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How to Get Away with Murder non è stata una serie perfetta. Ha avuto momenti di ripetizione, alcune svolte narrative forzate e una tendenza quasi compulsiva al colpo di scena. Eppure, proprio attraverso questi elementi, è riuscita a costruire qualcosa di estremamente riconoscibile: un thriller televisivo costruito come una macchina narrativa che non concede tregua allo spettatore.
Quando How to Get Away with Murder debutta nel 2014, all’interno del blocco Shondaland creato da Shonda Rhimes, il panorama delle serie crime e legal è già saturo. Ma la serie ideata da Peter Nowalk introduce una struttura narrativa che rompe il ritmo tradizionale: ogni episodio è costruito come una spirale di rivelazioni e anticipazioni, dove la tensione non cresce lentamente, ma esplode costantemente. Il risultato è una forma di thriller seriale che vive di cliffhanger continui, di salti temporali e di informazioni parziali, pensati per costringere lo spettatore a proseguire immediatamente con l’episodio successivo.
How to Get Away with Murder non cerca mai la perfezione formale. Cerca piuttosto l’intensità. E la ottiene trasformando ogni puntata in un piccolo vortice narrativo.

Al centro della storia c’è Annalise Keating. È una brillante e temuta professoressa di diritto penale presso una prestigiosa università di Filadelfia. Avvocata formidabile, stratega spietata e figura carismatica, Annalise sceglie ogni anno cinque studenti particolarmente promettenti per lavorare nel suo studio legale. Nasce così un gruppo destinato a diventare il cuore emotivo e narrativo di How to Get Away with Murder: Wes Gibbins, Connor Walsh, Michaela Pratt, Laurel Castillo, Asher Millstone.
Quello che inizialmente sembra un semplice tirocinio accademico si trasforma rapidamente in un incubo: gli studenti e la loro mentore si trovano coinvolti in un omicidio che cambierà per sempre le loro vite. Da quel momento How to Get Away with Murder costruisce la sua struttura su un meccanismo preciso: ogni stagione ruota attorno a un mistero centrale, spesso legato a un nuovo delitto. Il passato e il presente si intrecciano continuamente attraverso flashforward che anticipano eventi drammatici ancora da comprendere. Lo spettatore viene così trascinato in una rete di segreti, menzogne e tentativi disperati di coprire la verità.
Una delle qualità più sorprendenti di How to Get Away with Murder è la capacità di mantenere alta la tensione per stagioni molto lunghe. Molte serie, quando si estendono per anni, finiscono per disperdere il loro slancio narrativo. La serie, invece, trova il suo equilibrio proprio nella costruzione di un mistero stagionale: ogni stagione è una lunga indagine che si apre con un evento sconvolgente e si chiude con la sua rivelazione. Questo schema diventa quasi una promessa implicita allo spettatore.
Non importa quanto intricata diventi la trama o quanto si moltiplichino i personaggi: sappiamo che tutto condurrà a un momento di verità. Ogni episodio aggiunge un frammento del puzzle e contemporaneamente ne nasconde un altro. Il risultato è una forma di serialità estremamente compulsiva. Non si guarda una puntata alla volta: si viene trascinati in una sequenza continua. I cliffhanger non sono solo il finale dell’episodio; sono il vero linguaggio di How to Get Away with Murder.
Se la struttura narrativa crea dipendenza, è però il cast di personaggi a dare profondità a How to Get Away with Murder. Il centro emotivo è senza dubbio Viola Davis nel ruolo di Annalise Keating. La sua interpretazione è una delle più intense della televisione contemporanea. Annalise è allo stesso tempo potente e fragile, manipolatrice e vulnerabile, geniale e autodistruttiva. Dietro la sicurezza dell’avvocata che domina le aule di tribunale si nasconde una donna segnata da traumi profondi, da relazioni distruttive e da una costante lotta con sé stessa. Annalise mente, manipola e controlla chi le sta intorno, ma lo fa spesso per proteggere gli altri, o forse per proteggere sé stessa dalla solitudine. How to Get Away with Murder costruisce così un personaggio che sfugge a qualsiasi definizione morale semplice. Non è un’eroina, ma neppure un’antagonista. È un centro gravitazionale attorno a cui orbitano tutti gli altri.

Anche gli studenti non sono semplici comprimari. Ognuno rappresenta una diversa forma di ambizione, paura e fragilità. Wes Gibbins è il personaggio più moralmente inquieto di How to Get Away with Murder. All’inizio appare come il più ingenuo del gruppo, ma la sua storia personale lo rende anche il più determinato a cercare la verità. La sua evoluzione rappresenta il passaggio dall’idealismo alla disillusione. Connor Walsh è forse il più cinico. Usa l’intelligenza e il sarcasmo come difesa emotiva, mantenendo le persone a distanza. Ma dietro l’arroganza si nasconde una forte insicurezza e una profonda difficoltà ad accettare le conseguenze morali delle proprie azioni.
Michaela Pratt incarna l’ambizione pura. È ossessionata dal successo e dal controllo della propria vita. Ma proprio questa rigidità diventa la sua fragilità: ogni evento che sfugge ai suoi piani la costringe a confrontarsi con le proprie paure. Laurel Castillo è il personaggio più enigmatico della serie. Dietro l’apparente razionalità si nasconde una storia familiare complessa e pericolosa. La sua evoluzione è una delle più imprevedibili dell’intera serie. Infine, Asher Millstone, inizialmente il più leggero e superficiale del gruppo, diventa nel tempo uno dei personaggi più tragici. La sua ingenuità lo rende particolarmente vulnerabile alle dinamiche oscure che circondano il gruppo. Insieme formano una sorta di famiglia disfunzionale. Non sono legati da affetto puro, ma da un segreto condiviso. E proprio questo segreto li tiene uniti.
Col tempo How to Get Away with Murder mostra inevitabilmente i suoi limiti. Alcuni colpi di scena diventano prevedibili, certe dinamiche si ripetono e la trama a volte si contorce su sé stessa. Eppure, queste imperfezioni fanno parte della sua identità. How to Get Away with Murder non cerca mai la perfezione elegante di un dramma giudiziario classico. Preferisce la tensione costante, il ritmo serrato, la sorpresa continua. La vera eredità della serie è proprio questa: aver trasformato il thriller televisivo in una forma narrativa quasi compulsiva, dove ogni episodio è costruito per essere vissuto come una scossa. Alla fine, resta soprattutto l’intensità emotiva dei personaggi, guidata dalla straordinaria presenza scenica di Viola Davis.
Ed è proprio questo a rendere How to Get Away with Murder memorabile: non solo i misteri, non solo i delitti, ma il ritratto di un gruppo di persone costrette a convivere con le conseguenze delle proprie scelte. Un thriller imperfetto, certo. Ma, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo come poche altre serie televisive hanno saputo fare.






