“Piracy isn’t over.” – Gol D. Roger
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C’è sempre un momento, quando una serie tv torna con una nuova stagione, in cui smettiamo di essere fan e diventiamo giudici. È inevitabile. È successo con chiunque, succede anche con One Piece. E forse è persino più complicato, perché qui non stiamo parlando di una serie qualsiasi, ma di un’opera che per molti sfiora il sacro, nata dalla mente di Eiichirō Oda.
La prima stagione del live action targato Netflix era partita con aspettative bassissime e si era ritrovata, quasi per magia, a convincere tutti. Non perfetta, certo, ma viva. Sorprendentemente viva. La seconda stagione (qui la nostra recensione) invece, non ha avuto questo lusso, perché è arrivata con addosso il peso delle aspettative.
E allora la domanda è semplice solo in apparenza: promossa, bocciata o rimandata? La risposta, come spesso accade con One Piece non è poi così scontata.
La prima stagione era, in fondo, un prologo. Una scommessa. Un modo nuovo di raccontare il viaggio di Luffy e la sua ciurma a distanza di quasi trent’anni dall’inizio dell’opera madre. Un inizio a tratti persino lento che doveva quindi essere adattato con fedeltà e innovazione nella versione live action. La saga dell’ East Blue funzionava come uno spazio protetto, quasi una palestra narrativa in cui conoscere i personaggi, capirne le motivazioni, affezionarsi senza troppe complicazioni.
La seconda stagione (disponibile sul catalogo Netflix) rompe questo equilibrio. L’ingresso nella Grand Line non è solo un avanzamento geografico, cambia drasticamente il linguaggio della narrazione. Se prima il mondo sembrava adattarsi ai protagonisti, ora accade il contrario. È la ciurma che deve adattarsi a un mondo che non controlla, a regole che non conosce, a pericoli che non può prevedere. Nel viaggio di formazione che i protagonisti intraprendono, il passaggio dal mare dell’East Blue a quello della Grand Line equivale a un passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Se prima ogni elemento risultava accessibile immediatamente, adesso la serie sceglie di lasciare zone d’ombra, di non dare risposte subito. Ed è proprio questa incertezza a restituire la sensazione di trovarsi davvero in un mare sconosciuto. Le tappe – da Whiskey Peak a Little Garden fino a Drum Island – non sono semplici episodi autoconclusivi. Ogni isola mette in discussione qualcosa: la fiducia, la forza, la capacità di restare uniti.
Pro: l’essenza di One Piece
Se nella prima stagione il cuore era l’incontro, nella seconda è il restare. Monkey D. Luffy rimane il centro gravitazionale della storia, ma il suo ruolo evolve in modo sottile. Non è più solo il catalizzatore che “accende” gli altri. Diventa piuttosto un punto fermo in un mondo che cambia continuamente.
Il suo ottimismo non si incrina, e proprio per questo assume un peso diverso. In un contesto sempre più ostile, continuare a credere nei sogni è una scelta radicale. Attorno a lui, però, accade qualcosa di altrettanto importante. Nami, Zoro, Usopp e Sanji non sono più semplicemente persone salvate da Luffy. Sono individui che, giorno dopo giorno, decidono di restare. È una differenza sottile, ma fondamentale.
La serie si prende il tempo di mostrare questa trasformazione. Non attraverso grandi discorsi, ma attraverso piccoli momenti. Momenti che non fanno solo eco a quelli presenti nel manga, ma che vengono creati ad hoc per la serie tv. Dalle visioni di Zoro alla storia che Sanji racconta a Nami di sua madre. È qui che la scrittura diventa più matura rispetto alla prima stagione. Il legame tra i personaggi non è più una conseguenza dell’avventura, ma diventa la sua condizione necessaria.
“A king is but a man. And a crown, it’s just a hat. The suffering of your people shows you nothing about what it means to lead.” – Princess Vivi

Pro: adattare l’opera di One Piece rimanendo fedeli
Uno degli aspetti più delicati del live action di One Piece è sempre stato questo: quanto essere fedeli e quanto cambiare? La seconda stagione affronta la questione con più coraggio. Non si limita a riprodurre, ma rielabora. Taglia alcune sequenze, ne aggiunge altre, anticipa elementi narrativi che nell’opera originale arrivano molto più avanti.
Questa scelta potrebbe risultare rischiosa, soprattutto per chi conosce bene la storia. Eppure, nella maggior parte dei casi, funziona. Il linguaggio televisivo ha, per sua natura, tempi diversi, esigenze diverse. E la serie sembra aver finalmente trovato un equilibrio tra rispetto e autonomia. Non tutto è perfetto, ovviamente. Alcuni passaggi risultano più compressi del necessario, alcune dinamiche perdono un po’ di respiro. Ma nel complesso, la sensazione è che lo show abbia smesso di avere paura di prendere decisioni in maniera indipendente e distaccata dal manga. Se poi comunque pensiamo che la mano di Eichiro Oda veglia sempre anche sul live action, di certo anche i fan più pignoli possono dormire sonni sereni.
Contro: il “campy”
C’è un elefante nella stanza, ed è inutile ignorarlo. Il live action di One Piece è, a tratti, sopra le righe. Lo è nei costumi, negli effetti speciali e in certe scelte estetiche che oscillano tra il teatrale e il caricaturale. Quello che nel manga o nell’anime sono accettabili, nella versione 3D portano spesso a un effetto quasi grottesco. Palese poi che il budget non sia bastato per mantenere tutto sullo stesso altissimo livello della realizzazione di Chopper (basti pensare al naso di Buggy, ad alcune scene con i guerrieri di Elbaf o alla scenografia innevata del flashback di Chopper).
In altri adattamenti questo si è persino rivelato un problema insormontabile. Qui, invece, diventa qualcosa di più interessante. La seconda stagione non prova più a nascondere questo aspetto. Accetta semplicemente il fatto che l’universo di One Piece non può essere completamente tradotto in termini realistici e invece di limarlo, lo integra nel proprio linguaggio.
Pro: Tony Tony Chopper
La seconda stagione introduce nuovi personaggi e nuove dinamiche, senza mai far perdere di vista la ciurma. Tra tutti, l’ingresso di Tony Tony Chopper rappresenta uno dei momenti più delicati e riusciti.
Chopper non è solo una “mascotte”, porta con sé un tono diverso, più emotivo, più vulnerabile. La sua introduzione, legata all’arco di Drum Island, è uno dei punti in cui la serie riesce davvero a rallentare e a respirare. Perché nel mezzo di battaglie, inseguimenti e rivelazioni, One Piece continua a ricordarsi che il suo cuore sta nei personaggi. Nelle loro fragilità, nelle loro paure, nei loro desideri. Allo stesso tempo, la presenza di organizzazioni come la Baroque Works, l’arrivo della misteriosa e pericolosa Miss Alll Sunday e l’ombra di figure ancora lontane come Crocodile contribuiscono a costruire una sensazione di profondità. Il mondo ruota attorno ai Mugiwara, ma è in continua espansione.
“When does a man die? Is it when a bullet pierces his heart? Or he’s stricken by an incurable disease? Is it when he eats soup made from a poisonous mushroom? No. A man dies when he is forgotten. I may disappear but my dream will live on!” – Dr. Hiriluk

Pro: molto più ambiziosa
Dal punto di vista produttivo, la seconda stagione è chiaramente più ambiziosa. Le scenografie sono più ampie, gli effetti più curati, le sequenze d’azione più articolate. Tuttavia quello che colpisce davvero non è tanto la qualità tecnica, quanto l’uso che se ne fa.
Non si tratta solo di “mostrare di più”, ma di raccontare meglio. Le ambientazioni non sono mai neutre. Influenzano il tono delle scene, il comportamento dei personaggi, il ritmo della narrazione. Little Garden, ad esempio, è anche un luogo che mette in evidenza il senso di sproporzione tra i protagonisti e il mondo che li circonda. Allo stesso modo, Drum Island diventa quasi un personaggio a sé, con il suo freddo, il suo isolamento, la sua durezza. Una terra inospitale i cui abitanti hanno ormai perso ogni speranza. Ed è l’arrivo provvidenziale di Luffy a permettere loro di guardare le cose da un’altra prospettiva, di potersi emozionare per un albero di ciliegio che esplode nel cielo. È in tutti questi dettagli che si percepisce la crescita della serie. Non tanto nel “quanto” mostra, ma nel “come”.
Il verdetto finale
Quindi, promossa, bocciata o rimandata? Promossa.
Non perché sia perfetta, ma perché la seconda stagione di One Piece ha deciso davvero di rischiare. Perché capisce cosa deve diventare senza dimenticare da dove viene. La seconda stagione rappresenta un momento di trasformazione in cui la serie smette di chiedere fiducia e inizia a costruirla davvero. Forte dell’affetto dei fan, di un cast dedito al progetto, di un investimento costante e dell’attenzione del maestro Oda stesso. E forse è proprio questo il segnale più importante. Il viaggio è appena entrato nel vivo.




