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Portobello 1×06 – Colpevole d’innocenza – La Recensione del finale della miniserie di Marco Bellocchio

Portobello

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler sull’ultima puntata di Portobello.

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E alla fine il castello di carte è crollato. Pulcinella è sparito, forse per la vergogna: si è dissolto nel nulla, dopo aver albergato troppo a lungo nei peggiori incubi di Enzo Tortora. Giustizia è stata fatta, dopo una lunga odissea: l’Italia s’è desta. Assolto, e basta. Lui, come tanti altri. Le note di Jesahel, già utilizzate per la chiusura della seconda puntata di Portobello con una chiave che avevamo interpretato a modo nostro, possono risuonare nei titoli di coda di una delle migliori serie tv italiane di sempre.

Portobello si è conclusa così: Enzo Tortora, innocente con le più chiare delle evidenze ammissibili dalla realtà, è un uomo libero. Per la giustizia italiana, almeno. Per tutti noi, senza ombra di dubbio.

Ma fino a che punto? Fino a che punto possiamo sostenere che Enzo Tortora sia stato liberato, dopo aver subito quello che ha subito? La risposta arriva tra le righe dell’ultima memorabile puntata di Portobello, ed è fin troppo chiara: il conduttore televisivo è potuto tornare alla guida della sua trasmissione più iconica, ma solo per un’ultima stagione. Una manciata di puntate, e poi l’addio.


“È andata così: non riesco più a giocare”, confesserà Tortora non appena si spegneranno le luci del suo Portobello. Era la prima puntata dopo quattro anni d’interminabile assenza: i capelli si erano fatti più bianchi, ma lo scorrere vorticoso del tempo imperversava ben più grevemente dentro di sé. Più che nelle parole, emerge nell’ultimo sguardo che riserva a se stesso di fronte allo specchio, nell’intimità di un camerino in cui raccogliersi lontano dal clamore. Un peso insostenibile, solo in parte alleviato da una sentenza arrivata con troppi anni di ritardo. Resta quello sguardo, incarnato visceralmente da Fabrizio Gifuni, e le parole del vero Enzo Tortora con cui si era ripresentato al pubblico, protagonista di uno dei capitoli più importanti della televisione italiana.

Richiede ospitalità nelle case degli italiani con la discrezione di sempre. Senza vanità, con l’equilibrio usuale.

Un garbo fuori dal tempo che si palesa in una frase immortale nei ricordi di chi era di fronte allo schermo il 20 febbraio del 1987: “Dove eravamo rimasti?”.

Il vero Enzo Tortora torna a Portobello
Credits: Rai

Un breve discorso, nella prima puntata del nuovo Portobello: “Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me. Ha sofferto con me in questi terribili anni. Molta gente ha donato quello che poteva: ad esempio ha pregato per me. Questo io non lo dimenticherò mai. E questo grazie a questa cara, buona gente dovete consentirmi di dirlo. Una cosa aggiungo: io sono qui, e lo so, anche per parlare a nome di quelli che parlare non possono. E sono molti. E sono troppi. Io sono qui e sarò qui anche per loro. Ed ora, incominciamo come facevamo esattamente una volta”.


Come una volta, disse. Ma forse no. Enzo Tortora, ferito e infragilito dalla lunga battaglia giudiziaria, era il professionista di sempre. L’uomo, però, era gravato da quella che era stata a tutti gli effetti una morte e una rinascita. Uno spettro sembrava incombere costantemente, anche dopo aver fatto valere le sue sacrosante ragioni. E Portobello, la miniserie, si conclude con le immagini del vero Tortora che chiude il suo capolavoro televisivo. Un attimo dopo, una frase che può essere vissuta in tanti modi diversi, sempre con tristezza e sconforto: “Enzo Tortora morirà 11 mesi dopo. A 59 anni”. Il suo epitaffio è incastonato nella colonna che rievoca alcune tra le pagine più note del Manzoni, ed è inevitabilmente legato a tutto quello che subì negli ultimi anni. Con la speranza che il suo sacrificio costituisca un precedente non più replicabile: “Che non sia un’illusione”.

Tortora parla così ai posteri. E lo fa dopo aver superato la prova d’appello della giustizia italiana.

La prima era stata ben rappresentata nella quinta puntata di Portobello, lasciandoci sgomenti e atterriti. La sesta, invece, è una liberazione. Parziale, ma comunque reale. Arriva in fondo a un tunnel, ancora caratterizzato dalle solite storture, dalle “mascherate” dei pentiti e da un costante capovolgimento della realtà che aveva trasformato Tortora in un “bugiardo”, se non addirittura in un “bieco venditore di morte”.


Si arriva così a uno dei pentiti che evoca la paura capace di distorcere la natura degli eventi, a una requisitoria che suggerisce la pazzia collettiva dell’intero genere umano e al ripristino della verità per vie ancora una volta grottesche e surreali. Surreali come il dialogo tra Vallanzasca e Melluso, attraverso la prospettiva di Bellocchio: la personalità del primo ha la meglio sulle fragili tesi del secondo, quasi si avesse a che fare con la più efficace delle arringhe difensive. Per non parlare di quella tra Pandico e Barbaro, l’origine del racconto della miniserie: è qui che i centrini ricamati smettono di essere metafora e si riassociano alla realtà.

Già, associazioni e dissociazioni, altro leitmotiv delle sei puntate di Portobello.

Ne parlammo ampiamente nella prima puntata, riportandoci qui attraverso un’emersione della realtà vissuta dai pentiti che accusarono Tortora. Ancora un mondo al contrario, dove le loro parole furono scambiate per fatti inappuntabili: evidenze che non necessitavano nemmeno di ulteriori riscontri, chiare com’erano nel silenzio abituale.

Emerge, la verità. A gran voce, sostenuta da Tortora e da un altro passaggio simbolo di questo capitolo: “Io sono innocente. Spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”, dirà ai giudici con la forza che l’aveva contraddistinto anche nei momenti più difficili. E allora sì, giustizia è stata fatta. Grazie a un giudice come Michele Morello, capace di rileggere l’intero caso attraverso il sacrosanto filtro della verità: indagò a fondo e rimise in ordine ogni singolo evento e testimonianza, fino a ritrovarsi di fronte una realtà che non poteva non culminare in un’assoluzione piena. Dopo “un processo già fatto”, come se l’appello non esistesse. Con l’irritualità di chi ha voluto prendere, semplicemente, la decisione più corretta.


Bellocchio indugia a lungo sulla sua figura, senza risparmiare ogni dettaglio: la sua visione degli eventi emerge attraverso testi e sottotesti. Attraverso i troppi errori commessi per anni, si era creata una narrazione parallela che alla fine crolla impetuosamente. Si schiude in un abbraccio, in un sospiro di sollievo. In pensieri intimi che non abbiamo il diritto di conoscere, ma che possiamo immaginare in tanti modi diversi. Nel ritorno di Portobello, e nel breve addio che ci porterà via Tortora troppo presto.

No, allora: questo non è un lieto fine. Non è nemmeno dolceamaro.

L’abbiamo sostenuto in ogni modo nel corso di questo drammatico percorso televisivo, e quella sentenza rappresenta una consolazione parziale. Rimane una testimonianza inquietante che arriva dalle pagine di una storia che necessita di essere ricordata sempre, anche a distanza di quarant’anni. Per ricordare una persona perbene, vittima di una storia a cui non sarà mai semplice credere. Senza retorica, senza strumentalizzazioni, senza scadere in alcuna forma di didascalismo. Farlo sì, guardando negli occhi le complessità di una vicenda dai mille volti. Come ha fatto Marco Bellocchio nella sua ennesima opera immortale, con la consapevolezza che la televisione possa essere anche questo. Con la consapevolezza che Enzo Tortora sia stato colpevole solo di essere innocente.

Basta.


Punto.

Antonio Casu