2) E.T.

Ok, qui lo dico e qui lo nego: quando ero piccola l’extraterrestre più tenero del mondo mi faceva una gran paura. La ragione probabilmente è da ricercare nella sua resa estetica, con quegli occhioni lucenti, il collo allungabile e i piedoni enormi. Tuttavia, ora che sono adulta, l’unica cosa che vorrei fare se lo incontrassi sarebbe quella di abbracciarlo forte. E.T. è un cult – pensate che è uscito nel 1982 – e ancora oggi la sua figura incappucciata e il famoso “volo” in bicicletta con la luna piena a fare da sfondo vengono ripresi, citati e ricordati da ognuno di noi.
Questa pellicola è una favola che affronta ancora una volta il tema del diverso, del non conosciuto (come in Incontri ravvicinati del terzo tipo), attraverso però lo sguardo puro e istintivo di un bambino, Elliot, che accoglie l’alieno in casa per poi nasconderlo dagli adulti. E sono naturalmente i bambini coloro che vedono nel piccolo extraterrestre un amico da amare, da custodire e da proteggere. Spielberg del resto è un mago nel porre al centro della narrazione l’infanzia e le sue mille sfumature colorate.
La fantasia, la mancanza di pregiudizi, il fascino unico del mistero e dell’avventura sono gli ingredienti ricorrenti nei lavori di questo splendido regista, come avrete potuto notare dalla nostra classifica. Ed E.T. si è guadagnato un secondo posto facile, facile perché l’influenza culturale di quest’opera, da quel lontano 1982 in avanti, non si è mai interrotta. Da Stranger Things a Ritorno al futuro, dai fumetti alle canzoni. E.T. è l’amico immaginario che tramite il suo dito luminoso e la sua infinita bontà ha preso per mano persone di tutte le generazioni, fino a oggi e oltre.
1) Schindler’s List

Per questo film è doveroso cambiare tono, abbassare il livello di allegria e di spensieratezza che abbiamo tenuto nelle descrizioni precedenti, e spostare l’attenzione sul rispetto che meritano i fatti narrati. Inutile dire che questo capolavoro è considerato una delle opere più importanti della storia del cinema, vincendo sette premi Oscar, e che ad oggi rappresenta il manifesto cinematografico del dramma dell’Olocausto. Ogni studente lo ha visto a scuola, ogni professore ne ha parlato durante le lezioni di storia, ogni adulto si è commosso di fronte ai soprusi senza senso e a quel cappottino rosso indossato da una bambina ebrea. Il rosso del resto è un colore così acceso ed evidente che risulta impossibile non notarlo: una metafora del massacro che stava avvenendo in Europa e dell’indifferenza dei politici statunitensi nei confronti di quella tragedia.
Steven Spielberg inoltre decise di girare buona parte del lungometraggio con la camera a mano, in modo da dargli un taglio più documentaristico. Questa pellicola infatti va al di là della comune definizione di film, perché è insieme documentario visuale e memoria di un fatto storico. Un’opera nata per rimanere, per durare e per influenzare le coscienze e le emozioni degli spettatori come solo i grandi capolavori sanno fare. Il primo posto è tutto suo, anche se rivederlo è un’esperienza sempre maledettamente dolorosa.




