Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sulla quarta puntata di A Knight of the Seven Kingdoms.
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Alla fine le abbiamo udite davvero, quelle magiche note. Dal tramonto alla notte della quarta puntata di A Knight of the Seven Kingdoms, mentre il re promesso si rivoltava contro il disonore della sua stirpe per restituirci il senso di essere nobili. Sul serio, per una volta. Eroici, senza paura. Stavolta, senza cadere preda di un corpo che non sostiene più la pressione del momento. Gli echi di Game of Thrones irrompono in scena un attimo ancora, ricordandoci che ogni sogno di primavera dura sempre e solo un minuto, prima di ricadere nell’oblio dell’Inverno. Ma no, stavolta gli Estranei non c’entrano niente: le tenebre sono spiccatamente umane.
Ne avevamo parlato ampiamente una settimana fa, ricostruendo A Knight of the Seven Kingdoms coi tratti di un’illusione giovanile. Un’illusione colma di speranza, cavalleresca. Dalla parte giusta della storia. Ma poi tornano sempre le solite dinamiche. E torna il potere. Il re e le regine, schiavi del vizio e delle peggiori leggi non scritte dell’umanità.
I Targaryen, al passo d’addio. Risorgeranno, a un certo punto. E si illuderanno addirittura di poter spezzare una ruota, prima di ritrovarsi ancora al centro della stessa.
Perché sì: i Targaryen non sono tutti uguali, ma rispondono alle medesime regole. Anche quando ne farebbero volentieri a meno, in un senso o nell’altro. Possono aggirarle, persino infrangerle. Forzarsi ad amare i propri fratelli, a prescindere. Oppure mettere a fuoco un intero continente, talvolta. Pensate un po’: avere anche le migliori intenzioni, di tanto in tanto. Ognuno convinto di poter scrivere una storia unica: a un certo punto, però, si torna comunque dal via. E quelle che sono le luci dell’onore verranno inghiottite dal buio dell’insana follia. Dall’alba al tramonto, allora. Da Baelor, un uomo buono destinato al Trono, ad Aerion, Targaryen della peggior specie. Dal bieco disonore che infanga il nome degli dei per giustificare la prevaricazione, all’audace presa di posizione di un nobile che nobile lo è sul serio.
L’onore è, ancora una volta, il concetto chiave per leggere la prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms

Baelor il buono, davvero. Sfugge alle ataviche storture della sua progenie per abbracciare la causa di un cavaliere errante. Un uomo qualunque, al cospetto degli dei. Apparentemente abbandonato dal destino, trova una speranza nel momento più difficile, vivendo il più classico dei viaggi dell’eroe: c’è sempre una flebile luce, da qualche parte. E talvolta rinasce negli occhi dell’uomo più inaspettato, offrendo una nuova possibilità a Dunk.
Dunk, al tramonto. Un tramonto che sembra evocare una notte troppo lunga per poterla superare indenne. Ma Egg è dalla sua parte, e all’improvviso si rende conto di aver disseminato semi della sua giustizia ad Ashford, ottenendo in cambio i frutti del suo operato. L’olmo è ancora verde, ricolmo di vita: l’alba è una possibilità concreta, non più una chimera.
Non abbandona mai la strada maestra, il protagonista di A Knight of the Seven Kingdoms: l’esempio del suo padre putativo è sempre vivo in lui. Non si abbandona alla viltà della fuga, come avrebbero fatto i più. Dunk non arretra di fronte all’arroganza di un principe alla deriva, né tantomeno al richiamo di un duello in cui far valere le proprie ragioni. Ragioni negatigli dagli uomini, ma ora finite in mano agli dei. C’è ancora spazio per l’onore, da queste parti, e la storia da scrivere potrebbe ancora riservare un lieto fine.
Occhio, però, a non scorrere oltre le pagine di questo libro. Non andiamo oltre le singole giornate, domandandoci cosa ci riserverà il futuro: la risposta potrebbe essere sgradevole.
Lo suggerisce, A Knight of the Seven Kingdoms. E lo fa ancora una volta con lo strumento della predizione, prima con la veggente e poi con la visione di un Targaryen che non regge il peso del suo cognome: Daeron, l’ennesimo drago sognatore, profila scenari nefasti per Duncan, ma non è ancora il momento di pensarci. Non ora, anche se sappiamo quanto possano essere importanti certi messaggi all’interno di questa saga. E quindi sì: ci torneremo, senza fretta. Prima di allora, c’è una vita da vivere con la consapevolezza che ogni giorno possa essere l’ultimo. E che certi desideri di gloria non siano un peccato.
Di Daeron, però, rimane il conflitto di un giovane ragazzo titubante, messo di fronte a prove apparentemente impossibili: essere allo stesso tempo dalla parte giusta della storia e da quella sbagliata, là dove non c’è altro spazio che per la disperazione. Una notte perenne, affogata nell’alcol. Un uomo comune, di fronte allo specchio. Ma un Targaryen può davvero concedersi il lusso dell’ordinarietà, come può fare Dunk? No, a quanto pare no: sono baciati dagli dei, ma anche maledetti.
Lo testimonia il vuoto che ha dentro almeno quanto lo sussurra con decisione la parabola di Egg: è un principe, ma non sogna altro che una lunga prateria in cui correre libero. Il piccolo Aegon, però, ha in sé la forza di abbracciare la giustizia: essere, in qualche modo, l’erede di suo zio. Il riflesso di suo nonno, Daeron il Buono, ora sul Trono. Ma non tutti sono così: la moneta lanciata dalle divinità offre la metà delle possibilità che un Targaryen possa intraprendere la retta via. Gli altri, invece, si abbandonano agli ultimi sprazzi di potere concessi da un tempo ormai scaduto.
Mentre il popolo, esausto, ne maledice l’esistenza e ne sottolinea con sdegno le origini, quello che rimane della Casa del Drago volta lo sguardo dall’altra parte.

Nega a se stesso l’imminente estinzione, provocata da lotte intestine che non hanno insegnato granché a troppi suoi eredi. Possono ancora sentire in sé il sangue del drago, ma alcuni non possono far altro che rivendicarne l’onore col disonore. Schiacciare gli ultimi in nome di una storia conclusa, mentre ancora sopravvivono sul trono.
Draghi di pezza, miopi di fronte a una storia che ha deciso di prendere un’altra direzione. Draghi come Aerion, quanto di più diverso possa esserci da Dunk. La notte e il giorno, al tramonto dei Targaryen. L’onore di un cavaliere errante, da una parte. Dall’altra, il disonore del principe ateo, capace di credere in un solo dio, il più effimero: se stesso. Giocatori di una partita truccata che ritrova attraverso il destino una sacrosanta equità, i due duellanti. Il cavaliere si pente di aver osato ambire a una vita migliore, mentre l’altro si rifugia nell’ombra di una storia millenaria. Forse ci sarà spazio per un confronto diretto, forse no: questa è una saga che tende a premiare il disonore per poi punirlo col più ironico dei contrappassi, ma A Knight of the Seven Kingdoms è un capitolo a parte con regole tutte sue. Finalmente giuste, almeno per un minuto.
Qui possono davvero vincere i giusti. L’onore non è miope idealismo: è un richiamo alla battaglia che protegge gli ultimi e concede loro di superare un’altra notte. Anche quando dall’altra parte rimbomba il silenzio dei vili, se non l’eco della più volgare delle ironie o il frastuono del tradimento: la risposta può arrivare in ogni momento, dando un senso concreto all’idea cavalleresca di un mondo ancora a misura d’uomo.
Non ci resta allora che attendere il prossimo appuntamento con A Knight of the Seven Kingdoms, sorridendo a ogni condizione avversa.
Sette cavalieri da una parte, sette dall’altra. Le nubi della puntata più oscura alle spalle, mentre di fronte a noi sorgono le prime luci del mattino. Una vittoria, essere arrivati fin qui, ma i Sette Dei non hanno ancora parlato. Non hanno ancora lanciato la moneta. Oppure l’hanno già fatto, senza che ce ne rendessimo conto: lo scopriremo, però, tra una decina di giorni. Ora non possiamo fare altro che muoverci al tempo delle epiche note di una sigla mai perduta, pronti a conquistare la prossima alba. Facevano paura, ma ora non più. Ora il nostro eroe non è più solo, e avrà ancora una possibilità per disegnare il proprio futuro.
Antonio Casu






