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Perché dovreste vedere Halt and Catch Fire

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Col passare degli anni, AMC è diventata una rete sempre più popolare negli USA. Le frecce al suo arco, avute per un colpo di fortuna o per enorme lungimiranza, erano molteplici: Breaking Bad, The Walking Dead e Mad Men fecero la fortuna del canale in anni in cui la supremazia di HBO era incontrastata, supremazia caratterizzata da trame adulte, violente, nude e riflessive, con personaggi tridimensionali a tutto tondo, interessanti come pochi altri se n’erano visti nel panorama seriale fino ad allora.
La capacità di AMC di riprendere quella formula, farla sua e adattarla al suo palinsesto è stata enorme ed è proprio grazie a questa capacità che una serie come Halt and Catch Fire ha avuto la possibilità di essere prodotta, distribuita e apprezzata in tutto il mondo.

Halt and Catch Fire
I tre protagonisti di questa storia, quando tutto comincia.

Nel 2014, orfani di Mad Men conclusasi in maniera più che soddisfacente e lasciando un vuoto enorme nel palinsesto televisivo e nei cuori di chi cercava storie articolati, personaggi costellati da ombre che si allungavano sulle loro luci e ambientazioni alquanto suggestive, ecco fare capolino questa gemma della televisione contemporanea: una serie piccola, prodotta con un budget discreto ma dalle potenzialità enormi e con il grande pregio di raccontare una storia che ben si adatta ai tempi in cui viviamo.

Ambientata all’inizio degli anni ’80, Halt and Catch Fire racconta la nascita dell’era dei computer dal punto di vista di un’azienda creata ad hoc nel Texas, la Cardiff Electric. Nella prima stagione, la Cardiff è un’azienda molto ancorata al passato, con poca voglia di strafare e soprattutto con la necessità di continuare a ricevere introiti dai prodotti che hanno, investendo in modo contenuto nelle innovazioni, pena la chiusura della stessa e il conseguente licenziamento del personale. Alla Cardiff vi sono numerosi esperti di software e hardware, uno fra tutti Gordon Clark, interpretato da un incredibile Scoot McNairy, ingegnere degli hardware dal passato scintillante che si è ritrovato a cadere nel baratro più profondo, rimanendo incastrato poi in un lavoro da scrivania, fatto di cubicoli, di camice e di routine sempre più pressante e asfissiante. A sconvolgere la sua realtà arriva Joe McMillan, uno straordinario Lee Pace in parte più che mai, con un passato oscuro e la parlantina facile che ha una grande idea: rivoluzionare il mondo dei computer, creando insieme alla Cardiff Electric il primo computer portatile della storia. Quando Joe posa gli occhi su Gordon, riconoscendolo per quell’uomo brillante che tanto tempo prima aveva progettato un computer, riesce ad ammaliarlo e a convincerlo a lavorare insieme, partendo dal software IBM come base. In tutto questo, attirandosi le ire della moglie di Gordon, Donna. Per farsi aiutare, i due decidono di ingaggiare Cameron Howe (brillante la performance di Mackenzie Davis), una ragazza piena di vita e ribelle, genio dell’informatica che, prendendola sul personale, decide di aiutare i due.

Il fascino di Halt and Catch Fire sta tutto in questi pochi e semplici elementi che vanno a creare una narrazione portentosa sorretta da personaggi straordinari, studiati per essere complessi fino in fondo.

Nonostante talvolta possa risultare piuttosto lenta e impantanarsi un po’ su sé stessa, l’impianto narrativo della serie è talmente forte e ben scritto che questi momenti scivolano via anche all’occhio più attento lasciandoci unicamente affascinati dai punti di forza di questo incredibile gioiello. L’ambientazione, in primis, gioca un ruolo preponderante: gli anni ’80 vengono riprodotti fedelmente, a partire dal vestiario, per finire con gli uffici e le automobili, mai anacronistici e sempre nel posto giusto. Ciò che si respira maggiormente degli anni ’80, però, è la grande voglia di fare, la necessità di avere quella scintilla che permetterà a qualcuno di fare qualcosa che cambierà il mondo. Si sente la frenesia, si sente il genio all’opera e, soprattutto, si comprendono le grandi capacità che servono per vendere e vendersi.

Forte di quest’ambientazione, Halt and Catch Fire si prende il tempo per costruirsi e, nel farlo, da fondo a tutto ciò che si può chiedere a una serie come questa, sul solco ovviamente, di quella che sto può definire in maniera un po’ spuria, la sua sorella maggiore. Proprio come Mad Men, infatti, il contesto funge unicamente da base per poi concentrarsi sugli incontri e scontri tra i personaggi principali.

Proprio sui personaggi e le loro interazioni la serie si fa mastodontica, dipingendo un mondo competitivo in cui sono gli uomini a farla da padroni, uomini che non sono mai del tutto buoni o del tutto cattivi: Joe, come detto, è un venditore con la lingua lunga, uno di quelli che riuscirebbe a vendere una scopa a una casalinga, ma si porta dietro dei traumi rilevanti, un’infanzia difficile, una fragilità importante. Gordon, invece, è un uomo brillante con un presente fatto di quotidianità e routine che gli sta molto stretto: si butta a capofitto nel lavoro, divenendo tutt’uno col suo progetto, a discapito della sua vita coniugale e della sua famiglia. Gordon, però, non è cattivo, e non fa questo per ferire nessuno: egli ha bisogno che gli vada bene il nuovo computer, ne ha bisogno economicamente per evitare che il padre di sua moglie si occupi di loro, e ne ha bisogno umanamente, per sentirsi più di quello che è ora, per non dover essere solamente “Gordon Clark, ingegnere hardware e capofamiglia” ma “Gordon Clark, colui che ha cambiato il mondo”.

Halt and catch fire
L’ottimo cast al completo.

A fare da contraltare a questa spasmodica presenza maschile, vi sono due donne incredibili, tratteggiate in modo sublime dagli autori: Cameron e Donna.
Mackenzie Davis porta sullo schermo dapprima una Cameron molto stereotipata, fatta di ribellione, musica rock e il vivere alla giornata, per poi evolversi in un personaggio complesso, fatto di più sfaccettature, che quando lascia quell’aura da ribelle, diviene una donna a tutto tondo e una programmatrice più brava di qualunque suo collega uomo.
Per Donna, invece, si fa un discorso a parte: portata sullo schermo da una meravigliosa Kerry Bishè, il personaggio nasce come “costola” di suo marito Gordon. Si vede inizialmente che lavora presso un’altra azienda informatica ma pare rimanere un attimo defilata rispetto a ciò che si prospetta per il marito. Con un colpo da maestro, successivamente, gli autori decidono di farla crescere in maniera esponenziale rendendola forse il personaggio più interessante dell’intera serie: madre full time, lavoratrice full time e genio recluso dentro casa, alle spalle di un marito in cui crede profondamente ma che potrebbe surclassare in qualunque momento.

Insomma, Halt and Catch Fire è qui: una serie fatta di grandi personaggi, di un’ambientazione straordinariamente curata e che parla dal passato, al presente, con una lucidità intensa. Dargli una possibilità significa entrare a piedi uniti in un pezzo della nostra realtà ed esplorarne ciò che non viene mai mostrato se non nei prodotti artistici: le ombre di ciò che diamo per assodato.

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