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Alice in Borderland – La Recensione della terza stagione: il survival game trionfa, ma stavolta ci sono degli asterischi

Alice in borderland, una delle migliori serie tv di settembre

ATTENZIONE! La recensione contiene SPOILERS della terza stagione.

Dimenticate per un momento Squid Game, perché è il momento di dare il meritato spazio e attenzione a Alice in Borderland. Ed è qui che casca il proverbiale asino, contrariamente alla sorellastra coreana, Alice in Borderland non si è mai persa strada facendo. Basti pensare che lo show giapponese ha anticipato Squid Game di un anno, compreso di stile, toni e tematiche. Il gioco è sempre lo strumento ultimo che decide chi vive e chi muore, deformato e corrotto, ha smesso di rappresentare l’innocenza. Eppure, ciò che cambia tra le due produzioni è il fine. A cosa serve il gioco?

Se in Squid Game la sua funzione è quella di smascherare la corruzione dell’animo umano, mostrando le diseguaglianze sociali e l’egoismo, nel caso di Alice in Borderland il discorso si fa addirittura teologico.

Dopo tre anni di attesa ci sembra giusto fare un passo indietro, per riprende le fila del discorso e tornare più consapevoli nella tana del Bianconiglio (la terza stagione è disponibile sul catalogo Netflix). Arisu, Chōta, Karube sono tre migliori amici, hikikomori giovanissimi con il mondo davanti, ma senza gli strumenti giusti per comprenderlo. Un giorno qualunque si trovano a Shibuya e la loro vita cambia per sempre.

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