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L’errore nel sistema: perché Cal Bradford è il vero cuore di Paradise

Cal Bradford in Paradise

ATTENZIONE: l’articolo potrebbe contenere spoiler su Paradise!!

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Jeremy, figliolo… non ti piace il mondo che ti ho costruito? Aggiustalo . Un lascito, un’eredità. Quella di un padre a un figlio. Di un uomo che ha perso a un ragazzo che può ancora vincere tutto. Una frase che resta incagliata in un pitch di una compilation musicale, che nasce e muore eterea, consegnata al futuro (esiste un maledetto futuro in Paradise?). Un testimone che aspetta mani in cui essere abbandonato, paziente, sincero, schietto, affettuoso. Nel turbolento sconquasso di Paradise, Cal Bradford ha lasciato una traccia. Debole, forse inutile, ma pur sempre una traccia. Una luce fioca da seguire, una piccola breccia nel bunker. Minuscola, quasi impercettibile, ma salda. Irremovibile.

Il personaggio di Cal è stato costruito per essere uno strumento, niente di più. Un arnese progettato per svolgere il suo compito fino in fondo. Per impartire gli ordini necessari, per eseguire, per salvare la forma in un mondo al collasso. Garantire continuità e governabilità nel mondo di sotto, quello in cui la vita la si vorrebbe far scorrere allo stesso modo, come se niente fosse. La poltrona del suo studio è quella dalla quale si decidono le sorti del pianeta. Lo Studio Ovale, la Casa Bianca, il centro del mondo. Il Presidente è il comandante in carica, ma sono altri ad apparecchiare il copione. Il suo dito spinge i bottoni, ma non spetta a lui costruirli. È qualcun altro a piazzarglieli sotto il naso, a sottoporgli le limitate alternative tra cui scegliere.


Le decisioni sono, il più delle volte, un atto di obbedienza, non di libertà.

Cal Bradford in biblioteca
Disney/Brian Roedel

Specie quando neppure scalfiscono la superficie degli eventi. In Paradise la fine non è qualcosa di evitabile. È tutto già in atto, nessuno può porvi rimedio, neppure l’uomo più potente del pianeta. In questo (e in tanto, tanto altro) sta la grandezza di questa serie: la fine del mondo c’è già stata, ha già spazzato via tutto. Lo sappiamo noi e lo sanno i personaggi nell’attimo in cui la vivono in diretta. Ogni individuo è impotente rispetto alla forza distruttrice della natura. Non esistono tavoli di dialogo, incontri tra leader, de-escalation o manovre diplomatiche. La natura non firma trattati, esplode e si ribella con una violenza che nessuno può arginare. Non si può fermare la fine del mondo, si può solo cercare un buco in cui rifugiarsi prima che sia troppo tardi.

A muovere tutti i fili di Paradise è un personaggio: Samantha Redmond, “Sinatra”. La fine del mondo lei l’ha vista arrivare molto prima, ancora in tempo per guadagnarsi una scappatoia. Ogni cosa, nel tragitto verso la fine, ha portato la sua impronta. La costruzione del bunker, il piano Versailles, la scelta su chi vive e chi resta, la gestione del post catastrofe, quello che può essere detto e quello che invece va taciuto. Ogni cosa. Paradise è l’utopia distopica costruita pezzo dopo pezzo da Samantha Redmond. Un sogno che viene da lontano, da una promessa fatta a un figlio morente e maturata come unica possibilità di salvezza dell’umanità. Di una parte dell’umanità, perché non c’è posto per tutti in un buco sottoterra.

Paradise è un purgatorio elitario per sopravvissuti scelti, il libro della Genesi di un Dio nelle fattezze di donna che ha scelto chi vive e chi no.

Scena del settimo episodio della prima stagione
Hulu

Cal Bradford, il Presidente degli Stati Uniti d’America, è nella lista degli invitati, non potrebbe essere diversamente. Ogni comunità ha bisogno di una persona che la guidi, sia esso un santo, un ciarlatano o un re fantoccio. Le persone hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno che si sta prendendo cura di loro. Che sta governando per conto loro. Cal Bradford è quell’uomo, il volto dello Stato e delle sue gerarchie, che permangono. Il mondo è collassato su se stesso, ma l’ordine è rimasto intatto. Cal è pensato per essere prevedibile, risponde a un disegno più grande. Non solo quello di Sinatra e dei miliardari che hanno progettato il bunker. L’essere uno strumento nelle mani di qualcuno è sempre stato lo script della sua vita.

Lui, che voleva fare l’insegnante di liceo, è stato trascinato dal padre nell’agone politico, dal debutto in società fino alla corsa per le Presidenziali. Nessuno gli ha mai chiesto il permesso, tutti hanno dato per scontato che seguisse passo dopo passo la strada che altri avevano tracciato per lui. È diventato Presidente, è salito sul gradino più alto, eppure quasi nessuno glielo ha riconosciuto. Come se non fosse merito suo. Quasi che fosse un impostore. Cal ha letteralmente messo la sua vita nelle mani di Bradford senior, un padre burbero e anaffettivo che non è stato in grado di confessargli la sua gratitudine neppure nel suo ultimo giorno di vita. Non ha mai chiesto di essere il Presidente, Cal Bradford. Figuriamoci il Presidente in carica nel giorno della fine del mondo.

Arrivare tanto in alto non gli ha restituito serenità. Ha vissuto una vita perfetta, mai fuori dal binario. Perché è l’immagine che conta più di tutto. La forma, non la sostanza.

Cal Bradford in Paradise 1x07
Hulu

E se la forma è scintillante, la sostanza è fatta invece di una moglie che ha votato per il candidato rivale, di un figlio che lo considera un inetto e di un padre che continua a dargli addosso anche dopo essere stato accontentato in tutto. Paradise ci ha mostrato poco alla volta il personaggio di Cal Bradford. Uno strato dopo l’altro, un flashback per volta. Ogni sua scelta può apparire come il libero esercizio delle sue funzioni, ma in realtà è indirizzata. Cal Bradford è solo una pedina, il progetto Paradise è orchestrato da altre mani. E cosa ci si aspetta, da una pedina, se non che si attenga rigorosamente al copione, senza improvvisazioni? I sistemi perfettamente funzionanti hanno un manuale delle istruzioni estremamente dettagliato. Non sono previste deviazioni, non sono ammesse deroghe.

È quello il suo ruolo nella partita più delicata della storia del mondo: rispettare le procedure, attenersi al piano. Eppure, c’è una piccola variabile che è sfuggita ai sistemi operativi. Una variabile destinata a cambiare il corso degli eventi di Paradise e, molto probabilmente, il destino del mondo: l’uomo dietro il ruolo. Perché puoi essere una macchina perfettamente addestrata, ma se ti metti a frugare dentro te stesso, ti salgono alla gola migliaia di domande. E finisce che il lato umano reclami il suo spazio. Nel settimo episodio di Paradise, Cal Bradford rivede il suo copione, decide di accomiatarsi dal mondo con un’ultima straziante prova di verità. Non se la sente di mentire, vuole regalare alle persone la possibilità di scegliere come trascorrere gli ultimi istanti su questa terra. Chi abbracciare, chi telefonare, a chi confessare un sentimento mai esternato.

È l’ultima chance per tutti e Cal regala un altro segmento di tempo prima della fine. Non faceva parte del piano, ma Cal sentiva l’esigenza di obbedire alla parte più insopprimibile di se stesso.

Una delle scene più belle di Cal Bradford e Xavier Collins
Hulu

Se non ti piace il mondo che ti ho creato, aggiustalo. È così che in Paradise si accende una spia rossa. È Cal Bradford l’errore nel sistema. E i sistemi perfetti non temono il caos, temono piuttosto le pedine che smettono di obbedire. Nel finale del settimo episodio, uno di quelli che ricorderemo a lungo, il Presidente degli Stati Uniti ha due opzioni: lasciare che i missili dei Paesi stranieri colpiscano l’aereo che sta raggiungendo il bunker in Colorado oppure premere il bottone rosso che sgancia tutto l’arsenale nucleare americano e detronizzare la minaccia nemica (detronizzare ogni cosa nel raggio di parecchi chilometri, in realtà). Per Sinatra la scelta sembra obbligata: il mondo è comunque spacciato, tanto vale mettere in salvo l’unica speranza che ha di ricominciare attraverso le vite dei 25 mila che giungeranno a Paradise.

Ma Cal Bradford sceglie una terza via, quella che solo lui conosce. Premere il bottone, sì. Ma scegliere un colore diverso. Nel finale di Paradise, davanti agli occhi sconcertati della sola Samantha, il Presidente opta per il reset del mondo. Riporta il pianeta indietro di cinquecento anni, friggendo qualsiasi dispositivo elettronico, ogni missile nucleare, telefoni, ripetitori, satelliti, ogni cosa. Il bottone blu serviva a evitare una deflagrazione nucleare, ma a un prezzo molto alto. Un prezzo che, per Cal, valeva la pena pagare. Le sue azioni sono sfuggite al sistema, la sua iniziativa fa registrare una anomalia. Cal rompe un equilibrio, agisce senza garanzie di aver ragione, dimostra che le scelte sono sempre un rischio che, però, a volte, vale la pena correre.

È un imprevisto che cambia i piani degli orchestratori e che imprime a Paradise un corso diverso.

Cal Bradford deve scegliere quale bottone premere nel finale di Paradise
Disney

È la storia dell’umanità che cambia. Cal Bradford ha dato alle persone una seconda chance. Non è un gesto eroico, il Presidente non è il bravo ragazzo Xavier Collins e non ha salvato il pianeta, non avrebbe potuto. E non è neppure un atto di redenzione vero e proprio. È solo un richiamo alla propria coscienza, un’assunzione di responsabilità nel momento più critico di Paradise. Il personaggio di Cal danza sempre tra ironia e un certo senso di accettazione passiva. Ha le spalle pesanti di chi ha imparato a recitare la sua parte senza lamentarsi, la rassegnazione nello sguardo di chi è impotente dinanzi al collasso totale del mondo.

Eppure, è una spia rossa che si è accesa nel sistema e che ha rovinato i piani, ha scarabocchiato il disegno perfetto. I potenti hanno vinto, ma non fino in fondo. Sinatra ha avuto la sua Paradise, ma lassù qualcosa di imprevisto si è mosso. Annie, Teri, Dylan, i bambini nel bosco, i gruppi di superstiti hanno avuto un’altra chance perché Cal Bradford ha scelto di premere un pulsante diverso. Non ha creato un bel mondo, Cal. Avrebbe potuto sfruttare meglio il potere che aveva, incidere di più per migliorare le cose. Però ha lasciato ad altri la possibilità di farlo. La sua traccia da seguire è un piccolissimo atto di ribellione – invisibile, silenzioso, di cui nessuno ha coscienza – che ha aperto il primo grande squarcio nel bunker. E allora và, Jeremy. Se non ti piace il mondo che ti ho costruito, aggiustalo .