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La prigione invisibile nella mente di Shutter Island

Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo in Shutter Island

«Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro o morire da uomo per bene?» Sipario. Schermo nero. Tutto è finito, distrutto. Forse perché tutto era già stato cancellato, forse perché la mente umana può rivelarsi l’unico appiglio in grado di salvare il proprio legittimo custode. Non è una verità assoluta, ma un’ipotesi nata dal finale di Shutter Island. Un finale che ci perseguita dal 2010, anno in cui il film approdò al cinema sotto la direzione di Martin Scorsese, incarnando la dolorosa disperazione di Leonardo DiCaprio e la composta rassegnazione di Mark Ruffalo. Un cast di attori straordinario – in cui figurano anche Ben Kingsley e Michelle Williams – che si uniscono per raccontare una delle tragedie più desolanti del cinema. Perché qualunque sia il risvolto, Shutter Island finisce come comincia: nell’abisso della solitudine.

Shutter Island è una lunga, ingiusta e infelice tortura in cui l’unica vera protagonista non è altro che la mente umana, che qui decide in piena autonomia cosa sia reale e cosa non lo sia, rifiutando tutto ciò che è troppo doloroso da sopportare. Un tormento estremo da reggere, che per essere affrontato ha dovuto congelarsi, restare in bilico come un ultimo atto di protezione.

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