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Good Girl Revolt ci mostra una redazione giornalistica totalmente in blu. Mrs Playman presenta una rivista con a capo un uomo, con una redazione maschile, che scrive per un pubblico prevalentemente di uomini. Due mondi diversi, ma accomunati dallo stesso scenario: spazi creativi e professionali dove le donne sono relegate ai margini, viste più come comparse che come protagoniste del racconto.
State tranquilli: questo è solo l’inizio. Il cambiamento è dietro l’angolo e non sarà silenzioso. Una tensione leggera ma persistente, un desiderio di riscatto che si insinua tra le righe degli articoli. Sarà una rivoluzione fatta di parole, di coraggio. Sarà la rivoluzione femminile la vera anima delle due narrazioni.
Ma andiamo con ordine.

Good Girls Revolt è una serie televisiva statunitense del 2016, prodotta da Amazon Studios e basata sul libro The Good Girls Revolt di Lynn Povich. Racconta, in forma semi-romanzata, gli eventi reali che portarono nel 1970 a una causa storica per la discriminazione di genere contro la redazione del settimanale Newsweek.
La serie è ambientata alla fine degli anni ’60. In un’America attraversata da rivoluzioni culturali, ma dove molte professioni, tra cui il giornalismo, rimangono rigidamente dominate dagli uomini. All’interno della redazione del fittizio “News of the Week”, le donne sono brillanti, colte, ambiziose, ma confinate a ruoli subalterni.
La storia segue soprattutto tre giovani ricercatrici, ciascuna associata a un reporter uomo. Patti Robinson, ribelle, idealista, politicamente impegnata, è il motore della rivoluzione interna; Jane Hollander, meticolosa e ambiziosa, inizialmente restia a rischiare la propria carriera; Cindy Reston, dolce e acuta, intrappolata in un matrimonio soffocante.
Sebbene queste donne svolgano la maggior parte del lavoro investigativo, di scrittura e di verifica delle fonti, solo gli uomini ricevono credito, firmano gli articoli e possono fare carriera come reporter. Quando Patti entra in contatto con la giovane avvocata Nora Ephron (che nella realtà lavorò davvero a Newsweek), scopre che questa discriminazione non è soltanto una consuetudine ingiusta, ma è illegale. Da qui si innesca un processo che porterà le ricercatrici a unire le forze e a denunciare la redazione, dando vita alla prima causa collettiva di discriminazione di genere nell’editoria americana.
La rivoluzione femminile nella redazione e la ribellione delle protagoniste nascono da un insieme di fattori profondi e strutturali. Vi è un blocco sistemico delle carriere, infatti, le donne non possono essere reporter, a prescindere dal talento. Sono assunte solo come ricercatrici e pagate meno. Inoltre, malgrado molte delle idee e delle ricerche che sorreggono gli articoli sono prodotte dalle donne, il merito ricade sempre sugli uomini. Un passaggio fondamentale che ha permesso il cambiamento è stata la consapevolezza legale: grazie all’avvento del Titolo VII del Civil Rights Act, tali discriminazioni diventano perseguibili. Sapere di avere un appiglio legale dà coraggio per agire.
La rivoluzione avviene in modo organizzato, graduale e clandestino. Le protagoniste, inizialmente divise da rivalità e paure, cominciano a confrontarsi davvero. Raccolgono testimonianze, documenti, dati salariali, esempi di comportamenti discriminatori. Tutto in segreto, perché scoprirlo significherebbe essere licenziate. Pur con dubbi e conflitti, le donne decidono di firmare una denuncia collettiva formale. Quando la causa diventa pubblica, la redazione è scossa: ci sono reazioni ostili, tentativi di minimizzazione, ma alcuni uomini si rendono conto dell’ingiustizia del sistema.
Le protagoniste incarnano diversi modi di essere donna e lavoratrice. Insieme, portano avanti una rivolta non violenta ma radicale, fatta di coraggio, intelligenza e consapevolezza dei propri diritti. La loro azione avrà conseguenze storiche: nella realtà, la causa del 1970 portò Newsweek a impegnarsi formalmente per una politica di pari opportunità.
Pur essendo stata cancellata dopo una sola stagione, la serie lascia una traccia culturale significativa, per diversi motivi. La causa del 1970 a Newsweek è uno degli episodi più importanti della seconda ondata femminista, ma per decenni era rimasta poco ricordata.
La serie mostra la forza della solidarietà femminile: il cambiamento non nasce da un’eroina solitaria, ma da una comunità di donne che si riconoscono, condividono e agiscono insieme.

Passiamo adesso, alla vicenda di Mrs Playmen. Mrs Playmen è una miniserie italiana in 7 episodi, uscita nel 2025 e disponibile su Netflix. La serie è ispirata alla vita reale di Adelina Tattilo, imprenditrice e giornalista che tra gli anni ’60 e ’70 fondò la rivista erotica italiana Playmen. La serie si propone non solo come biografica, ma come racconto di un’epoca di forti contraddizioni sociali, morali e di costume. Lavorando attorno al tema dell’erotismo e della libertà sessuale, spesso tabù in un’Italia conservatrice, l’intento di Mrs. Playmen è quello di mostrare come una donna può usare l’editoria come veicolo di trasformazione culturale. (Leggi la nostra recensione)
Nata in un contesto cattolico e tradizionale, Adelina cresce in un’Italia in cui le convenzioni sociali sul ruolo della donna sono forti. Con il marito, Saro Balsamo, aveva avviato attività editoriali legate all’erotismo; successivamente, tra difficoltà economiche e problemi legali, lui l’abbandona, lasciandola sola con debiti e una rivista sull’orlo del collasso. Decide di non mollare e prende in mano la redazione di Playmen. Da questo momento inizia la trasformazione che rende la rivista non più un semplice periodico erotico, ma un luogo di dibattito, provocazione, libertà di espressione.
Playmen, sotto la sua direzione, inizia a pubblicare nudi eleganti e contenuti audaci. Non solo immagini, ma anche articoli su temi scomodi per l’epoca: la sessualità, il desiderio, la libertà femminile, il divorzio, l’emancipazione. La rivista diventa così un simbolo di provocazione culturale: sfida la censura, lo stigma morale, le convenzioni di un Paese ancora profondamente tradizionalista.
Sebbene Playmen fosse originariamente concepita come una rivista erotica (e quindi, secondo lo standard del tempo, “per soli uomini”), la versione guidata da Adelina Tattilo, come ricostruita in Mrs Playmen, si trasforma in qualcosa di molto diverso: un veicolo di emancipazione, consapevolezza e rottura degli schemi.
Tutto ciò avviene perché Adelina, pur cresciuta in un contesto tradizionale, decide di disobbedire alle regole. Non accetta che la donna debba limitarsi al ruolo di moglie e madre. Inoltre, gli anni ’60–’70 in Italia non sono solo anni di censura, ma anche di fermento, contestazione, battaglie civili, e Playmen si inserisce in questo contesto come forma di provocazione culturale. È così che l’erotismo diventa uno strumento per parlare di desiderio, libertà, diritti. Rompere il tabù del corpo e della sessualità femminile significa sfidare un sistema patriarcale che reprime le donne.
Adelina Tattilo è il motore dell’intero processo: donna, madre, cattolica, eppure decisa a cambiare la propria vita e quella di molte altre, sfidando pregiudizi e restrizioni. Prende in mano il suo destino: non subisce più la situazione, ma la guida. Decide di trasformare Playmen in una rivista con una forte identità. Crea uno spazio pubblico di dibattito: Playmen diventa un veicolo di intellettualità, incontro tra arte, fotografia, scrittura e pensiero critico.
Mrs Playmen ci lascia delle riflessioni. La serie ci ricorda che l’erotismo, e la rappresentazione del corpo femminile, non devono necessariamente essere strumentalizzazione, ma possono diventare terreno di liberazione, consapevolezza e dialogo. Inoltre, ci offre modelli alternativi di femminilità: Adelina non è un’eroina perfetta, ma una donna complessa, piena di contraddizioni. Questo rende la sua figura più realistica e ispiratrice.

Good Girls Revolt è un’opera che racconta un pezzo di storia femminista e ci ricorda che ogni cambiamento nasce da una presa di coscienza e da un gesto collettivo. Mrs Playman è in grado di far dialogare passato e presente.
Benché ambientate negli anni ’60 e ’70, le vicende di Mrs Playmen e Good Girl Revolt risuonano ancora oggi, in un mondo dove il dibattito sul corpo, sul desiderio, sull’autonomia femminile e sul diritto delle donne a raccontarsi resta attuale. La lotta che portano avanti le donne sul posto di lavoro, nella vita familiare e sociale, nel ruolo culturale, non è di certo finita. La lotta è qualcosa che abbiamo ereditato, che donne coraggiose prima di noi si sono aggiudicate. Per questo, non dobbiamo mai rinunciare alla nostra autodeterminazione e continuare a combattere per essere noi stesse, fiere del genere a cui apparteniamo.


