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La religione del futuro in Lazarus: fede, scienza e senso di colpa

Copertina di Lazarus

Attenzione: evitate la lettura se non volete imbattervi in spoiler su Lazarus.

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Difficile da credere ma, in Lazarus, la morte è diventata un concetto negoziabile. Non più il punto fermo attorno a cui ruota l’esistenza, ma una parentesi, una deviazione inevitabile e temporanea. Ciò che la serie mette in scena, con una crudezza quasi poetica, è un mondo che ha tolto alla morte il suo valore simbolico e ha rimodellato su questo vuoto una nuova forma di religione. Si tratta di una fede che assomiglia alla scienza, una scienza che assomiglia a una setta, e una setta che pretende razionalità mentre vive di emozioni represse. Pertanto, Lazarus, ora su Prime Video, non parla del futuro: parla di noi, di ciò che diventeremo nel tentativo disperato di abolire tutto ciò che ci fa paura.

La resurrezione che la serie propone non è mistica né salvifica. È un servizio. È qualcosa che si attiva e si rinnova, come un abbonamento obbligatorio alla vita stessa. Ma dietro la freddezza dei monitor, dei protocolli di riassemblaggio e dei processi di ripristino, c’è un’umanità più affannata che mai. Una società che ha rimosso la morte, ma non la sofferenza. Che ha dimenticato l’aldilà (ecco le serie che parlano di aldilà), ma non la fragilità. Che ha cancellato il concetto di fine, ma non quello di colpa. Senza più un orizzonte trascendente, il mondo di Lazarus vive prigioniero del suo stesso miracolo, costretto a interrogarsi non su che cosa succeda dopo la vita, ma su che cosa rimanga della vita quando non possiamo più smettere di viverla.


Lazarus

Il culto di Lazarus nasce da una strategia di controllo

Il potere centrale ha capito ciò che tutte le istituzioni religiose hanno intuito nei millenni: la paura della morte è la leva più potente dell’esistenza umana. Se la scienza può controllare quella paura, può controllare tutto il resto. Così la resurrezione diventa un sacramento laico, un rito eseguito senza enfasi, ma con una precisione che ricorda la disciplina claustrale. Gli scienziati (qui le migliori sci-fi per gli scienziati) che gestiscono il sistema non sono tecnici, ma chierici. Le loro procedure sono liturgie. I loro database sono scritture. La loro fede incrollabile nella tecnologia è una forma di spiritualità camuffata da oggettività. Eppure nessuna religione è davvero solida quando costruita su fondamenta fragili. La serie lo dimostra con implacabile gradualità, in quanto la tecnologia perfetta non esiste.

Le resurrezioni non sono pulite e le menti ricostruite hanno crepe. Così, la memoria si sfilaccia, si sovrascrive, si contamina. Ogni rinascita è un ritorno incompleto, un corpo riattivato prima che lo spirito abbia deciso se vuole davvero tornare. Il risultato è un’inquietudine che permea ogni scena, come un rumore bianco impossibile da ignorare. Dunque, si avverte lentamente la sensazione che la vita restituita non sia mai davvero vita, che la continuità sia un’illusione, che la persona rianimata sia una versione appena impercettibilmente sbagliata dell’originale. Un difetto non rilevabile dalle macchine, ma devastante per chi rinasce.

Qui entra in gioco il tema più disturbante: la colpa

Perché se non puoi morire, non puoi liberarti chiudendo un capitolo. E ancora, non puoi seppellire ciò che hai fatto nel luogo in cui tutti abbandonano ciò che fa male: il passato. Lazarus trasforma la resurrezione in una condanna da ricordare. Ogni errore rimane incastrato nella memoria, ogni trauma rinasce insieme al corpo, ogni rimorso si accumula come strati di sedimento emotivo che nessuna procedura può pulire. La colpa diventa un’entità durevole, resistente quanto la vita stessa. Il sistema non offre assoluzioni, solo ripristini. È una religione che non perdona, che non accoglie, che non lenisce. Ciò detto, non c’è misericordia nell’archiviazione dei dati, né redenzione nell’aggiornamento dei ricordi.

Ed è proprio in questo scenario che emergono le figure più inquietanti della serie, ossia gli “evangelisti” del progresso. Tecnici, dirigenti, funzionari pubblici e neuroscienziati che si percepiscono come pionieri, come missionari della nuova era. Parlano con un linguaggio anaffettivo, convinti che basti la logica a sostituire l’etica, e che l’efficienza possa rimpiazzare l’anima. Ma sotto la loro sicurezza si nasconde il terrore che l’intero sistema non sia che un miracolo (ecco un focus sulla serie Il Miracolo) zoppo, un dogma edificato su un inganno, una fragile simmetria pronta a crollare sotto il peso del primo errore umano. E poiché non possono ammettere il dubbio, lo reprimono. Reprimono anche la compassione, perché quest’ultima incrina l’ordine. Ma soprattutto se stessi, ingabbiati in un ruolo sacerdotale che richiede infallibilità, mentre loro sono irrimediabilmente umani.

Una scena di Lazarus

Il conflitto più grande di Lazarus è identitario

Chi sei quando puoi diventare molte versioni di te stesso? Chi sei se non puoi mai cessare di essere? E quanto rimane di te quando la tua continuità biologica dipende da un algoritmo? Lazarus suggerisce, con una delicatezza spietata, che l’identità non sopravvive alla ripetizione. Che il “tu” non è un file ripristinabile, ma un processo irripetibile. Ogni morte toglie qualcosa e ogni rinascita restituisce qualcos’altro. Nessuna versione coincide perfettamente con la precedente e l’agghiacciante verità è che la resurrezione è una forma di disintegrazione lenta e mascherata. La ribellione assume il significato più radicale: rifiutare il miracolo. Rifiutare il ritorno e la religione (qui serie religiose) del futuro. Non per cercare la morte, ma per reclamare la possibilità di essere presenti, autentici, unici. Perché solo una vita che può finire può essere vissuta davvero e un’esistenza fragile può produrre scelte, responsabilità, perdono, evoluzione. Solo la finitezza dà valore all’esperienza.

Così Lazarus ci accompagna verso la conclusione amara e luminosa che l’umanità non può sopravvivere a una vita infinita. Non perché il corpo non regga, ma perché lo spirito non è progettato per sostenere un’eternità senza significato, senza cambiamento, senza possibilità di caduta. La resurrezione non è la risposta al mistero della morte, ma un modo diverso di evitarlo. Ed eludere ciò che ci definisce non ci rende più forti, semmai più vuoti. Non a caso, alla fine, ciò che resta è una rivelazione tanto semplice quanto devastante: la vera religione del futuro non è la tecnologia che ci riporta indietro, ma la nostra incapacità di lasciar andare. È l’attaccamento disperato a un’idea di perfezione che non ci appartiene. È la colpa trasformata in un dio più severo di qualunque divinità antica. In definitiva, Lazarus non racconta la vittoria dell’uomo sulla morte, ma la sconfitta dell’uomo davanti a se stesso.