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La spiegazione del finale di The Place

The Place

ATTENZIONE: l’articolo contiene spoiler su The Place

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Dopo Perfetti Sconosciuti di cui vi abbiamo spiegato qui il finale – Paolo Genovese ha voluto alzare il tiro, appena un anno dopo, con un film che mantiene la mono-ambientazione, ma che si fa molto più complesso e concettuale. E quindi più ostico da comprendere in pieno. The Place è un’opera parecchio articolata, che lascia volutamente lo spettatore con parecchi interrogativi. Negli anni si è discusso moltissimo sul significato dell’intero film e del suo finale. Una discussione stimolante ma che ha dato poche risposte perché – in fin dei conti – risposte certe non ci sono.

In questo articolo vogliamo comunque provare a riprendere le fila di questa discussione. Dopo un’attenta visione del film, tentiamo di spiegare il significato del finale di The Place e il senso dell’intero film di Paolo Genovese (qui trovate invece la recensione del suo ultimo film Follemente). Un compito decisamente non semplice, ma stimolante proprio come la visione di questo meraviglioso lungometraggio che resta una delle migliori espressioni del cinema italiano degli anni Dieci.

La spiegazione del finale di The Place: chi è il protagonista

Cominciamo dalla cosiddetta domanda da un milione di dollari. I contorni del protagonista – interpretato magistralmente da Valerio Mastrandrea – restano volutamente sfumati per tutto il film. Che si tratti di una personificazione pare fuori discussione, ma di cosa? Procediamo per esclusione prima di provare a dare una risposta. Una delle teorie più in voga – specialmente a ridosso dell’uscita del film – è che il protagonista di The Place rappresenti un’incarnazione del diavolo. E a primo impatto potrebbe funzionare.

Effettivamente lui offre delle ricompense sotto forma di patti. Il tipico meccanismo faustiano – che però scricchiola nel finale – quando Gigi (Vinicio Marchioni) non porta a termine il suo compito e salva la bambina, ma viene comunque ricompensato con la guarigione del figlio. Qui si sgretola completamente la teoria del diavolo, all’apparenza a favore di un’altra che però è – a ben vedere – solo un impulso. Se la figura del demonio non funziona, allora viene in aiuto quella di Dio. Ma qui la spiegazione funziona ancora meno, perché il protagonista si limita a indicare e dirigere, non si mischia mai alle vicende umane e soprattutto – da sua stessa ammissione – non è a conoscenza di cosa accadrà dopo l’assegnazione dei compiti.

Il protagonista di The Place come incarnazione di Dio funziona come protettore del libero arbitrio, ma mancano alcuni elementi cardini come l’onniscienza e la superiorità rispetto alle vicende umane. Dobbiamo quindi scendere a un livello più terreno e allo stesso tempo spingerci verso territori più filosofici per provare a inquadrare la vera natura del protagonista del film di Paolo Genovese.

Valerio Mastrandrea è il protagonista di The Place
Credits: Medusa Distribution

The Place è un film sulla morale e sulla scelta

The Place è innanzitutto un film incentrato sulla morale. I vari personaggi vengono messi di fronte a scelte complicate da fare – il più delle volte proporzionate a ciò che chiedono – e a dilemmi morali impensabili. Il protagonista è il motore d queste scelte umane. Colui che mette i suoi richiedenti davanti a quei difficili dilemmi volti a saggiarne il libero arbitrio. In questo senso, dunque, ci sembra più plausibile che Valerio Mastrandrea sia semplicemente una sorta di entità esterna volta a testare la capacità di scelta – per lo più morale – degli uomini.

Paolo Genovese gioca molto con le letture spirituali del personaggio. Non è in assoluto sbagliato pensare che possa essere il diavolo, Dio o un angelo, però la sua ci sembra una presenza ancora più esterna e soprattutto meno coinvolta. Il diavolo e Dio hanno delle connaturazioni morali. Il primo persegue il male, il secondo il bene, per dirla in maniera semplicistica. Entrambi sicuramente perpetrano la volontà di mettere alla prova gli esseri umani, qualunque poi sia il loro scopo. In questo caso non c’è nulla di tutto ciò. Il protagonista di The Place non persegue alcun fine morale. Non è interessato a mettere alla prova nessuno. Si limita a innescare il meccanismo del libero arbitrio e a osservare, partecipando tra l’altro al dolore delle persone che si rivolgono a lui.

Ci sembra che sia proprio qui il nocciolo della questione. Non c’è una mano divina, un destino o chiamatelo come volete. La forza esterna si limita a innescare delle scelte che poi vengono completamente compiute dall’essere umano. In fin dei conti chi è realmente il personaggio di Valerio Mastrandrea non è così importante. Ciò che invece vuole veicolare il film – e qui arriviamo al suo senso intrinseco e totalizzante – è la sacralità del libero arbitrio e la soggettività della morale.

È sempre l’uomo ad avere il controllo del proprio destino

The Place ci svela questa verità. È l’uomo ad avere il controllo. Di sé, della propria vita e del proprio destino. In un passaggio significativo, Mastrandrea si difende dall’accusa di essere un mostro affermando di “dar da mangiare ai mostri” e in un altro sostiene di “fornire solo una soluzione tra le tante disponibili”. Questi due passaggi sono fondamentali perché svelano proprio questo significato ultimo del racconto. L’uomo è il vero mostro, o almeno può esserlo con le proprie scelte. E sottolineiamo scelte, perché non c’è mai la possibilità di non scegliere.

In un altro passaggio molto importante Marcella (Giulia Lazzarini) afferma che l’uomo non è sempre libero, perché alle volte gli si palesano delle opportunità per ottenere ciò che vuole. Eppure lei stessa rinuncia a piazzare la bomba e salvare il marito. A conti fatti si smentisce da sola. Decide di non cogliere la sua famosa opportunità per scegliere di rimanere se stessa. Vediamo come in fin dei conti il film ci porti – per tutto il tempo – a credere in un meccanismo totalmente contrario a quello che è realmente. Pensiamo che sia sempre il protagonista a mantenere il controllo della situazione, mescolando tra loro le vicende dei personaggi. Sono invece quest’ultimi a guidare le azioni con le loro scelte consapevoli e con il loro libero arbitrio. E da qui la nostra convinzione che il protagonista non sia un essere superiore, ma solo una personificazione esterna.

Sabrina Ferilli interpreta Angela, una figura chiave di The Place
Credits: Medusa Distribution

Chi è il personaggio di Sabrina Ferilli?

Qui arriviamo a un altro snodo fondamentale del film. Il finale è particolarmente spiazzante perché – per tutto il racconto – resta completamente sfuggente il personaggio di Angela, interpretato da Sabrina Ferilli. Lei è la barista che vede tutto il viavai al tavolino del protagonista e non chiede mai nulla per se. Attenzione perché questo è un passaggio chiave. Angela non esprime desideri. Non si presta al gioco dell’avventore del suo bar. Lei in un certo senso giudica e alla fine in qualche modo assolve Mastrandrea, liberandolo dal suo gravoso compito.

Nel finale è lo stesso protagonista a chiedere un desiderio e Angela prende l’agenda e veste – di fatto – i panni del suo interlocutore. Che significa ciò? Non pensiamo che la donna sia una sorta di entità superiore o un contraltare dell’uomo, ma vediamo questo finale più che altro come un passaggio di consegne e una metafora della reciprocità del libero arbitrio. Angela è un’osservatrice proprio come il protagonista e in quanto tale può assumere facilmente il suo ruolo. Applicando la metafora, possiamo dire che ogni uomo è un osservatore del libero arbitrio altrui e può influenzarlo con le sue scelte.

Conoscerete sicuramente la celebre frase “La mia libertà finisce dove inizia la tua”. Una massima attribuita comunemente a Martin Luther King ma contenuta organicamente nel pensiero del filosofo tedesco Immanuel Kant. Ecco, questo è un po’ il senso di questo passaggio di consegne. Ogni uomo può – con le sue scelte – influenzare il libero arbitrio di un altro. Può osservalo, può limitarlo, può influenzarlo. In quanto animale sociale l’uomo interagisce e l’unico limite alla sua libertà è proprio la sua stessa natura sociale. La morale anche deriva da qui. È condizione per vivere in società e l’uomo può decidere di rispettarla o meno. Accogliendo poi le conseguenze delle proprie scelte.

Le due letture di The Place

Ci sono – tirando le somme di quanto analizzato sinora – due piani di lettura di The Place. Quello spirituale, che ci riporta al diavolo, a Dio e al libero arbitrio e alla morale come concessioni e imposizioni dall’altro. E poi quello terreno, in cui sono gli uomini – organizzandosi in società – a darsi una morale e a determinare il proprio libero arbitrio. Il secondo piano di lettura è quello che ci convince di più, anche in virtù del finale delle varie trame. Non ci sono premi, ricompense e condanne, ma ci sono storie che finiscono bene e storie che finiscono male. Tutte condizionate – irrimediabilmente – dalle scelte umane.

Sono sempre gli esseri umani a rimanere al centro del discorso. Le donne e gli uomini che a seconda di quanto intendono assecondare i propri desideri incidono sulle altre vite e sulle proprie. Non c’è alcun destino già scritto. La vita è come un’agenda bianca. Ogni capitolo è da scrivere e non vi è alcuna preclusione di possibilità. Gli unici limiti sono quelli posti dagli uomini stessi e questo è il significato dell’enigmatico finale di The Place. Ognuno nella sua vita si troverà dinanzi a scelte difficili e a dilemmi morali. A opportunità che comportano qualche sacrificio. Cosa ognuno deciderà di fare dipenderà da se stesso e dalle scelte degli altri, in un complicato incastro di libero arbitrio e morale che – in fin dei conti – è l’essenza stessa della vita.

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