nuovi scenari.

LEGGI ANCHE – Non siamo più vivi, nuovo fenomeno horror coreano