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A Knight of the Seven Kingdoms 1×03 – La luce dell’onore

Egg, protagonista di A Knight of the Seven Kingdoms

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Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla terza puntata di A Knight of the Seven Kingdoms e sul finale di Game of Thrones.

Ci abbiamo provato, a ignorarli. Per una volta, almeno. Voltando lo sguardo dall’altra parte, alla ricerca di un olmo sotto il quale cullarci nella bellezza della semplicità. Erano lì di fronte a noi, i nobili altezzosi e arroganti. I soliti di una saga che tanto dice del mondo in cui viviamo ancora oggi. Ma era rumore di fondo, una fastidiosa distorsione. Guardavamo all’uomo e al cavaliere che riposava sotto di esso, accompagnato da un mite scudiero. Mite e determinato, più esperto di quanto si possa chiedere a un bambino dagli occhi gentili. Eppure non erano mai spariti dalla fotografia, i nobili. Principi aspiranti al Trono, signorotti vari, il caos travestito da ordine immutabile della natura umana.


L’abuso di potere come unica soluzione di continuità, la post-verità come chiave epica di una storia che puzza di marcio. Al tramonto di una guerra campale, nelle ultime ombre di una notte che ci porterà a una rivoluzione. Ma sì, erano sempre rimasti lì, onnipresenti sullo sfondo.

La terza puntata di A Knight of the Seven Kingdoms ha finito col ribadire l’ovvio: non possiamo ignorarli a lungo.

Possiamo farlo per un minuto, illudendoci. Ma poi si torna sempre lì, al di là delle prospettive con cui questo racconto si sviluppa. Non se ci ritroviamo con l’ennesimo Targaryen sadico e crudele, allergico alla satira e con una vocazione istintiva all’arrogante prevaricazione nei confronti dei più deboli. Non se poi la storia di un’intera saga irrompe in scena attraverso gli occhi dello scudiero. Il bambino che sogna un olmo e la compagnia di una donna da amare.

La lentezza della provincia dei regni, là dove il potere può essere davvero un rumore di fondo. Ma l’eco di un destino inevitabile riprende i suoi spazi vitali, all’improvviso. Quando l’abuso richiama alle armi l’onore, sopravvissuto alla miseria umana. Portandoci a sovrapporre Egg con l’identità più suggestiva dei Sette Regni, per secoli foriera di gloria promessa e di devastazione imponderabile: Aegon Targaryen.


Aegon Targaryen, ancora una volta.

Aemon Targaryen
Credits: HBO

Questo è il vero nome del candido Egg, portandoci per un momento ad accantonare la poesia in nome di alcuni necessari chiarimenti. E per farlo, evochiamo una scena di Game of Thrones che molti potrebbero aver dimenticato. Torniamo ad Aemon Targaryen, l’anziano saggio della Barriera: a lui e alle sue interazioni con un altro Aegon Targaryen, ancora ignaro del sangue che gli scorre nelle vene. Sì, Aemon: il drago reticente che troverà casa nella Cittadella dei Maestri, lontano dallo sfarzo. Torniamo a lui e alle ultime parole pronunciate sul letto di morte. Con un nome, richiamato con affetto: Egg. Lo stesso Egg che stiamo imparando ad amare in A Knight of the Seven Kingdoms.

Suo fratello minore, ultimo figlio di un figlio minore. L’ultimo erede dell’ultimo erede del re, insolitamente buono in un tempo di pace illusoria. Nell’ultimo gradino di ogni possibile linea di successione al Trono più ambito da tutti, ma forse non da lui.


Forse ci arriverà sul serio, forse no: magari troverà l’olmo e la ragazza da amare, oppure l’insopportabile rumore della corte e il peso soffocante dei regni da guidare.

Non saremo noi ad avvelenarvi la giornata coi più cruenti degli spoiler: dopo esserci morsi la lingua per due recensioni, proseguiremo stoicamente. Ma A Knight of the Seven Kingdoms stuzzica l’immaginario, e lo fa senza perdere tempo: tra una profezia nefasta e scenari ancora da disegnare, vivremo ancora sospesi tra verità non dette e fantasie che ci riconnettono con gli sprazzi di bellezza dell’umanità. Ma quel nome pesa, pesa troppo. Un minuto e poi torna ancora. Pesa fin da quando i Targaryen hanno messo le mani su Westeros, e ancora lo farà quando il popolo pensava si fossero ormai estinti. Aegon, il nome di una leggenda che sconfina nel mito. Un drago che risorge ogni volta dalle proprie ceneri, con la speranza che il destino ci abbia riservato un uomo lucido e illuminato dalla pietà.

Aegon Targaryen, ancora una volta. Nonno del Re Folle che cadrà sotto l’impulso della Ribellione di Robert Baratheon e Ned Stark. Bisnonno di Daenerys, la donna che sognava di spezzare la ruota e ha finito poi per esserne un nuovo raggio avvelenato.

Manca meno di un secolo agli eventi che ritroveremo poi nella serie madre, ma certe cose non cambiano mai. Non il disonore dei potenti, chiamati alla resistenza della propria specie con ogni mezzo giustificato. Ci ritroviamo così con Aerion Targaryen, fratello maggiore di Aegon, mentre vince una giostra con l’arma della scorrettezza, condannando a morte un cavallo innocente e al fango il suo cavaliere.

In questo caso è chiaro, quale sia il verso della moneta lanciata dagli dei: un Targaryen buono, sul Trono. L’ennesimo accecato dal vizio, disperso pericolosamente nella linea di successione. Ma l’onore sopravvive sempre, tra le pagine di A Knight of the Seven Kingdoms. In nome di Aegon, Egg. Accarezzato beffardamente da un destino glorioso che non avrebbe voluto vivere, fugge avventurosamente celando l’inconfondibile argento dei suoi capelli attraverso un taglio drastico. Cerca di ignorare la storia del suo nome e prova a vivere la sua, almeno per un minuto. Al fianco di Dunk, il cavaliere errante. Figlio putativo di un uomo che aveva rinunciato alla gloria in nome dell’onore.


Altrettanto sembra fare il suo erede, seppure messo di fronte a una tentazione apparentemente irresistibile: regalarsi un fragile posto al sole, ma dopo aver assecondato il gioco di un baro.

Essere complice di una scommessa truccata, in nome di un’aristocrazia che vacilla. Il nome e solo il nome, da una parte. L’opulenza esibita a ogni costo, anche quando il prezzo da pagare è ben superiore alle finanze disponibili. Una storia universale, fin dall’alba dei tempi. Ma Duncan l’Alto è un vero cavaliere: rinuncia ai suoi quindici minuti di celebrità ancora prima di poter rispondere all’offerta truffaldina, difendendo l’onore di una donna a lui cara.

Atterra così Aerion in una rapida rivalsa popolare, finendo per fargli saltare un dente. Aerion è sopraffatto, sul terreno della battaglia. È un drago di pezza, gli unici che ancora si possono trovare tra le strade di Westeros al tramonto di un’intera stirpe. Ma senza la dignità della pezza che pezza è sul serio. Il magheggio di un’illusionista, dei circensi che non vogliono altro che un pezzo di pane da mettere sotto i denti. Uno spettacolo più vero della finzione narrata dai potenti. Come andrà a finire, però, lo sappiamo: i Targaryen sono destinati all’oblio, prima di poter rinascere tra storture millenarie che scorrono nel loro codice genetico.

La terza puntata di A Knight of the Seven Kingdoms invoca a gran voce il loro destino infausto. Bersagli del popolo esausto, sono identificati col disonore in ogni scenario. Eredi sopravvissuti al sangue, orfani del fuoco.

Egg in A Knight of the Seven Kingdoms
Credits: HBO

Il loro è un nome che riecheggia tra le pagine della sventura, sempre più lontane dai capitoli scritti dal primo Aegon, il Conquistatore. Solo la rinuncia a esso può riportarci alle timide luci di un mondo a misura d’uomo: Aegon diventa così Egg, audace e indomito, ben più saggio di quanto la sua età potrebbe suggerire. Mentre accoglie con gentilezza i cavalli, si distingue dalle persone con cui condivide accidentalmente il sangue che gli scorre nelle vene. Riconosce in altri i suoi fratelli. I suoi mentori. La sua storia ancora da scrivere. Sarà solo un momento, forse. Tra una notte insonne e l’altra, certo. Ma sarà comunque rigenerante ritrovare la purezza della parola speranza, mai così presente in un capitolo di questa saga.


La stessa speranza di un popolo che non può aspirare alla leggenda, ma incontra nella sua generosità l’opportunità per ispirare canzoni e racconti. Tratti da una storia vera oppure no, poco conta: la speranza risorge nell’anonimato, non smarrendo per questo la sua forza ispiratrice. Quella forza che ci permette di distrarci per un minuto ancora, prima che la storia si possa riappropriare delle cronache più faziose. Prima di tornare ai draghi di pezza dal fuoco spento, all’infamia e alla crudezza di un mondo che ammette solo rare eccezioni. Un attimo prima di scoprire cosa subirà Ser Duncan, mai così alto. Il sogno di una fiaba a lieto fine, prima di lasciare andare le piccole mani di Egg. Diretto chissà dove. L’olmo verrà abbattuto da un’invisibile mano bruta? Lo scopriremo, senza frenesia. Ancora un minuto, distraiamoci ancora: non abbiamo fretta di scoprire chi sarà Aegon. Suo malgrado, Targaryen.

Antonio Casu