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Come Ryan Murphy ha reinventato l’horror televisivo con Monster 

Mostro -la storia di Jeffrey Dahmer

Attenzione: il pezzo contiene spoiler sulle serie prese in esame. Quindi se non le hai viste non continuare.

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Nel panorama delle serie TV horror, pochi autori hanno avuto un impatto tanto radicale quanto quello di Ryan Murphy. Con Monster, la sua nuova antologia criminale per Netflix, Murphy non si limita al brivido: trasforma l’horror televisivo in un formidabile strumento di critica sociale. Non vuole semplicemente raccontare mostri, ma indagare la genesi del male all’interno della cultura, della società e della storia.

Di recente ha anche dichiarato di non volersi concentrare su figure come Ted Bundy, confermando la sua coerenza con il leitmotiv del suo prodotto: «Non saprei come trasporre un tema sociale attraverso la sua figura». Con Monster, l’orrore diventa lente, non solo intrattenimento. Le stagioni della serie TV si focalizzano su casi reali — o vicini al reale — per esplorare l’origine del “mostro”: non solo come essere, ma come condizione culturale, risultato di sistemi e comportamenti collettivi.


Il regista rinuncia alla pura cronaca o al semplice shock visivo e sceglie invece una forma di narrazione in cui la violenza, il crimine e la morte sono specchi in cui si riflette la società. In questo articolo esplori­amo come Murphy rinnova l’horror televisivo: il suo approccio narrativo, le scelte stilistiche, il modo in cui ridefinisce il genere. Perché Monster non è una semplice serie TV horror. È una provocazione fatta in forma di racconto audiovisivo.

Nei paragrafi che seguono analizzeremo i punti chiave di questa reinvenzione: come Murphy utilizza il mezzo televisivo per mettere a nudo la cultura del crimine, quale visione del “mostro” propone, come l’estetica e la struttura del racconto si piegano alla riflessione e perché, dopo di lui, l’horror in TV potrebbe non essere più lo stesso.

Monster: Reinventare il genere horror nella serie TV

Monster - Jeffrey Dahmer
Credit: Netflix

Murphy ha capito che per reinventare l’horror televisivo serve qualcosa di più di spaventi e sangue: serve un’idea forte. Con Monster la serie TV si articola come un’antologia in cui ogni stagione punta a raccontare un “mostro” diverso, ma soprattutto una forma di male diversa. Non è un semplice criminale urlante dietro una maschera o un’arma, è la cultura che lo ha creato.

Così, la struttura tradizionale dell’horror – casa infestata, creatura sconosciuta, sopravvissuto – viene sostituita dalla struttura dell’indagine: chi è il mostro, perché lo è, che cosa ci dice di noi? In un’intervista Murphy lo dice chiaramente: «Are monsters born or are they made?» (I mostri nascono o vengono fatti?). La serie TV diventa un veicolo per porsi questa domanda, piuttosto che solo per offrirla al pubblico. Murphy rompe la separazione tra intrattenimento e riflessione: l’horror televisivo non è più rifugio di paura, ma contesto di pensiero, capace di dare spazio a riflessioni più profonde e complesse.

Monster: il medium televisivo come specchio della cultura

La forza della visione di Murphy è capire che l’horror televisivo è oggi un linguaggio efficace per parlare di trauma collettivo e mutazione socioculturale. Con Monster, la serie TV adotta il crimine vero come punto di partenza, ma lo trasforma, lo amplifica e lo reinterpreta. Non si tratta più solo di narrare la storia di un assassino, ma di usare quel caso per riflettere su potere, media, sessualità, violenza e voyeurismo. Il medium televisivo, con la sua serialità, ha la durata necessaria per scavare nei dettagli e far vedere l’evoluzione — ma Murphy lo usa per mostrare anche il passaggio dal mostro individuale al mostro culturale: dall’uomo che uccide al sistema che produce. È un cambiamento radicale rispetto a tanta produzione seriale che considera l’horror come genere “a scatola chiusa”. Qui la scatola viene aperta e mostrata in tutta la sua profondità.

Stile narrativo e struttura della serie TV

Monster: The Ed Gein Story
Credits: Netflix

Dal punto di vista formale, Murphy fa scelte precise per far sì che Monster diventi qualcosa di più di un semplice true crime. La serie TV adotta l’antologia perché ogni mostro merita un formato e una indagine dedicata. Ogni stagione muta ambientazione, accento e tono. In più, la scenografia, la fotografia, la scelta di scene disturbanti non sono fini in sé: servono a evocare disorientamento, disgusto e riflessione. In Monster il visivo è al servizio della domanda:«Perché noi siamo qui a guardare questa macabra storia?». La narrazione si deforma: salti temporali, punti di vista multipli, nessun villain “facile”. Il risultato? Una serie TV che chiede partecipazione intellettuale e emotiva. E anche se non tutte le stagioni sono perfette — alcune sono state criticate per eccesso di esplorazione del “non detto” o per imprecisioni — la visione è chiara: l’horror televisivo, grazie a Murphy, ha trovato un nuovo orizzonte.

Monster e gli impatti sulla cultura seriale e sulla società

L’effetto di Monster sulla serie TV horror è già evidente. Il pubblico non vuole più solo urlare davanti alla tv: vuole capire. Vuole guardare il mostro, chiedersi da dove viene e cosa ci sta dicendo. Murphy ha mostrato che l’horror televisivo non è territorio marginale: può ambire a interrogare la psiche collettiva. Non senza polemiche — basti pensare alle critiche piovute sulla rappresentazione dei fratelli Menendez o di Ed Gein — ma è proprio in queste tensioni che la serie TV occupa uno spazio rilevante. Inoltre, la reinvenzione di Murphy mostra quanto la serialità televisiva abbia bisogno di coraggio: cambiare format, rompere le abitudini del pubblico, sfidare la visione passiva. Monster dimostra che l’horror televisivo può essere viscerale, riflessivo e rilevante nello stesso momento.

Il “colpo di tacco” di Ryan Murphy

Monster - The Ed Gein Story
Credits: Netflix

Con Monster, Ryan Murphy ha riscritto il copione dell’horror televisivo: non più solo paura, ma coscienza; non più solo mostri, ma domande; non più solo serialità, ma indagine. La serie TV diventa dunque più grande del suo formato: diventa dispositivo di riflessione, specchio sociale e provocazione culturale. Non sempre i risultati sono perfetti, ma l’intento è radicale e chiaro: reinventare l’horror per un pubblico che non vuole solo fuggire dal buio, ma guardarlo in faccia. Se il genere televisivo horror ha un nuovo orizzonte, dobbiamo guardarlo attraverso lo sguardo di Murphy.

Verso una ridefinizione dell’orrore televisivo

Murphy non sta solo realizzando una serie TV horror; sta lanciando una sfida: vuoi capire davvero il male? – Chiede al pubblico. Bene, guardalo in faccia — e scopri che il mostro sei tu, o meglio la cultura che lo ha creato. Monster non è solo intrattenimento efferato: è un riflettore puntato su ciò che rimuoviamo. Ogni scena che interrompe la normale visione del crimine serve a rompere il circuito comodamente distaccato dello spettatore. Non siamo più seduti in poltrona a guardare qualcosa che accade. Siamo implicati. E questo gigantesco salto nel coinvolgimento è forse l’eredità più ambiziosa di Murphy: trasformare la serie in un atto di accusa, ma anche di introspezione. Quando la finzione criminale diventa allegoria della collettività, il genere horror non sussurra più, urla.

L’ambiguità come arma finale

Jeffrey Dahmer - Monster
Credit: Netflix

Ma attenzione: l’arma di Murphy è a doppio taglio. Nel voler spingere l’horror verso la riflessione sociale, Monster rischia di tradire se stesso facendo dell’orrore uno show auto‑riflessivo, privo del brivido puro che lo ha reso potente. Il lavoro sul mostro è zoppo quando la forma prende il sopravvento sul contenuto, quando la macchina meta‑narrativa supera la sostanza. Alle critiche di sfruttamento e spettacolo vuoto, Murphy risponde con la provocazione: “Molte prospettive, nessuna verità assoluta”. Eppure, quel “nessuna verità” può diventare un muro doppiamente inquietante: dobbiamo accettare che il mostro non ha spiegazioni? Dobbiamo temere che l’orrore non si risolve mai? Il finale vero della saga potrebbe non essere uno scontro, ma un silenzio ancora più lungo: la consapevolezza che il libero arbitrio non basta. E in quel silenzio, forse, Murphy ha già vinto.

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